Breadcrumbs

La donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal Capitale

[Camilla Ravera- L’Ordine Nuovo, 1921]

Una crisi tutta al femminile

Questa conferenza s’inserisce in un quadro di crisi generale davvero raccapricciante. Una crisi economica, sociale e culturale che colpisce principalmente le donne e i migranti, in quanto anello più debole della società.

La crisi economica sta mettendo a dura prova il mondo del lavoro e la parte femminile è tra quelle che più subisce, da un lato, condizioni peggiori che mettono a rischio la salute stessa di molte lavoratrici e dall’altra è quella più soggetta a precarietà e licenziamenti.

Secondo un’indagine condotta dalla FIOM, infatti le donne lavorano in condizioni di maggiore svantaggio e maggiore sofferenza per condizioni e tipologia di lavoro spesso più ripetitivo e più parcellizzato. Le donne sono quelle concentrate nei livelli più bassi di inquadramento a parità di titolo di studio e di anzianità, guadagnando in media 200 euro in meno rispetto ai loro colleghi. Dal punto di vista della precarietà esiste il 25% in più di possibilità, per una donna, di avere un contratto precario, caratterizzato da periodi più brevi ma percorsi di precarietà più lunghi rispetto ad un uomo. Questo dato è riferito alle donne metalmeccaniche, siano esse impiegate o operaie, ma in generale questa è la musica per molti settori in cui la presenza femminile e giovanile prevale. Il settore terziario e dei servizi, dove le donne ricoprono buona parte degli impieghi, è uno di quei settori in cui flessibilità è diventata la parola d’ordine. La riforma della scuola mette in ginocchio intere famiglie per ragioni che ora non stiamo a ricordare ma è chiaro che a farsi carico dello smantellamento della scuola pubblica e a supplire della mancanza di strutture adeguate saranno in primo luogo le donne, costrette a casa con i propri figli; per non parlare delle tantissime insegnanti precarie che in questo momento si stanno battendo insieme ai loro colleghi in difesa di un posto di lavoro stabile e garantito. Il settore tessile è un altro esempio dello scempio della crisi del capitalismo. Questo settore vede impiegato il 75% delle donne su 1 milione di addetti complessivi. È tra i settori più colpiti dalla crisi e sta ricorrendo sempre più alla cassa integrazione e alla flessibilità per cercare di adattarsi ai cambiamenti del mercato.

Se la crisi di sistema è scaricata in modo così determinato sulle tante donne al lavoro, non è da meno sul piano sociale e culturale. La solitudine in cui milioni di donne si trovano a prendersi cura di casa e famiglia, è aggravato dal progressivo smantellamento dello stato sociale. Si calcola che in media una donna lavora non 40 ma 60 ore settimanali. Quelle 20 ore in più sul groppone purtroppo non le troveremo in nessuna busta paga, sono il prezzo da pagare per il fatto di essere donne e lavoratrici.

Se in ultimo aggiungiamo le campagne familistiche e reazionarie di Chiesa e Governo il conto è servito: le donne vengono rigettate tra le mura domestiche, con il continuo sfruttamento da parte del capitale, vita infelice e nessuna prospettiva per il futuro per migliaia di donne lavoratrici, precarie, studentesse e migranti.

Perchè poche donne nel partito

Sul fronte interno abbiamo altri tipi di problemi, è ben noto a tutti, infatti, che tra partiti e sindacati è sempre più bassa la presenza femminile. Le donne iscritte sono poche, ancora meno quelle che ricoprono incarichi dirigenti, o partecipano all’attività politica. Le cause di una tale mancanza vanno ricercate in primo luogo nel fattore tempo, è chiaro che casa, lavoro e famiglia lasciano ben poco spazio ad altro, specie se queste strutture tutte al maschile non facilitano tempi di vita assai diversi.  Ma non possiamo limitarci a questo, dobbiamo interrogarci anche sul perché a fronte della doppia oppressione che subisce una donna delle classi subalterne non ci sia una volta di più la voglia di ribellarsi e organizzarsi. Forse la risposta è che quella voglia di ribellione in realtà esiste, ma purtroppo non c’è a loro modo di vedere uno strumento utile per poterla esprimere, manca un’organizzazione in grado di interpretare quei problemi e dare loro delle risposte concrete. Spesso ci sentiamo ricordare che è un problema di coscienza, niente di più vero, ma come possiamo allora fare avanzare quelle coscienze, in che modo possiamo convincerle che organizzandosi con noi è possibile intraprendere la via per l’emancipazione?

Troppo spesso in questa conferenza abbiamo sentito testimoniare che fuori tutto è brutto e opprimente, soprattutto per le donne. Proprio una bella scoperta ma ancora non c’è una proposta di intervento su come provare a cambiare i rapporti di forza. Probabilmente questo avviene perché da troppo tempo i movimenti femministi e le organizzazioni di sinistra come la maggioranza del nostro partito affrontano il problema solo sul piano culturale, o tramite i soliti contenitori (che sembrano non passare mai di moda ..) entro i quali la così detta questione di genere è affrontata tra sole donne come tema a parte. Si organizzano perciò grandi iniziative di carattere teorico o che vedono nella violenza degli uomini sulle donne il principale ostacolo. In questo modo si continuano ad inseguire modelli di femminismo interclassisti o addirittura elitari separando l’elaborazione politica delle donne da quella del Partito tutto. Dimenticandosi, per altro, dei problemi quotidiani che una lavoratrice o una studentessa affronta ogni giorno e per i quali manchiamo sistematicamente di risposte. In ultimo, ma non per importanza, la panacea di tutti i mali: le quote rosa.  Anche in questa conferenza è stato ribadito il ruolo importantissimo che le quote possono svolgere, come strumento che garantisca la presenza delle compagne negli organismi dirigenti. A nostro modo di vedere non è così che risolveremo questo problema. In primo luogo perché si continuano a formare gruppi dirigenti non sulla base delle capacità e dell’intervento politico ma sulla base del sesso o perché semplicemente “si rientra nella quota”, inoltre così facendo si deprime la dignità di una donna che vuole realmente misurarsi sul piano politico e d’intervento. La nostra organizzazione per essere rilanciata deve invece basarsi su quadri dirigenti preparati, che si formino nella teoria e nella pratica attraverso le lotte e le vertenze. Le quote rosa sono solo uno strumento attraverso il quale si favorisce il carrierismo femminile e niente più. La timidezza delle compagne ad intervenire ed essere in prima fila la sconfiggeremo solo calandoci anima e corpo nell’attività politica.

In ultima analisi si rischia ancora una volta che la portata rivoluzionaria per la liberazione della donna venga svilita da una battaglia legata esclusivamente al genere, separando gli uomini e le donne da quella che mai come ora dovrebbe essere una battaglia comune: la liberazione dallo sfruttamento del capitale.

Donne protagoniste della lotta di classe

Da che la crisi sortisce i suoi effetti abbiamo visto punte avanzate nel conflitto di classe. Tra queste punte avanzate non è mancata la presenza delle donne. A dimostrazione del fatto che c’è una voglia di protagonismo attraverso la quale,  contribuire insieme ai propri compagni di lavoro o di vita a liberarsi dall’oppressione del capitale. L’abbiamo visto in Canton Ticino più di un anno fa in occasione della lotta degli operai delle Ferrovie di Bellinzona. In quell’occasione si è costituito un gruppo chiamato “Officina donna - L’altra metà della Resistenza” composta dalle mogli e dalle compagne dei lavoratori delle Officine che si ritrovavano per discutere e confrontarsi su come loro stesse vivevano quella situazione di crisi, di com’era divenuto il clima in famiglia, nel confronto con i figli, i parenti e gli amici; allo stesso tempo sono state parte attiva di quella lotta vittoriosa. Si sentivano come in un nuovo ’68 dove l’avanzamento della lotta di classe contribuiva all’avanzamento dell’emancipazione femminile.

Per citare un altro esempio, all’SPX di Parma le operaie metalmeccaniche hanno dato un contributo fondamentale nonostante fossero in misura decisamente inferiore agli uomini oltre ad essere del tutto spoliticizzate o sindacalizzate. Presidiavano il posto di lavoro giorno e notte. Chi ha potuto discuterci, come chi scrive, ha verificato e si è confrontato con le reali difficoltà di una donna a garantire la stessa presenza e costanza rispetto ai colleghi maschi. Perché ci sono i figli, c’è la famiglia, la spesa da fare e a volte ci sono padri e mariti che non capiscono quanto sia fondamentale per una donna preservare una propria indipendenza economica e personale tramite il lavoro.

Realtà come quelle appena descritte ci indicano la strada da percorrere. Dobbiamo tornare davanti ai luoghi di lavoro e discutere con le tante donne sotto attacco dalle politiche del Governo e le scelte di un Padronato (maschile e femminile) che si rivolge loro solo per fare cassa. Tornare davanti ai luoghi di studio per sconfiggere il modello della “velina”, o della donna che si realizza solo attraverso la famiglia. Conoscere le reali condizioni di vita delle donne che vorremmo rappresentare e poterci confrontare con loro. Questo è solo un primo passo per iniziare a capire le difficoltà che queste vivono ogni giorno.

Per questi motivi rivedere l’intervento politico e programmatico è fondamentale

A nostro modo di vedere le rivendicazioni per le donne devono essere fatte in nome dell’eliminazione delle cause materiali che sono alla base del loro sfruttamento: la difesa dei posti di lavoro, un maggior stato sociale che permetta di socializzare responsabilità che per ora siamo le uniche a ricoprire. Il fatto che niente sia garantito per una donna è in linea con la strategia oppressiva della società in cui viviamo. Per questo una volta di più come donne e comuniste: Lottiamo, Occupiamo, Resistiamo!

* (coordinatrice GC Parma, documento 2 "Lottare occupare resistere")

 

Joomla SEF URLs by Artio