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La Grande alleanza democratica gabbia mortale per Rifondazione

 

“Nasce la ‘Grande Alleanza democratica’, come ha annunciato Romano Prodi, e nasce con un profilo nettamente spostato a sinistra sulle due questioni essenziali: la politica economica e la guerra.” Con queste parole il quotidiano del Prc Liberazione ha salutato gli esiti del vertice dell’11 ottobre che ha messo il sigillo sull’alleanza fra Prc e centrosinistra.

Tanto entusiasmo appare del tutto ingiustificato alla luce dei reali contenuti dell’accordo siglato nel vertice. Come vedremo, la sostanza delle decisioni costituisce una drammatica rinuncia da parte del Prc e un passo indietro su terreni decisivi.


Ma andiamo con ordine.


Sulla questione della politica economica, si promette una grande manifestazione delle opposizioni contro la prossima legge finanziaria. Molto bene, ma quale sarà la piattaforma di tale manifestazione? Non lo sappiamo. Il documento approvato dal vertice indica tre priorità: “Difendere il potere d’acquisto dei ceti più deboli; difendere i risparmiatori con una nuova legge sul risparmio da approvare entro l’anno; mettere in moto la macchina dello sviluppo di qualità”. Difendere i ceti deboli è certo una bella cosa, anzi, più che di difesa si dovrebbe parlare di rilanciare salari e pensioni che in questi ultimi dieci anni sono stati massacrati dall’inflazione (reale). Dopodiché non si dice una sola parola su cosa significa. Per noi significa rompere la concertazione sindacale (che è stata una delle prime cause di questo disastro), lottare per aumenti salariali consistenti ed egualitari in tutti i contratti di lavoro, per una nuova scala mobile, per una legge che stabilisca un serio salario minimo intercategoriale, per dare un reddito ai disoccupati, per una pensione pubblica e diginitosa per tutti, contro la truffa dei fondi pensione privati o integrativi. E per Prodi? Una cosa è certa: sia quando era presidente del consiglio, sia da presidente della commisisone europea, non si è certo distinto per la sua propensione alla difesa dei diritti dei lavoratori, ed è stato anzi uno dei principali artefici della precarizzazione, della concertazione e delle politiche di austerità legate al patto di Maastricht.


In quanto ai risparmiatori truffati dalle varie Parmalat, Cirio, ecc. ci domandiamo se questa legge si propone di tutelare i piccoli risparmiatori oppure di coprire con denaro pubblico i buchi delle grandi banche.


Lo “sviluppo di qualità” poi è la classica frase fatta che non significa nulla. Non una parola sulla precarizzazione, sulla legge 30, sul Pacchetto Treu, sulla crisi industriale che sta mettendo in pericolo migliaia di posti di lavoro, sulle privatizzazioni, e si potrebbe continuare a lungo.


La posizione sull’Iraq


Sul ritiro delle truppe il documento dichiara quanto segue: “Tutti insieme e da subito abbiamo giudicato che questa era una guerra che non avrebbe mai dovuto cominciare. Di fronte a una situazione che si fa sempre più grave, serve un profondo cambiamento. Tutti insieme proponiamo che l’Italia si attivi per concorrere alla convocazione di una conferenza internazionale con la partecipazione di tutte le parti interessate che garantisca uno svolgimento trasparente e democratico delle elezioni irachene e permetta la nascita di un Iraq libero e democratico. La sostituzione delle forze di occupazione con forze multinazionali chiaramente percepite come forze di pace, di assistenza umanitaria e di sostegno alla ricostruzione è un passo essenziale in questo processo. In questo quadro va previsto il ritiro delle truppe italiane già ripetutamente richiesto”.


Questa posizione implica l’abbandono di quella che era stata fin’ora la parola d’ordine centrale avanzata dal partito, ossia il ritiro immediato delle truppe “senza se e senza ma”. Di fatto si abbandona l’idea centrale e si accetta di trasformare l’occupazione americana in un’occupazione “multilaterale” sulla linea di quanto accade in Afghanistan o nei Balcani. E non a caso ormai da mesi il partito non dice più una parola sulla necessità di ritirare le truppe italiane anche da quei paesi. È gravissimo che Bertinotti abbia accettato questa posizione che nega alla radice un principio elementare, e cioè che non può esistere un Iraq libero senza l’uscita di tutte le truppe occupanti. La proposta delle truppe “percepite come forze di pace”, poi, è il colmo dell’ipocrisia: chi e come misurerebbe la “percezione” degli iracheni se entrassero, poniamo, truppe pakistane, o egiziane, o saudite nel loro paese?


Comunque l’idea che i regimi arabi possano sostituire le truppe occupanti americane è del tutto ridicola, è impossibile usare questi eserciti per un compito repressivo su vasta scala e se qualche governo arabo ci provasse si troverebbe rapidamente di fronte a una rivolta in casa propria. La “conferenza di pace”, se e quando ci sarà, non sarà che una replica peggiorata del “processo di pace” con cui da oltre un decennio il popolo palestinese è stato sistematicamente ingannato da tutte le potenze imperialiste, da Israele nonché dallo stesso gruppo dirigente dell’Anp attorno ad Arafat.


È vergognoso di fronte a tale posizione parlare come fa Liberazione di un “sì al ritiro delle truppe” che Prodi avrebbe accettato. In realtà è solo una proposta per prendere tempo e tenersi le mani libere; intanto, abbiamo il gentile permesso di presentare una mozione parlamentare di pura testimonianza e di organizzare una manifestazione per la pace. Tanto la decisione è già stata presa ai piani alti della “Gad”.


Chi ha la memoria lunga si ricorda la famosa crisi delle 35 ore con il governo Prodi del 1997. Anche allora di fronte a uno scontro col Prc (allora fu sulla politica economica), Prodi prese tempo promettendo una legge sulle 35 ore di lavoro. Stiamo ancora aspettandola…


Questo cedimento non cade dal cielo, è la logica conseguenza della posizione assunta da Bertinotti durante il rapimento di Simona Torretta e Simona Pari; in quella occasione la partecipazione all’incontro con Berlusconi e con l’opposizione sanciva di fatto l’abbandono della parola d’ordine del ritiro immediato delle truppe dall’Iraq. Si trattava non solo di un cedimento verso il governo, ma anche di un aiuto a Fassino e Prodi che potevano procedere tranquilli sulla strada dell’unità nazionale, sapendo di avere coperto il fianco sinistro.


In quei giorni, fiumi di parole e d’inchiostro sono stati spesi sulla stampa di partito e nelle riunioni degli organismi dirigenti, per dire che no, non era vero ed era anzi un’infamia affermare che Bertinotti avesse dichiarato che il ritiro delle truppe veniva dopo il rilascio degli ostaggi. Addirittura un malcapitato giornalista di Liberazione che aveva osato riportare in un articolo un intervento in questo senso da parte di Bertinotti si vedeva “rettificato” il giorno dopo in un’errata corrige dal sapore vagamente orwelliano: il giornalista non c’era, se c’era non ha sentito, se ha sentito non ha capito, e se ha capito ha scritto male… (il tutto apparso su Liberazione i giorni 22 e 23 settembre scorsi).


Bene, dopo tanta profusione di sdegno e di retorica, abbiamo ora scritto nero su bianco nel documento della “Gad” l’abbandono della parola d’ordine del ritiro delle truppe, che come abbiamo spiegato viene subordinato a una conferenza di pace (di cui non c’è traccia all’orizzonte) e alla loro sostituzione con altre truppe occupanti.


Si fa strada la pratica mortale del doppio binario, di un partito che dice una cosa e ne fa un’altra, che ha una verità per i militanti perplessi o critici, o da agitare nelle piazze, e un’altra verità da portare nella politica “che conta”.


Subordinazione politica


La subordinazione del Prc al centrosinistra viene ulteriormente sancita da due altre decisioni assunte nel vertice dell’11 ottobre. La prima è quella delle “primarie”, previste entro il prossimo febbraio; una “americanata” (dopo tante parole spese dal segretario nel criticare la famigerata “americanizzazione” della società!) che in cambio di un palcoscenico che Prodi offre al segretario del nostro partito sancirà definitivamente l’integrazione del partito all’interno della coalizione. Il documento si conclude con la decisione di presentarsi uniti in tutte e 14 le regioni nelle quali si voterà a primavera: e con questo si pone una pietra tombale sull’autonomia del partito, nonché si espropriano con un tratto di penna gli organismi locali del partito stesso dalla possibilità di decidere quale linea tenere di fronte alle prossime elezioni.


Quale dibattito sarà possibile svolgere nel congresso del partito dopo queste scelte? Dopo che a febbraio Prodi e Bertinotti avranno celebrato nelle famigerate primarie il loro matrimonio politico e mediatico? La democrazia interna al partito riceve un ulteriore e gravissimo colpo. Già in settembre Bertinotti pubblicava, a titolo personale, 15 tesi che venivano distribuite in decine di migliaia di copie. Un diritto, ha detto, che gli deriva dalla posizione di segretario nazionale. Ora, senza che queste tesi siano state discusse in alcun organismo del partito, i militanti vengono chiamati a dibatterle in tutti i circoli e le federazioni, senza alcun contraddittorio, senza che la pari dignità delle diverse posizioni venga neppure presa in considerazione.


La nostra battaglia nel congresso del Prc assume innanzitutto il carattere di una battaglia per la difesa dell’autonomia del partito, dell’indipendenza di classe. Il momento è ora, e lo diciamo a tanti compagni che negli ultimi anni hanno voluto dare un credito alle posizioni di Bertinotti, nella speranza di poter arginare questa deriva, di condizionare il corso del partito, di garantire perlomeno un serio rispetto di norme democratiche nel dibattito e nella presa delle decisioni. La linea degli spostamenti millimetrici, degli emendamenti, del tira e molla ha fallito; i compagni dell’area dell’Ernesto hanno coltivato questa prospettiva per tre anni, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la situazione è peggiorata sotto tutti i punti di vista. Cari compagni, ve lo diciamo per il rispetto che è comunque dovuto a tutti coloro che si battono per la prospettiva comunista: il momento di battere un colpo è oggi, non domani o fra un anno. Nel 1996 la partecipazione al governo Prodi portò il Prc sull’orlo della distruzione. Quali possono essere gli esiti oggi, con un partito che ha poco più della metà degli iscritti che aveva nei primi anni ’90, con un ancoraggio di classe sempre più debole, con una capacità di mobilitazione ridotta al lumicino?


Il corteo nazionale del partito del 25 settembre ha mostrato un’immagine davvero impietosa del partito reale: forse 10mila i presenti in piazza, laddove in passato si riempiva piazza del Popolo, tanti compagni attoniti che si guardavano attorno domandandosi dove fosse finito il corpo attivo del partito che ogni anno si ritrovava in quella manifestazione; contestazioni in alcuni striscioni, volantini, persino fischi - pochi, ma mai era accaduto in passato! - quando Bertinotti ribadiva la posizione sulla guerra e l’incontro col governo; nessun applauso quando si parlava dell’accordo con l’Ulivo.


Una prova decisiva


Di fronte a questo quadro davvero ci pare un grave errore da parte di compagni come Grassi, Burgio, Casati, dei compagni dell’Ernesto, quello di mantenersi all’interno di una simile maggioranza; se l’intento è quello di salvare il partito e il suo futuro, cari compagni, siete sulla strada opposta. Il partito si salva con una battaglia aperta, mettendo in campo con chiarezza le proprie idee, proposte e programmi. Davvero è il caso di dire: se non ora, quando?


Tutte le aree politiche presenti nel partito sono messe alla prova e dovranno assumersi le proprie responsabilità. Questo vale sia per coloro che negli scorsi anni sono stati parte della maggioranza dirigente del partito, sia per la vecchia sinistra della “mozione due”. Nella riunione del Comitato politico nazionale di luglio la “mozione 2” si è divisa in tre diverse posizioni; a questo si aggiunge la posizione dei compagni di “Erre”, che pur fra molte ambiguità si sono pronunciati contro l’accordo con il centrosinistra. Ci pare grave che non si sia fatto alcun serio tentativo da parte del compagno Ferrando (Progetto comunista), di proporre un serio percorso per verificare la possibilità che emergesse con chiarezza una opposizione comune alla deriva governista di Bertinotti.


Emerge con particolare evidenza in questo contesto un limite storico dell’area di Progetto comunista costituito dal suo approccio settario sia nel dibattito interno al partito, sia nella proposta politica che avanza.


“Polo autonomo di classe anticapitalista”?


Se infatti i compagni di Progetto sono sempre veementi nelle loro arringhe contro la collaborazione di classe con Prodi e compagni, tanta chiarezza si dissolve quando si tratta di spiegare la loro proposta strategica. Nel documento che stanno diffondendo in preparazione del dibattito congressuale, si propone quanto segue: “La proposta di un polo autonomo di classe e anticapitalistico è rivolta dunque a tutte le forze protagoniste di tre anni di mobilitazioni contro Berlusconi, a partire dai lavoratori e dai giovani; a tutte le loro organizzazioni e rappresentanze di massa (Cgil, sindacalismo di classe, rappresentanze del movimento alterglobalizzazione, organizzazioni del movimento contro la guerra) , a tutte le forze e tendenze politiche che sono state in questi anni dalla parte dei movimenti contro Berlusconi e che hanno sostenuto il referendum del Prc sull’articolo 18 (sinistra Ds, Pdci, Verdi)”. C’è veramente da strabuzzare gli occhi! Nel calderone del compagno Ferrando ci sono forze come Di Pietro, Occhetto o i Verdi (tutti a favore dell’art. 18 e contro la guerra) che non ci sembrano precisamente di classe; il gruppo dirigente della Cgil, che non ci pare poi tanto anticapitalista (e lo stesso valga per la sinistra Ds), le non meglio definite “rappresentanze” del movimento noglobal e del movimento contro la guerra, fra le quali si trovano noti esponenti dell’anticapitalismo proletario quali gli Scout, i frati Francescani, i disobbedienti e via di seguito.


Il “polo autonomo di classe e anticapitalistico” è solo una frase fatta: basta provare a domandarsi cosa vuol dire concretamente, come si dovrebbe applicare nella pratica tale proposta per cadere immediamente in un marasma di contraddizioni.


Alla fine, tutto si riduce alla pura e semplice propaganda, l’idea che il compagno Ferrando ha della lotta per l’egemonia è la seguente: queste sono le mie posizioni, se siete unitari dovete darmi ragione. E questa pare essere anche la sua linea guida nel dibattito congressuale del Prc, come spieghiamo più ampiamente nella lettera aperta che pubblichiamo di seguito in queste pagine.


Il congresso del Prc sarà quindi un banco di prova decisivo. Il profilo politico di tutte le aree presenti nel Prc emerge con particolare nettezza; le circostanze interne ed esterne lo rendono un congresso obiettivamente diverso dai due precedenti.


Ai nostri lettori, compagni e simpatizzanti che seguono le nostre battaglie, ai militanti del Prc come pure a quelli che ci hanno incontrato in ambiti diversi (quello sindacale, quello giovanile, le nostre campagne internazionaliste e il nostro sistematico lavoro per la difesa e la diffusione delle idee marxiste) vogliamo dare un messaggio chiaro: non si può stare da parte mentre il congresso di Rifondazione comunista dibatte e decide su temi di importanza fondamentale per il futuro della sinistra e del movimento operaio nel nostro paese.


I terreni di scontro in questo congresso sono decisivi: quale alternativa a Berlusconi, alleanza con l’Ulivo o indipendenza di classe, quale programma per fare fronte alla crisi sociale che colpisce sempre di più milioni di persone, quale strategia nella lotta sindacale e nei movimenti di massa, quale risposta alla guerra imperialista in Iraq… non è un dibattito accademico, non è indifferente quale sarà l’esito di questo congresso!


Siamo certi che questa convinzione è condivisa da tutti voi e che non ci mancherà il vostro sostegno in questo importante appuntamento.

17 ottobre 2004

 

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