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Alcuni giorni fa abbiamo pubblicato sul nostro sito un articolo firmato dai compagni del secondo documento alla conferenza dei Gc, "Lottare occupare resistere", riguardo alla proposta di un Cln con Casini formulata in un'intervista a Repubblica dal segretario Paolo Ferrero, che invitava i compagni del primo documento a prendere posizione su di essa.

Due firmatari del primo documento, Simone Oggionni e Matteo Iannitti, hanno risposto. Pubblichiamo i loro interventi, insieme all'articolo dei compagni Salvetti, Cipressi e Colella.

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Il Cln con Casini? La conferenza dei Giovani comunisti deve dire No. 
Noi partigiani di domani non siamo arruolabili nel “Cln” del duo Casini-Bersani


Nell’intervista rilasciata a Repubblica il 21 Dicembre, il segretario Paolo Ferrero ha sancito 3 punti: Rifondazione è disponibile ad entrare in una alleanza con l’UDC secondo quanto proposto da Casini (“Casini ha già parlato di un nuovo Cln anti Berlusconi. Sono d’accordo con lui…Si faccia un accordo di governo all’interno del fronte comune”); Rifondazione accetterà qualsiasi candidato premier (“Senza mettere becco sul candidato premier”); per le elezioni regionali siamo disponibili ad alleanze di questo tipo e chiediamo a chi ha fatto di tutto per distruggere Rifondazione di aprirsi a noi (“Non mettiamo veti, ma confronto sui contenuti…Pronti a sostenere Vendola in Puglia, ma a Sinistra e libertà chiediamo di difenderci in Lombardia dai diktat PD di Penati)

L’apertura alle alleanze non solo col Pd, ma anche al partito di Casini e Cuffaro, rappresenta una svolta ampia e grave per il nostro partito. Se la ricerca di accordi col PD è stata una pratica mai abbandonata in nome dell’alternativa al centrodestra, ora si arriva ad ipotizzare una coalizione col partito che fino al 2006 ha governato con Berlusconi, in nome della salvaguardia della democrazia italiana. Quella democrazia che l’UDC ha garantito così bene quando nel 2001 era parte del governo che massacrò i manifestanti a Genova; quella “tenuta democratica del Paese” di cui il PD è talmente preoccupato da cercare in questi giorno una “intesa” (o un nuovo inciucio, per dirla alla D’Alema) col Governo. Preoccupazione che Casini condivide, avendo proposto il cosiddetto “legittimo impedimento” per salvare Berlusconi dai suoi processi.

Che in questo Paese sia in atto una svolta autoritaria non c’è alcun dubbio. Tuttavia bisogna capire perché riesca ad avanzare senza trovare opposizione. Il governo può permettersi di affondare il colpo grazie a due fattori: il fatto che nessun partito in Parlamento si stia ponendo il compito di dare voce alle lotte che ci sono in Italia e di cacciare questo governo; il sostanziale accordo del PD e dell’Udc con le politiche del Governo (finanziamenti alle scuole private e alle missioni militari, privatizzazioni, precarietà del lavoro, rifiuto di un intervento pubblico per salvare le aziende in crisi).

Non a caso, il tentativo strategico del Pd è quello di arrivare a una coalizione col centro e i settori moderati del PDL, che prepari la successione a Berlusconi. Il programma di un simile Governo, pur infarcito da una vuota fraseologia sulla democrazia, sarebbe dettato in ogni caso da Confindustria. Sarebbe un programma di licenziamenti, aiuti alle banche e ai padroni, tagli allo stato sociale. Se negli ultimi 2 governi di centrosinistra siamo stati schiacciati dagli interessi forti e dai partiti che li rappresentavano, sostenere l’ipotesi per la quale in coalizioni con l’Udc e il Pd potremmo col nostro attuale peso far passare 2-3 leggi ad hoc, sarebbe una tragica farsa.

Risulta anche poco logica l'argomentazione di Ferrero secondo cui potremmo differenziarci dalle leggi impopolari di un simile Governo, perché i nostri numeri non sarebbero determinanti per la sua tenuta. Ma se non sono determinanti nel farlo cadere, perché dovrebbero essere determinanti nel farlo nascere?

L'idea della “somma dei voti” per formare un fronte democratico neutro dal punto di vista dei contenuti di classe, con il solo scopo di impedire la deriva autoritaria della democrazia parlamentare è profondamente sbagliato. Simile deriva non è il frutto della mente malata di Berlusconi, ma è un'esigenza complessiva della classe dominante, indipendentemente che essa si schieri sul momento con Berlusconi, Fini o con il Pd.

E infine: qual'è la democrazia che gli studenti e i lavoratori sono interessati a difendere? Non quella del gruppo editoriale di De Benedetti, né quella delle inchieste giudiziarie sulla malasanità e gli appalti, o quella delle privatizzazioni selvagge del Pd. La nostra democrazia si collega al bisogno di estendere il conflitto di classe: gli spazi democratici che difendiamo non sono collegati tanto a questo o quel sistema di rappresentanza istituzionale, ma all'esigenza di dare la massima agibilità possibile alle lotte sociali, al movimento operaio o studentesco. Questi ultimi mesi ci hanno dimostrato che la risposta all’autoritarismo del governo può venire solo dalle vertenze operaie che stanno esplodendo (Eutelia e Fiat su tutte), dal movimento degli immigrati e da quello studentesco.

Gli sbarramenti elettorali e i sistemi elettorali restrittivi sono solo l'ultima leggera goccia del fiume di misure repressive che si è abbattuto e ancora di più rischia di abbattersi contro attivisti politici, sindacali e studenteschi. E simili misure sono sostenute in maniera indistinta da Pdl, Pd e Udc. Possono forse differenziarsi – molto poco a dire il vero – per l'arroganza o il ritmo degli attacchi portati, ma sono portatori delle esigenze complessive dei poteri forti di questo paese.

Ferrero dice così di voler superare la seconda repubblica. Peccato che lo si voglia fare stringendo un'alleanza con il peggior ciarpame democristiano della prima repubblica.

E i compagni del primo documento alla conferenza Gc “Una generazione di..” che cosa hanno da dire a riguardo?

Scrivono nel loro documento: “L’intreccio tra la crisi economica, che incide sulle vite a livello materiale, e la crisi della democrazia è fortissimo. Nessuna strategia potrà vincere se non terrà presente quest’intreccio e se non porrà sullo stesso piano l’urgenza democratica con quella materiale.” Verissimo. Ma se non sono parole vuote, questo significa respingere una forma di sdoppiamento della personalità che considera un giorno Casini un avversario di classe e il giorno dopo un grande difensore della democrazia.

Chiediamo ai dirigenti del primo documento di esprimersi e non lo facciamo a caso.

Usciamo da una commissione nazionale per la conferenza, dove ci hanno spiegato che in ogni commissione provinciale il primo documento ha diritto ad un massimo di sei rappresentanti mentre il secondo solo uno. Questo perchè il primo documento “unitario” ha diritto ad avere tanti rappresentanti in commissione quante le sensibilità che lo compongono (a proposito di democrazia, ci verrebbe da dire).

Quali sono queste sensibilità? Sono quelle che compongono nel partito la maggioranza che regge la segreteria nazionale. Il primo documento pretende così di essere per regolamento il riflesso nei Giovani Comunisti della maggioranza del partito. Non è del resto un segreto per nessuno che la segreteria nazionale del partito si sia tanto spesa per un documento che fosse la traslazione nei Gc della maggioranza “unitaria” del partito.Tutto questo implica solo un piccolo dettaglio. Non si portano solo gli onori di tale investitura, ma anche tutti gli oneri. A meno che non si dia dimostrazione di quell'autonomia dei Gc che per ora tutti auspicano sulla carta.

Di Paolo Cipressi, Dario Salvetti, Margherita Colella

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Rilancio dei Gc, alleanze, conflitto sociale: una risposta non governista al settarismo
 

I compagni di Falce e Martello hanno fatto circolare nei giorni scorsi un articolo, molto polemico, il cui contenuto è ben riassunto nel titolo: «Cln con Casini? La conferenza dei Giovani Comunisti deve dire No”.
Qual è l’obiettivo del testo? Provare a capitalizzare il mal di pancia che serpeggia nel partito all’avvicinarsi delle elezioni regionali e a canalizzarlo in un voto al documento che questa componente ha presentato in alternativa al «documento unitario».

Non c’è infatti alcuna attinenza immediata tra il lavoro della nostra organizzazione giovanile (le proposte per la riorganizzazione, le priorità di iniziativa politica) e le scelte di carattere tattico che il partito (ripetiamo: il partito, non l’organizzazione giovanile) è chiamato a compiere in coincidenza della tornata elettorale.

La nostra conferenza nazionale è chiamata a decidere in ordine alla nostra linea politica, alle modalità tramite cui ricostruire una struttura fortemente indebolita. Noi tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo su questo: se vogliamo un’organizzazione settaria o se vogliamo provare a costruire un’organizzazione con basi di massa; se vogliamo un’organizzazione ideologicamente rigida o se vogliamo provare a costruire un intellettuale collettivo in grado di interloquire con i nostri tempi; se vogliamo chiuderci a riccio nella celebrazione di noi stessi o se vogliamo avviare un percorso unitario che ci metta in relazione con migliaia di compagne e di compagni che non sono iscritti al nostro partito.

Quindi, in primo luogo, questa considerazione: il tentativo di spostare i riflettori su di un argomento estraneo al nostro campo di azione e di intervento (nostro come organizzazione, non come singoli iscritti al partito, ovviamente) è quanto di più strumentale si possa congegnare ed è soltanto funzionale a mettere in sordina la discussione reale sulle forme dell’organizzazione, della riorganizzazione e sul contenuto della nostra (dei Gc, non del Prc) linea politica.
Chiarito questo e premesso che parliamo comunque di orizzonti (e non di fatti all’immediato ordine del giorno: la scadenza naturale della legislatura è nel 2013, tra tre anni e mezzo), entriamo nel merito.

Sgomberiamo il campo da un equivoco (in realtà abbastanza offensivo per chi lo subisce): tra noi ci sarebbe chi – a ragione – riconosce il Pd come un partito moderato, corresponsabile delle scelte politiche più nefaste che il nostro Paese ha subito, ininterrottamente, negli ultimi venticinque anni, e chi, o perché «governista» o perché semplicemente un po’ gonzo, considera il Partito democratico un soggetto rivoluzionario.

Tutt’altro. La lettura dei due testi presentati alla conferenza dimostra che il giudizio sul Pd è sostanzialmente condiviso in maniera trasversale. Il secondo documento parla di un «Pd impermeabile alle nostre ragioni e a quelle delle mobilitazioni sociali in corso», il nostro dichiara «smascherato l’impianto riformista che all’opposizione genera aspettative e al governo produce delusione e disincanto» e definisce il nostro progetto come «strutturalmente alternativo all’impianto moderato che ispira l’azione del Pd».

Quando si discute di questi argomenti, bisognerebbe muovere da un fatto di realtà incontestabile, che recepisce in pieno questo nostro sentire comune: il Prc ha dimostrato con intransigenza la propria indisponibilità a stringere alleanze di governo con il centro-sinistra e dunque a sostenere politiche anti-popolari, di qualunque colore e provenienza.

Semmai, vive tra noi una differenziazione rispetto al giudizio che diamo della pericolosità delle destre e della loro carica eversiva. Dal nostro punto di vista il primo problema che c’è in Italia oggi è Berlusconi e il suo governo. L’utilizzo da parte di Silvio Berlusconi del governo del Paese allo scopo di evitare sistematicamente i processi a suo carico. Lo stravolgimento programmatico della Costituzione e l’attacco permanente agli istituti democratici. Il bipolarismo, e cioè un sistema politico e di rappresentanza che costringe i partiti anti-sistemici all’allineamento alle forze meno lontane e dunque impedisce ogni ipotesi di alternativa e di trasformazione della società. Il contenuto materiale e reale delle politiche della destra in tema di lavoro, salari, sanità, istruzione e ricerca, casa, ambiente.

Il nostro partito è disponibile ad un accordo elettorale (non alla partecipazione ad un governo di centro-sinistra) per sconfiggere questa destra, le sue politiche, e per risolvere l’anomalia di un Paese in cui il presidente del Consiglio è un uomo che ha iniziato a fare l’imprenditore grazie ai prestiti della principale banca utilizzata dalla Mafia al Nord per riciclare denaro sporco; che ha iniziato a trasmettere dalle sue tv private, contro il parere della Corte Costituzionale, grazie all’intervento di Bettino Craxi; e che ha iniziato la propria carriera politica dietro mandato della loggia P2 alla quale era iscritto e sdoganando, contro il pericolo «comunista», il Msi allora escluso dall’arco costituzionale.

Mi pare una posizione di semplice buon senso, in sintonia con la manifestazione di popolo del 5 dicembre, e che soltanto un atteggiamento settario e insensibile alla torsione fascistoide che il nostro Paese sta subendo può non capire.

Arriviamo, infine, alle elezioni regionali, ben più prossime a noi rispetto alle elezioni politiche.
La mia opinione è che il partito non abbia molto da inventarsi rispetto alla sua collocazione tradizionale (quella in nome della quale è nato e in nome della quale non ha esitato a produrre, come nel caso della rottura con il governo Prodi nel 1998, eventi ben più traumatici di quelli che, perlopiù soltanto come ipotesi, stiamo discutendo). In questo senso, penso che il Prc dovrebbe dare vita ad alleanze con il centro-sinistra contro il centro-destra soltanto in presenza di un impianto programmatico della coalizione condivisibile oppure in presenza di impegni programmatici limitati ma precisi in virtù dei quali garantire un sostegno esterno limitato alle giunte di centro-sinistra.

Ha senso sostenere di essere d’accordo o contrari in blocco a tutte le alleanze, dall’Emilia-Romagna alla Sicilia, dall’Umbria alla Calabria? Dove finiscono i contenuti in un approccio del genere, così pregiudiziale, così ideologico? Dove finisce la politica, e cioè la discussione concreta sui progetti, le proposte, e la sua messa al servizio del miglioramento delle condizioni di vita delle persone in carne ed ossa? Dove finisce il compito principale di una forza comunista, e cioè - indipendentemente dalle alleanze e dalla collocazione istituzionale - moltiplicare la conflittualità sociale, costruire e sostenere vertenze, aprire campagne di lotta (nei prossimi mesi: dalle battaglie contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua al referendum per l’abrogazione della legge 30)?

Secondo noi semplicemente scompaiono, sommersi da una logica tutta elettoralistica ed istituzionalistica. E lasciando spazio al tifo da stadio. Peccato che ancora una volta l’avversario scelto sia interno (il partito, il gruppo dirigente, la maggioranza dei Gc) e che il campo (la conferenza dei Gc, non il congresso del Prc) sia quello sbagliato.

p.s.: nell’articolo di Falce e Martello si afferma, in conclusione e separata dall’argomento centrale, una inesattezza grossolana. Si sostiene che la maggioranza della commissione nazionale per la conferenza avrebbe imposto nei territori commissioni federali squilibrate, con sei rappresentanti del primo documento e uno del secondo. Parlano le circolari inviate alle federazioni (una di queste si limita a recepire il criterio che ha normato la definizione secondo un principio di pariteticità della commissione nazionale) e, soprattutto, la realtà, che tutti possono conoscere per esperienza diretta.

  di Simone Oggionni

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No agli accordi con l'UDC, fuori dalle giunte di Calabria e Campania. Una risposta di parte, verso la conferenza nazionale

Qualche giorno fa le compagne e i compagni del documento 2 alla prossima conferenza nazionale dei giovani comunisti “lottare, occupare, reistere” hanno scritto un documento “Noi partigiani di domani non siamo arruolabili nel “Cln” del duo Casini-Bersani” nel quale chiedevano esplicitamente ai compagni che hanno scritto e sottoscritto il documento 1 “una generazione di sogni, conflitti e rivoluzioni” una presa di posizione in merito alle dichiarazioni di Paolo Ferrero in merito agli accordi di governo con PD ed UDC alle elezioni regionali e dell'accordo elettorale con PD, UDC e forse l'MPA per eventuali elezioni politiche.

Sono convinto che non solo le compagne e i compagni del secondo documento meritino una chiara risposta ma che tutte/i abbiano il diritto di sapere come la pensano coloro che hanno firmato il cosiddetto documento “unitario”. È chiaro che tale documento non ha dietro un collettivo politico compatto. Tra i compagni ci sono molti punti di vista diversi e dopo lo sforzo della sintesi per l'elaborazione del documento comune, pochi sono stati i momenti comuni di discussione politica. Per questo la mia risposta è parziale perchè impossibile per chiunque prendere una posizione a nome di tutti i compagni che hanno firmato il documento.

Non voglio eludere o annacquare la questione che è stata posta nel documento scritto dai compagni della mozione 2, io sono convinto che la posizione di Ferrero sul CLN con l'UDC e sulle alleanze regionali sia sbagliata e dannosa e che occorre far emergere con forza l'opposizione, trasversale alle aree del partito, a queste scelte.

Abbiamo tutti partecipato al Congresso di Chianciano con un grande carico di coraggio, indignazione e speranza. Abbiamo contriubuito tutte/i a lacerare rapporti personali e politici in nome della chiarezza politica, della ricerca di un limpido orizzonte strategico. Abbiamo pensato che ne valesse la pena. Ci siamo illusi che tutto, da quella vittoria, dalle note di bandiera rossa sul palco di Chianciano, sarebbe cambiato. Abbiamo sbagliato.

Abbiamo innanzi tutto sbagliato a credere che identità e radicalità sarebbero riuscite a vivere insieme nel Partito. A più di un anno da quel congresso possiamo tranquillamente dire che questo non è successo. L'identità è rimasta, la radicalità si è infranta nelle aule consiliari, nella scelta di mantenere i pacchetti di voti piuttosto che i compagni di base, tante volte critici ma che altrettante volte hanno ragione. Così abbiamo, giustamente, visto andar via il compagno Vendola ma non ci siamo preoccupati di mandare a casa il compagno Corrado Gabriele, assessore regionale nella giunta Bassolino in Campania. Abbiamo abbandonato i compagni di Sinistra Critica, sbagliando perchè sulla guerra avevano ragione loro, però ci siamo tenuti stretti il compagno Guagliardi, assessore regionale in Calabria nella giunta Loiero. Poteva la svolta a sinistra convivere con il grado di collusione del nostro Partito con il malgoverno meridionale? No. E così abbiamo creato due partiti in uno. Da un lato federazioni e circoli radicali, indisponibili a qualsiasi alleanza con un PD corrotto e moderato, proprio come quello siciliano, disponibile ad entrare in giunta con l'MPA di Lombardo ed un pezzo del PDL. E dall'altro lato notabilati locali, abituati a governare, magari guidati da personaggi importanti e autorevoli, capaci di spostare con una telefonata pacchetti di tessere o di voti, a seconda di congressi o elezioni e chissà conferenze dei giovani comunisti. Personaggi inadeguati a restare in un partito exparlamentare e chissà, magari con un piede dentro il PD, a seconda se vengono o meno candidati nelle nostre liste.

Questo è il Partito che abbiamo e i Giovani Comunisti, di questo partito malato, ne devono necessariamente discutere.

Arriviamo agli accordi regionali e alla proposta di Ferrero sul CLN. Poniamoci la solita domanda. Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra devono essere l'ala sinistra del centrosinistra o un terzo polo anticapitalista e comunista d'alternativa? Una forza antisistema o una forza con potenziale di coalizione nel sistema bipolare? Sono convinto che solo nella nostra collocazione fuori dal bipolarismo, antisistemica e rivoluzionaria possiamo trovare ragion d'essere e creare un nuovo entusiasmo.

Tuttavia non tutti la pensiamo così. Ed ecco che in quasi tutte le regioni ci alleeremo col PD, anche quando il PD si allea con l'UDC. Così ci ritroviamo alle regionali alleati con l'UDC. E la forza antisistema, anticapitalista e rivoluzionaria non esiste più. Esisterà invece una bella falce e martello, lucidata per l'occasione, senza più neanche il minimo significato, capace prima di votare la guerra e poi di allearsi con i mafiosi. Esisteranno quelli che si definiscono comunisti ma hanno pratiche democristane, con i loro pacchetti di tessere e i loro pacchetti di voti, tutti i clienti dei loro assessorati.

Non c'è scampo. Però c'è la conferenza nazionale dei Giovani Comunisti, una tribuna democratica nella quale confrontarsi. Dove possiamo dire delle cose molto chiare. Possiamo dire per esempio che la tempistica dell'intervista di Ferrero o è da pazzi oppure è funzionale a sdoganare gli accordi regionali con PD e UDC. Possiamo dire che è scandalosa la nostra presenza in giunta in Calabria e Campania. Possiamo dire che bisogna combattere lo squallido carrierismo presente nella nostra organizzazione. Possiamo denunciare autocriticamente, perchè tutti ne siamo coinvolti, la subalternità dei Giovani Comunisti alla Segreteria Nazionale del Partito. Possiamo proporre di costruire un'organizzazione giovanile capace di incalzare il Partito anche su temi sensibili, capace di trovare il coraggio di urlare che il re è nudo.

Oggi che il nostro Partito è in grossissima difficoltà ma la sinistra è in riorganizzazione non possiamo stare in silenzio. Tante sono le orecchie, lì fuori, che ci ascoltano. Alcune interessate, molte schifate.

Credo fermamente che possiamo riuscire a costruire una organizzazione giovanile capace di ricostruire un immaginario rivoluzionario, stare dentro i movimenti, essere protagonista di tutte le lotte. Se resteremo nel limbo del “riformismo radicale” non stupiamoci quando troveremo compagni più entusiasti di Di Pietro e del PD che di un Comunismo privo di ideali e disponibile ad ogni compromesso.

Ho contribuito a scrivere il documento 1 della conferenza dei GC e sono d'accordo con ogni parola scritta nel documento della seconda mozione in merito al CLN e alle elezioni regionali.

Propongo di produrre ordini del giorno comuni sulla questione da approvare anche alla conferenza nazionale. Proprio perchè dobbiamo essere unitari.

Buona Conferenza a tutte e tutti.

Matteo Iannitti – estinto coordinamento nazionale Giovani Comunisti

 

Leggi il documento 2  "Lottare, occupare, resistere"







 

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