Riforma del centrosinistra o indipendenza di classe? - Falcemartello

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L’area della rivista l’Ernesto ha portato avanti sino in fondo una battaglia per poter giungere ad un congresso con mozioni emendabili, nella dichiarata volontà di porsi come emendatari del documento proposto dal segretario Bertinotti. Tramontata tale ipotesi, la corrente diretta da Grassi e Burgio ha ripiegato sulla presentazione di un proprio testo. Qual’è la proposta di quest’area del partito?

I dirigenti nazionali dell’Ernesto affermano che tre sono i punti di divergenza rispetto alla linea del partito: la rapidità con cui si è entrati nella Grande Alleanza Democratica (Gad), la spirale guerra-terrorismo come interpretazione della situazione internazionale ed il giudizio sullo stalinismo.

Agli accordi… ma lentamente!

Sugli accordi la posizione dell’Ernesto è simile a quella di Bertinotti. Grassi ha più volte sottolineato che è necessario impegnarsi a fondo per l’accordo di governo. Si rimprovera però a Bertinotti di “aver dato l’impressione che sia già cosa fatta” ponendo “il partito in una condizione di debolezza, poiché ne ha sensibilmente ridotto il potere contrattuale”. In pratica: non diciamo apertamente fin dall’inizio che all’accordo vogliamo arrivarci perché altrimenti il centrosinistra non ci prende sul serio. Si propone invece di negoziare con la sinistra alternativa (sinistra Ds, Pdci e Verdi) un programma minimo: rifiuto della guerra, anche se sotto copertura Onu, abolizione delle controriforme berlusconiane e nuova scala mobile; in un secondo tempo, fare pressione sull’area moderata della Gad (maggioranza Ds, Margherita e gruppuscoli vari) per “imporre all’insieme delle opposizioni l’adozione di obiettivi politici avanzati” (Odg di Grassi, Cpn 30-31 ottobre); aiuterebbero i movimenti, assenti nel ’98, concepiti come ulteriore massa di pressione. Alla fine il partito potrebbe stipulare un accordo di governo o, eventualmente, un’intesa che non arrivi fino ad includere ministri. Ma i compagni preparano già future ritirate, affermando che “non è pensabile proporre tout court una rottura di continuità con le politiche neoliberiste dei precedenti governi di centro-sinistra che hanno aperto la strada a Berlusconi” (Liberazione, Masella, 21/10/2004). Passiamo velocemente sul fatto che Prodi e Fassino hanno fatto capire molto bene che di cancellare le riforme di Berlusconi non se ne parla e che a livello internazionale l’obiettivo è superare l’unilateralismo USA sul modello dei protettorati “multilaterali”.

Tale proposta politica si combina con l’enfasi sulla necessità di fare fronte con tutte le opposizioni per battere Berlusconi ma cozza con l’esperienza: come ignorare il freno posto dal centrosinistra a tutte le mobilitazioni di massa che hanno messo in crisi il governo, dagli scioperi in difesa dell’articolo 18 alle manifestazioni di massa contro la guerra in Iraq? La prospettiva dei comunisti dovrebbe essere quella di lavorare per indirizzare i movimenti di massa verso l’obiettivo unificante della cacciata del governo attraverso la mobilitazione. Tale sbocco cambierebbe a favore del movimento operaio i rapporti di forza, ponendo le basi per un’alternativa operaia.

L’Ernesto rinuncia alla lotta per l’egemonia nel movimento operaio. Invece di incalzare i DS con un programma d’azione che parta dalla difesa intransigente degli interessi dei lavoratori, si accetta la sinistra alternativa come un recinto da cui fare pressione diplomatica sui vertici diessini, nel rispetto complessivo delle reciproche “aree di influenza”.

Inoltre, l’idea di poter discutere meccanicamente “prima i contenuti poi lo schieramento” rimuove che la coalizione di centrosinistra è basata sulla collaborazione di classe tra centro borghese e partiti operai socialdemocratici. Questi governi hanno sempre fatto pagare ai lavoratori la crisi dei padroni. Prodi è un rappresentante diretto del padronato. Come pensare che uomini e partiti legati alla borghesia possano portare avanti una politica in difesa dei lavoratori? Nutrire, come nel 1996-98, illusioni sulla possibilità che rappresentanti “illuminati” della borghesia possano essere nostri compagni di strada ci porterà alla crisi quando i lavoratori, sulla propria pelle, subiranno la politica antioperaia di questi signori. La nostra prospettiva non può essere quella di ottenere rassicurazioni formali su un pezzo di carta cui poterci aggrappare quando la nave affonderà. È la natura di classe di una coalizione che ci indica quale politica seguirà e non generiche dichiarazioni di intenti. Per queste ragioni riteniamo che il partito debba mantenere la propria indipendenza politica e avanzare la parola d’ordine della rottura col centro, legata alla proposta di un governo dei partiti di sinistra pronto a scontrarsi con i capitalisti per soddisfare le esigenze dei lavoratori.

Guerra e resistenza

Sulla spirale guerra-terrorismo i compagni dell’Ernesto fanno giustamente notare che tale simmetrica formulazione oscura l’origine imperialista delle guerre e cancella la Resistenza di massa irachena, di cui il rafforzamento è senz’altro auspicabile. Tuttavia, la spiegazione fornita da Burgio sulla guerra come manifestazione della crisi della politica conferma nuovamente l’analisi bertinottiana separando arbitrariamente la scacciata della guerra dalla storia dall’abbattimento del capitalismo, sua causa oggettiva.

Sull’Iraq, la volontà di giungere ad un accordo con l’Ulivo ha già ripercussioni concrete nell’ambiguità dell’odg del 30-31 ottobre: al ritiro immediato delle truppe si sovrappone “la richiesta di partecipazione di rappresentanti della resistenza irachena al processo di pace” come “condizione primaria e necessaria per la legittimazione di un eventuale tavolo internazionale chiamato a definire una realistica prospettiva di pace”. Questa proposta rilancia l’idea di un protettorato multilaterale. La posizione del Prc deve invece partire dalla difesa del diritto all’autodeterminazione del popolo iracheno. Il ruolo del movimento operaio in Europa e negli Usa è di contrastare la guerra con scioperi, manifestazioni e boicottaggi delle infrastrutture Usa e alleate (chiusura delle basi Nato).

Tuttavia, i comunisti non possono diventare sostenitori acritici dei movimenti di liberazione nazionale. Mentre sosteniamo il diritto del popolo iracheno a ribellarsi all’invasione imperialista, dobbiamo sottolineare che solo se la lotta di liberazione nazionale sarà condotta dalla classe operaia e dai contadini, senza subordinarsi ad un qualsiasi settore della reazionaria borghesia araba, essa potrà trasformarsi in una rivoluzione sociale che metta le risorse dell’Iraq sotto il controllo della popolazione lavoratrice.

Stalinismo e comunismo

Non è impresa ardua criticare il revisionismo ideologico sfrenato del segretario Bertinotti. Tuttavia, non può bastare denunciare gli “eccessi” della maggioranza. A chi critica contemporaneamente rivoluzione d’Ottobre e degenerazione stalinista, Lenin e Stalin, non si possono opporre frasi monche sulla “necessaria denuncia dei processi degenerativi e delle violenze che hanno macchiato la storia di alcune società post-rivoluzionarie” (Liberazione, Burgio, 30/10/2004). Diamo un nome alle cose. Quali sarebbero stati secondo i compagni i processi degenerativi? Che nell’Urss di Stalin o in regimi analoghi vi furono brutalità, dovute alla personalità di qualche capo di partito, criticabili nel contesto di esperienze globalmente positive? Lo stalinismo fu il risultato dell’intreccio tra l’arretratezza della Russia e l’isolamento della rivoluzione bolscevica. Questi fattori permisero il consolidamento al potere di una casta burocratica privilegiata, capeggiata da Stalin, che svuotò i soviet e rovesciò la politica ugualitaria ed internazionalista dei primi anni. Tirare una linea netta di demarcazione tra comunismo e stalinismo sulla base dell’analisi marxista e della lotta di Trotskij e dall’Opposizione di Sinistra è necessario per rilanciare la prospettiva comunista.

Crisi del riformismo

Grassi sottolinea che nel centrosinistra nostrano c’è una piena accettazione dei vincoli di Maastricht, rigida gabbia contro “politiche redistributive” (anche se si sfora al 4% nel rapporto deficit/Pil, aggiungiamo noi). La lotta tra blocchi imperialisti per conquistare la più piccola fetta di mercato rende particolarmente urgente per la borghesia di ogni paese una politica interna antioperaia. La situazione dell’Italia, in specifico, è quella di anello debole all’interno di un blocco imperialista, l’Unione europea, che in questo momento ha la crescita economica più asfittica. Gli attacchi brutali portati avanti in Germania, culla della concertazione, dal padronato e dal governo socialdemocratico di Schroeder su orario di lavoro, salario e stato sociale indicano la crisi che si prepara per un riformismo senza riforme. È allora fuorviante parlare di crisi del neoliberismo, lasciando intendere l’esistenza di margini per una stabile politica di riforme, magari con un ritorno a politiche keynesiane.

Il risveglio delle lotte operaie in Europa dopo un ventennio di arretramenti è un fatto. Le sconfitte parziali sono purtroppo inevitabili e non devono indurre ad evocare un quadro di “di involuzione dei rapporti sociali” (Odg Grassi). All’Alitalia, per esempio, i lavoratori sono stati abbandonati dalle dirigenze sindacali sotto una tremenda campagna della borghesia. Il problema non è stata la combattività dei lavoratori ma l’atteggiamento concertativo dei dirigenti. Il partito deve criticare l’incertezza e la concertazione praticata dai dirigenti riformisti ma anche da quei capi sindacali legati alla sinistra socialdemocratica. Ci dobbiamo preparare a raccogliere i frutti della crisi del riformismo, offrendo ai lavoratori una direzione alternativa che unisca lotte parziali e prospettiva rivoluzionaria.