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Sesto Congresso del Prc

Intervento di Alessandro Giardiello 
al congresso di Venezia

Cari compagni, sentendo il dibattito che abbiamo avuto in questo congresso, la conclusione a cui giungo è che la svolta governista sta avendo eccome i suoi effetti sul nostro partito. Il segretario nella sua introduzione ci ha parlato di una nuova politica riformatrice, di programmazione economica, di intervento pubblico, di borghesia produttiva. Sembra di fare un salto indietro, un ritorno agli anni ’60, a una sorta di riformismo diciamo pure nobile: la politica delle socialdemocrazie degli anni ’60 nel nord Europa. Si apprezza Bad Godesberg. Vogliamo ricordare, per i giovani compagni, cosa fu quel congresso? Fu il congresso in cui la socialdemocrazia tedesca abbandonò ogni riferimento al marxismo. A tutto questo dobbiamo reagire, compagni!

Liberazione parlava l’altro giorno della “grande riforma”. Ma noi crediamo davvero che possiamo migliorare per questa via le condizioni delle classe subalterne di questo paese, che sono sempre più povere, sempre più sfruttate, emanciparle dalla loro condizione e magari aprirci a una nuova epoca di benessere? Compagni, si tratta di un sogno! Tutto questo è un sogno che è stato già smentito mille volte in tutte le esperienze di partecipazione ai governi di collaborazione con la borghesia, lo abbiamo già visto.

Potremmo ricordare quello che fu l’effetto non solo sulle condizioni delle classi lavoratrici, ma anche su quei partiti che si fecero portatori di queste politiche. Il Partito socialista italiano nel ’63 entrava in un governo di centrosinistra. Era un partito, quello, un partito operaio, con grande radicamento, con grandi intellettuali e dirigenti come Basso, come Panzieri, che subì una scissione per quella scelta e ne uscì completamente distrutto, perché dopo dieci anni l’approdo fu il craxismo. E dobbiamo anche riflettere sulle esperienze più recenti, da Schroeder a Lula. Vi ricordate quando su Liberazione si diceva “Lula, la speranza per la sinistra mondiale”? Un governo di collaborazione di classe. Si era teorizzato il “governo debole con il movimento forte”. La realtà compagni è sotto gli occhi di tutti! Il governo Lula è un governo forte ed è un governo forte che attacca i diritti dei lavoratori e dei contadini brasiliani, e non c’è un movimento, perché quel partito ha comunque un radicamento nelle classi lavoratrici che ancora, nonostante tutto, a parte alcune avanguardie lo considerano un governo amico. Questi sono gli effetti nefasti della politica di collaborazione di classe. Si è tanto esaltato Zapatero, anche sul nostro giornale, perché ha ritirato le truppe, perché fa le leggi per le coppie di fatto. Non ho visto dire ancora su Liberazione che quel governo sta oggi privatizzando i cantieri navali della Galizia con licenziamenti per decine di migliaia di lavoratori che si stanno battendo e stanno scioperando contro il governo delle sinistre in Spagna.

Io credo che se non vogliamo cadere nel soggettivismo dobbiamo partire da quello che è oggi realmente il capitalismo, da quello che è lo stato dell’economia mondiale e le contraddizioni che l’attraversano. In questo momento è in corso una delle più classiche crisi di sovrapproduzione a livello mondiale che sta avendo effetti devastanti e c’è un declino industriale che non è solo nostro, ma è europeo e mondiale. Siamo ai minimi storici nell’utilizzo degli impianti, con dei debiti che non hanno precedenti, degli Stati, delle famiglie e delle imprese. C’è un calo importante dell’economia, una competizione che è sempre più spietata (lo vediamo anche con il ruolo che sta giocando la Cina sui mercati mondiali) e sta entrando in crisi l’egemonia degli Stati Uniti, sul piano economico e sul piano politico, nonostante la vittoria di Bush. Hanno sempre più difficoltà a imporre la loro volontà sullo scacchiere mondiale. Gli Usa sono impantanati in Iraq e non ne usciranno molto presto. Questa è una tragedia, e noi ci battiamo contro tutto questo. Però anche nelle peggiori tragedie ci sono dei risvolti positivi e cioè il fatto che non sono in condizioni di occuparsi di quanto sta avvenendo in America Latina, non sono in condizioni di farlo come lo hanno fatto in altre epoche.

Nel loro cortile di casa, dove c’è lo sviluppo più importante sul piano internazionale. L’esperienza ha dimostrato che qualsiasi tentativo di riforma portato avanti dalle masse in America Latina si è infranto contro le compatibilità imposte dal sistema. Lo abbiamo visto in Venezuela, di fronte ai tentativi pur timidi portati avanti dal governo Chàvez - la riforma agraria ed altre misure - i tentativi che ci sono stati di rovesciare quel governo, prima con un golpe e poi con una serrata padronale durata oltre due mesi. Lo abbiamo visto in altri paesi. In Bolivia, dove una mobilitazione contro la privatizzazione del gas è sfociata in una situazione prerivoluzionaria ed è stato rovesciato un governo non per via elettorale, ma per via insurrezionale (e non è il primo) e noi dobbiamo ispirarci a queste esperienze. Lo abbiamo visto con l’argentinazo, con la rivoluzione in Ecuador che ha aperto il nuovo millennio.

C’è un movimento che si sta estendendo a macchia d’olio in tutto il continente e queste esperienze portano la nostra discussione sulla presa del potere su un terreno molto più concreto e non solo teorico. Da quello che sta avvenendo con la nazionalizzazione della Venepal, una delle più grandi cartiere dell’America latina, ai tentativi che sono stati fatti con la Pdvsa, all’esperienza delle fabbriche argentine occupate, dalla Zanon alla Brukman, dove la produzione avviene sotto il controllo operaio, alla formazione di organismi di contropotere nelle fabbriche e sul territorio, dai circoli bolivariani alle assemblee popolari. Queste compagni sono le forme embrionali di un contropotere operaio e popolare, questa è l’autentica democrazia partecipativa, quella che prefigura un progetto di trasformazione della società, un’alternativa al capitalismo!

Sindacati che pure ancora nel recente passato hanno avuto posizioni molto a destra, o sindacati come l’Unt venzuelana, che è di recente formazione, la Cob boliviana, o l’assemblea dei lavoratori argentini, hanno approvato nelle loro assisi nazionali parole d’ordine come la cancellazione del debito estero, l’occupazione sotto il controllo operaio delle fabbriche che chiudono, la nazionalizzazione delle banche, l’eleggibilità e la revocabilità dei rappresentanti operai. Hanno rivendicato un governo operaio, un governo dei lavoratori. Lì dove la lotta di classe ha raggiunto il punto più alto, lì dove i governi vengono rovesciati come si diceva per via insurrezionale, le masse pur prive di organizzazioni rivoluzionarie significative con un’influenza di massa, si sono mosse spontaneamente in direzione anticapitalistica, hanno abbracciato, compagni, il programma dell’Ottobre e lo hanno compreso sulla loro pelle per la profondità della crisi capitalista. E hanno compreso che l’unica via per migliorare le loro condizioni di vita è lottare contro questo sistema. Un sistema che non è riformabile, è marcio e decrepito e va semplicemente abbattuto.

Credo compagni che su questo c’è un nodo fondamentale del nostro dibattito e cioè che le classi dominanti non lasceranno mai il potere senza combattere ed è attorno a questo nodo che dobbiamo sviluppare la nostra discussione sulla nonviolenza.

Allende, che era un grande socialista e credeva nelle sue idee, pensava che si potesse cambiare la società per vie non violente. Il risultato tragico compagni è che la violenza ci fu e fu tutta contro la sinistra e oltre trentamila militanti vennero assassinati perché si decise di non dare le armi ai lavoratori che quattro giorni prima del golpe le chiedevano per difendere i loro diritti fondamentali.

Devo chiudere compagni col dare un messaggio, un messaggio di speranza a tutto il partito e ai nostri giovani militanti. Ci saranno in futuro grandi avvenimenti che metteranno in crisi gli equilibri del capitalismo, metteranno in crisi l’ordine costituito. Movimenti di massa, altre situazioni insurrezionali, altre rivoluzioni. Dovremo avere la capacità di riconoscerle, perché anche questo è un problema. E queste mobilitazioni attraverseranno tutte le organizzazioni del movimento operaio. Ci saranno cambi bruschi e repentini, momenti di avanzamento e momenti di arretramento della lotta di classe. Non sarà un processo lineare. Però tutto questo metterà in discussione, metterà in crisi egemonie consolidate, che si sono consolidate nell’arco di decenni, dei dirigenti riformisti, socialdemocratici e liberali sul movimento operaio. Molte certezze verranno messe in discussione, si sgretoleranno, e questo aprirà la strada a nuove forze, alle forze della rivoluzione, a chi è disposto a lottare contro questo sistema per cambiare la società. Noi dobbiamo avere la capacità, combattendo la linea che oggi ci viene proposta dal gruppo dirigente di maggioranza, di farci carico delle nuove necessità storiche, di costruire quell’alternativa rivoluzionaria che non si limiti alla propaganda, ma sia in grado di incidere nei movimenti reali della prossima epoca. A questo lavoriamo, compagni, su questo costruiremo nei prossimi anni l’alternativa alla linea governista che viene impressa in questo congresso dalla maggioranza del partito. Grazie.

Venezia, 6 marzo 2005

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