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"Alternativa di società" da costruire con Prodi e Montezemolo?

 

 

La mozione sottoscritta dal segretario ha sicuramente un pregio: quello di delineare in poche pagine tutte le ragioni che mi distanziano dalla linea formulata dal gruppo dirigente. Sono le stesse ragioni per cui sosterrò il 5° documento “Rompere con Prodi, preparare l’alternativa operaia”.

Il testo difeso dal segretario approfondisce la svolta intrapresa nell’ultimo periodo. Quella di classe non è più la contraddizione centrale attraverso cui analizzare le altre contraddizioni della società. È semplicemente una delle tante. A chi crede ancora nell’importanza del “conflitto di lavoro” viene proposto di stipulare un’alleanza tra “le esperienze che chiedono la liberazione del lavoro salariato” e quelle “che chiedono la liberazione dal lavoro salariato”. Queste ultime sarebbero “la costruzione di beni comuni sottratti alla mercificazione, la costruzione e la relazione di attività sottratte, seppure parzialmente, al mercato.” Pur sforzandomi non riesco a trovare esempi, nel mondo reale, di “attività sottratte al mercato”. Il sistema capitalista non tollera al suo interno alcuno “spazio liberato”, se non per periodi molto limitati nel tempo. Controprova ne è il settore della cooperazione, nato con i più nobili intenti, ma in cui oggi dilaga la precarietà e lo sfruttamento con modalità simili a quelle del settore privato.


Mancando la bussola dell’analisi di classe, le tesi di Bertinotti sono piene di concetti “assoluti”, come appunto “pace” ma anche “democrazia” o “potere”. Non è una novità la critica, formulata più volte dal segretario, alla stessa possibilità della presa del potere da parte delle classi oppresse. Oggi però questo rifiuto della necessità di una rottura, di un cambiamento qualitativo all’interno dello scontro fra le classi non rimane confinato ad un dibattito”teorico”, ma ha delle conseguenze pratiche ben precise.


Il nostro partito infatti, non avendo nella realtà “un’alternativa di società” da proporre, poiché nega la necessità di strappare il potere dalle mani della borghesia, finisce per prepararsi ad andare al governo con dei partiti diretta espressione delle classi dominanti! Con tanti saluti all’alternativa “socialismo o barbarie” evocata nella prima tesi!


Quando si spiega che il governo non è l’obiettivo, “ma può essere un passaggio necessario” non si fa altro che riadattare un vecchio schema riformista, secondo cui il fine è nulla e quello che conta è il movimento.


C’era un epoca in cui i riformisti facevano bere l’amaro calice del governo promettendo riforme. Con quali obiettivi il Prc dovrebbe invece entrare nella coalizione prodiana? Per difendere e riqualificare la scuola e la sanità pubblica o per combattere la disoccupazione? Nient’affatto. “La costruzione della democrazia partecipata (…) è il primo contenuto di un programma riformatore”. La democrazia partecipata costituisce però un altro termine vuoto. Infatti, con quali strumenti le masse possono partecipare e decidere se i mezzi per esercitare tali diritti non ci sono? L’esperienza di Porto Alegre è emblematica. La città simbolo del bilancio partecipativo ha visto il Pt sconfitto nelle elezioni amministrative. Se la “partecipazione” non ha alcuna possibilità di incidere sul tenore di vita della gente, l’interesse per la “democrazia” scema presto. Per riempire di contenuti la democrazia partecipata bisogna assicurarsi il controllo delle risorse economiche.


La realtà è che solo attraverso le lotte i lavoratori hanno raggiunto le loro conquiste. Con gli scioperi e il blocco delle attività produttive la classe lavoratrice ha sempre imposto la sua democrazia, quella operaia.


Su questa strada si deve porre il Partito della Rifondazione Comunista, quella della preparazione di un’alternativa operaia, che parli dunque alla maggioranza della società, i lavoratori e le loro famiglie attraverso l’adozione di un programma di rottura con le compatibilità dettate dal capitalismo.

 

Liberazione, 15 dicembre 2004
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