Erre, orfani di movimento - Falcemartello

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Un’altra Rifondazione e possibile, ma per andare dove?


Vogliamo esprimere alcune valutazioni sul documento “Un’altra rifondazione è possibile” sottoscritto dai compagni Malabarba, Cannavò ed altri. Nella loro presentazione i compagni ci tengono a precisare che la loro elaborazione è frutto di un lavoro collettivo e che proviene da tante realtà locali e di movimento. Ovviamente noi auguriamo ai compagni di aver trovato tante nuove adesioni, tuttavia siccome fra i presentatori vi sono compagni dirigenti di spicco, il nostro capogruppo al Senato ad esempio, e appartenenti ad un’area ben precisa, per chiarezza e per semplicità ci riferiremo a loro come ai compagni di Erre. Speriamo non ce ne vorranno.

I compagni esprimono una posizione contraria all’accordo programmatico con il centrosinistra, adducendo una serie di argomenti che non possiamo non condividere. Tuttavia, la presenza fra i sottoscrittori del documento di numerosi compagni che sostengono giunte locali di centrosinistra, in veste di consiglieri, vicepresidenti di consiglio e assessori, ci autorizza ad esprimere qualche dubbio sulla credibilità di questa battaglia contro l’alleanza.

Detto questo e considerando che il partito è all’opposizione dal 1998, come si diceva allo scorso congresso, rivendicando “la piena internità nel movimento”, sarebbe giusto fare un bilancio e capire dove sono stati i limiti, perché in questi anni di opposizione non si sono create quelle condizioni più avanzate su cui noi oggi pensiamo si dovrebbe lavorare.

È proprio su questi temi che il documento di Erre ci pare completamente manchevole limitandosi a ripetere quanto la maggioranza del partito ha sostenuto nello scorso congresso. Con quell’approccio il partito si è progressivamente sganciato dal suo radicamento sociale e oggi tanti compagni si trovano ad accettare la proposta del segretario dell’alleanza con la Gad proprio perché la vedono, erroneamente, come unica via per uscire da una condizione di debolezza del partito che in determinati momenti pareva rasentare l’impotenza.

Un astratto movimentismo

I compagni considerano, e non da oggi, il movimento antiglobalizzazione non solo come il segnale di una svolta nei rapporti mondiali, ma come il motore dello sviluppo di quegli stessi rapporti. Questa è una visione superficiale, perché non ha colto i limiti di quel movimento e il necessario intervento per superarli. Quel movimento sebbene trovi ancora una buona partecipazione nelle sue date centrali (vedi Londra) ha esaurito la sua spinta propulsiva con lo scoppio della guerra in Iraq, che ne ha messo in luce i limiti politici. La maggioranza del partito, nella quale i compagni di Erre si sono riconosciuti fino ad oggi, si è sempre limitata a osannare il movimento e a imbellettarlo con l’obiettivo esclusivo di raccogliere voti e non di far avanzare le posizioni politiche del moviento stesso; risultato: del movimento oggi rimane solo il suo ceto politico attorno all’associazionismo e di voti se ne sono visti pure pochi.

I compagni nel loro documento ci raccontano che oggi la priorità e “l’ottenimento di vittorie” e che però questo obiettivo da raggiungere “non è facile, se non si risponde, per lo meno, all’attuale fase di frammentazione dello scontro sociale, non risolta nemmeno dalla spinta ricompositiva operata dai Forum sociali. Segue appello alla costruzione di un nuovo movimento operaio.

Francamente ci sembrano un po’ parole in libertà; nella fase attuale il movimento “no global” non può ottenere vittorie perché è in crisi e insistere nell’ancorare la politica del partito a quell’intervento consisterebbe semplicemente nel posizionare Rifondazione comunista nell’ambito ristretto dei forum sociali e delle trattative fra il ceto politico “di movimento”.

Il pessimismo con il quale si denuncia la frammentazione dello scontro sociale (nel documento preparatorio Rifondazione, Rifondazione, Rifondazione addirittura si sostiene che “indubbiamente la crisi dell’associazione sociale e dell’azione collettiva sono il frutto dei tempi”) riflettono la visione ristretta dei compagni che vedono come terreno di intervento centrale solo il movimento no global, che è effettivamente in crisi.

A noi pare che il fatto decisivo non sia la “crisi dell’associazione sociale”, ma il fatto che le contraddizioni di questo sistema capitalista impongono nuovamente alle masse lavoratrici di calcare la scena della lotta di classe e che questo processo in questi ultimi due anni ha assunto un vigore forse per molti inaspettato. Guarda caso proprio laddove si esprime il conflitto di classe e i lavoratori prendono con decisione in mano le loro vertenze si ottengono anche delle vittorie e la centralità di quel conflitto trascina con sé tutti i settori della società che non solo vedono con simpatia quella lotta, ma la assumono come modello. La lotta degli autoferrotranvieri del 2002 ha visto per la prima volta da anni scioperi “illegali” ed è solo grazie a quella determinazione se hanno portato a casa almeno parte delle loro richieste, analogamente a Melfi o alla Polti in cui la determinazione operaia ha imposto parziali vittorie. La natura di queste lotte ci dice molto su quanto va maturando fra un settore di giovani lavoratori e lavoratrici che non possono restare eternamente ingabbiati nelle maglie della concertazione, sulla formazione di una nuova generazione di militanti che necessariamente si troverà alla testa della lotta di classe in Italia. A questo settore della classe lavoratrice il nostro partito deve sapersi rivolgere per conquistarne la fiducia e poter così ambire a dirigere il movimento operaio.

La continua pretesa dei compagni di voler “costruire un nuovo movimento operaio”, ammantando questa necessità con analisi sociologiche sulla scomposizione del conflitto è alquanto velleitaria. Il sospetto, vogliamo essere chiari, è che si rivendica un “nuovo” terreno di intervento perché quello “vecchio” è già occupato, cioè è egemonizzato dai riformisti. Alla fine se guardiamo alla sostanza della proposta dei compagni, dietro i mille riferimenti alla necessità di interagire con i movimenti reali e aprirsi alla società c’è un’ipotesi di lavoro in ambiti abbastanza ristretti, dove facilmente si fanno i discorsi pseudoradicali: associazioni autoreferenziali, “movimenti” costruiti a tavolino sommando sigle spesso per nulla rappresentative, luoghi, ci dispiace dirlo, dove si incide davvero poco per cambiare le sorti della classe lavoratrice e di tutti gli sfruttati da questo sistema capitalista.

Non ci stupisce che nelle sue conclusioni all’assemblea nazione del documento del 7 novembre scorso il compagno Malabarba ha fatto riferimento a RESPECT in Inghilterra come esperienza a cui guardare, una formazione politica risultato dell’ennesima sommatoria di varie sette che alle ultime elezioni si è rivelata di modestissima entità, raccogliendo un sostegno di una certa consistenza nella sola Londra grazie alla candidatura dell’ex laburista Galloway, da poco espulso dal partito di Blair.

Il “nuovo movimento operaio”

Se le lotte operaie e il protagonismo che abbiamo visto in questi anni non ha trovato un’espressione più avanzata nell’esplosione di una lotta generalizzata di tutto il movimento è esattamente perché gli apparati burocratici del sindacato, ma anche della socialdemocrazia agiscono da freno. Compito dei rivoluzionari non è quindi guardare da un’altra parte, sperare che il movimento antiglobalizzazione risolva d’incanto il problema o peggio ancora inventarsi un “nuovo movimento operaio”, ma proprio concentrare i propri sforzi per contendere l’egemonia dei riformisti sul movimento operaio.

Se non si coglie la centralità di questa battaglia e le opportunità che essa offre per i comunisti, si destina il partito ad una funzione puramente testimoniale, si accetta l’inesorabile deriva a partito d’opinione.

Le teorie sulla “sinistra liberale e moderata” e la “sinistra d’alternativa” non sono altro che una formalizzazione dell’egemonia riformista sui lavoratori, una tacita divisione dei compiti per cui la “sinistra moderata” comanda mentre la “sinistra d’alternativa” decide di volta in volta se protestare o accodarsi alla prima.

I compagni presentano una loro proposta di un’alternativa di società facendo propria una rivendicazione del movimento antiglobalizzazione, ovvero “riappropriamoci del nostro mondo”, dando a questa richiesta un’interpretazione ampia, dal tema della proprietà dei mezzi di produzione alla più generale e articolata questione del controllo sulle proprie condizioni di vita, di lavoro, ambientali, ecc. Per quanto molte delle osservazioni siano condivisibili fatichiamo a scorgere un ordine di priorità; il metodo di cogliere le suggestioni radicali dai movimenti senza porsi il problema di precisarle, di far avanzare quelle concezioni per timore di essere considerati dogmatici ci pare pericoloso e non utile al fine di dare risposte precise alla crisi in cui versa il partito. Di solito è meglio essere chiari e fare le battaglie per ciò che si pensa (se si pensa qualcosa di preciso) piuttosto che tentare di tenere insieme quello che inesorabilmente è destinato a dividersi.