Il documento presentato al Comitato Politico Nazionale del Prc - Falcemartello

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3-4 luglio 2004

Il risultato delle elezioni europee e amministrative apre la crisi del governo Berlusconi. Tre anni di intense mobilitazioni di massa, dal movimento contro la guerra al risveglio operaio di Melfi, hanno eroso le basi di consenso della destra. Si smentisce la tesi di chi vedeva nella vittoria del Polo del 2001 uno spostamento a destra della società italiana destinato a durare nel tempo.

Due sono i dati salienti del risultato elettorale. In primo luogo la sconfitta di Forza Italia (meno quattro milioni di voti rispetto alle politiche del 2001) e del suo capo, accentuata dai risultati dei ballottaggi delle provinciali, a partire da quello di Milano.

In secondo luogo, il modesto risultato del “listone” ulivista. La continua rincorsa al centro dei dirigenti dei Ds viene smentita da un voto di opposizione che si spinge verso sinistra. Lo conferma in primo luogo il buon risultato del nostro partito e delle altre liste alla sinistra del listone; ma anche il voto agli stessi Ds nelle elezioni locali (e i buoni risultati dei candidati del correntone) dimostra come la base elettorale diessina trovi innaturale lo scioglimento all’interno dell’Ulivo e sia molto più motivata a votare il proprio partito. Fallisce quindi l’ennesimo tentativo di dissolvere i Ds in una formazione puramente borghese-democratica, tentativo perseguito per anni da una parte consistente del loro gruppo dirigente. Le forze centriste del centrosinistra arretrano fortemente (Margherita) o addirittura sono sull’orlo della sparizione (Mastella).

In sintesi, possiamo dire che le lotte di questi anni spingono il voto a sinistra, in un’espressione (pur parziale e distorta come è proprio del terreno elettorale) di una ricerca di un radicale cambiamento delle condizioni sociali.

La crisi del governo può precipitare anche in tempi brevi, come dimostra l’abbandono di Tremonti e lo scontro aperto nella coalizione. Ne è cosciente la classe dominante, che mentre continua a spingere per ulteriori affondi da parte del governo (riforma delle pensioni) si prepara a nuovi scenari politici determinati dalla crisi del Polo. La “svolta” di Confindustria con la presidenza di Montezemolo, “svolta” alla quale il vertice della Cgil fa ampie aperture di credito, ne è la manifestazione più evidente.

Ogni concertazione è a perdere per i lavoratori, come dimostra l’esperienza dell’ultimo decennio. Ma questo è particolarmente vero nelle condizioni attuali, con una stagnazione economica che colpisce l’Europa e che in Italia assume le forme di una crisi industriale potenzialmente devastante. Un’economia in declino, con un massiccio debito pubblico che torna a crescere, con i settori produttivi decisivi in pieno declino: questa è l’Italia di oggi, e queste condizioni significano che al tavolo di una nuova concertazione il padronato italiano non avrà nulla da portare se non nuovi e pesanti attacchi alle condizioni di vita e ai diritti dei lavoratori.

Tale politica si scontra con una classe operaia risvegliata, che si sta lasciando alle spalle un ventennio di sconfitte e che riscopre la lotta per i propri diritti, che con gli scioperi della Fiat di Melfi torna a strappare una vittoria, per quanto parziale, di enorme significato politico oltre che sindacale. Una classe operaia che scende in campo e che trova una spontanea solidarietà nell’insieme dei settori sociali colpiti dalle politiche del governo e dalla crisi economica, ossia della grande maggioranza della popolazione.

Tutto questo ci porta a una conclusione: la crisi del governo di destra non prepara il ritorno alla pace sociale concertativa, ma apre al contrario una nuova fase nell’ascesa delle mobilitazioni di massa che abbiamo visto crescere, non solo in Italia, nel corso degli ultimi anni. L’ascesa della lotta di classe mette oggi in crisi il governo, ma contribuirà anche ad approfondire le già forti divisioni nel campo dell’Ulivo: non sarà certo facile per Prodi ordinare il “rompete le righe”, anche con la collaborazione di Epifani, ogni tentativo in questa direzione si scontrerà con nuove e più forti e radicali mobilitazioni della classe lavoratrice. Il nostro partito deve porsi in prima fila in questa battaglia, abbandonando ogni ambiguità e diplomazia nei confronti dei vertici della Cgil.

Il nostro partito ha innanzitutto necessità di sviluppare la propria piattaforma programmatica per potersi calare efficacemente in questa prospettiva. Centrali sono parole d’ordine quali:

- Difesa di salari e pensioni con una nuova scala mobile.
- Difesa di ogni posto di lavoro minacciato dalla crisi, con misure quali riduzione d’orario, apertura dei libri delle aziende che falliscono o licenziano, controllo operaio sulle aziende in crisi, fino, se necessario, alla nazionalizzazione senza indennizzo di quei grandi gruppi (Parmalat, Fiat, siderurgia) che dopo aver intascato miliardi di soldi pubblici minacciano ristrutturazioni e chiusure.
- Lotta alla precarietà, abolizione della legge 30 e del Pacchetto Treu, trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato.
- Salario ai disoccupati.
- Rinazionalizzazione dei settori industriali strategici (telecomunicazioni, trasporti, acciaio, energia, ecc.) e dei servizi sociali privatizzati in questi anni.
- Abolizione della Bossi-Fini, permesso di soggiorno, diritti politici e sociali per gli immigrati.
- Ritiro della controriforma della scuola
- Ritiro delle truppe dall’Iraq.

Oggi rivendicazioni avanzate possono incontrarsi con naturalezza con l’esperienza di milioni di persone che sono stati coinvolti della mobilitazioni di massa, corrispondono all’esperienza viva delle lotte di massa.

Sviluppare un programma di questo genere significa in primo luogo orientare l’intera militanza del nostro partito a un intervento sistematico nelle mobilitazioni sociali. Ma significa anche aprire una polemica frontale contro i tentativi di puntellare la linea concertativa dei vertici dell’Ulivo e della Cgil. Lo sviluppo necessario di questo programma è una lotta sul terreno politico per rompere un’alleanza, quella dell’Ulivo, che subordina gli interessi dei lavoratori a quelli della classe dominante.

La parola d’ordine rottura al centro, proclamata in passato e poi abbandonata dal nostro partito, assume un carattere centrale nella nostra politica in questa fase. Rompere col centro significa rompere con quei settori borghesi (impersonati in primo luogo dal candidato premier Romano Prodi) che tutt’ora influenzano in modo decisivo il programma dell’opposizione. La lezione di questi anni è chiara: il ruolo dei settori centristi dell’Ulivo è stato quello di prendere sistematicamente le distanze da ogni movimento di massa, di sabotarlo più o meno apertamente, di lavorare sistematicamente contro le ragioni dei lavoratori e dei movimenti di massa. Questo ruolo di freno al pieno sviluppo delle lotte si è manifestato anche sul terreno elettorale, dove è stato proprio il ruolo delle forze centriste dell’Ulivo a limitare la portata della sconfitta della destra.

Rompere col centro significa rompere un’alleanza che mortifica sistematicamente le ragioni nostre e di chi vogliamo rappresentare, che le nega alla radice. Oggi questa parola d’ordine, se articolata correttamente nei movimenti di massa, può essere recepita favorevolmente da ampi settori, a partire da quelli di avanguardia, che hanno sperimentato direttamente sul campo il ruolo di queste forze.

Solo per questa via possiamo inserirci nelle contraddizioni che attraversano non solo l’Ulivo, ma anche gli stessi Ds. La base elettorale e sociale dei Ds comincia ad essere attraversata dalle mobilitazioni di massa, la divaricazione delle posizioni nel gruppo dirigente di quel partito (così come dell’Ulivo in generale) riflette precisamente la spinta di opposte pressioni di classe. La vicenda del voto per il ritiro delle truppe dimostra la difficoltà crescente dei dirigenti dei Ds, spinti a oscillazioni sempre più evidenti dalla pressione contrapposta dei movimenti di massa da un lato, e della classe dominante dall’altro, la quale ha visto quel voto, nonostante la sua evidente strumentalità, come un vero e proprio tradimento (e non a caso immediatamente si sono visti i distinguo, fra gli altri, di Amato e della destra diessina). Nostro compito è di allargare queste divisioni, non di contribuire a mascherarle. Dobbiamo dire apertamente che la sinistra nel nostro paese è di fronte a un bivio: o accettare di essere subordinata agli interessi borghesi, o rappresentare gli interessi e le aspirazioni di quei milioni di lavoratori, di pensionati, di giovani che tornano a votarla nella speranza di un profondo cambiamento nella società. 

La crisi delle destre pone obiettivamente all’ordine del giorno fra le masse la questione di quale governo e quale politica possono portarle a recuperare il terreno perduto in questi anni. Nel rifiutare la subordinazione al centro borghese, dobbiamo avanzare una prospettiva alternativa che parli a questi settori. La sinistra avanza anche elettoralmente, le mobilitazioni si espandono e si approfondiscono: i comunisti propongono all’intera sinistra di discutere un programma di classe, a partire dalle rivendicazioni che emergono dalle lotte e dai giganteschi bisogni sociali irrisolti nel paese, e su questo sfidano gli altri partiti di sinistra a scegliere se schierarsi nuovamente con la borghesia e suoi rappresentanti, o se dare voce ai bisogni dei lavoratori e di tutti i settori sfruttati e ai movimenti di massa.

L’esito di questo scontro non è determinato a priori, saranno gli avvenimenti a dire quale articolazione tattica si potrà produrre nella prossima fase. Quello che è decisivo è dotare il partito di una linea che senza cedere sul terreno programmatico e degli interessi di classe che rappresentiamo, punti a interloquire con l’aspirazione diffusa a cacciare Berlusconi e a un’alternativa di sinistra e a mettere in luce agli occhi non solo di ridotti settori di avanguardia, ma dei settori decisivi della classe lavoratrice, come questa aspirazione sia in conflitto frontale con la linea di collaborazione di classe ostinatamente perseguita dai vertici dei Ds e della Cgil.

Solo per questa via possiamo aspirare a uscire dalla condizione di forza minoritaria, aprire una reale battaglia di egemonia nel movimento operaio e a raccogliere la spinta imponente delle mobilitazioni, mettendo in crisi l’egemonia riformista sul movimento operaio.

La nuova fase che si è aperta non si distingue solo per il fatto che ci sono delle ampie mobilitazioni; decisivo è il fatto che per la prima volta da decenni migliaia e migliaia di lavoratori, di giovani, di militanti possono tornare a mettere al centro della propria vita la lotta contro il capitalismo, la lotta per la trasformazione rivoluzionaria di questo sistema, in Italia e nel mondo. Il futuro del nostro partito è legato non a un risultato elettorale, per quanto positivo, ma alla nostra capacità di metterci in sintonia con questi settori e di offrire loro una prospettiva rivoluzionaria.