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Si è aperto ieri il settimo congresso nazionale del Prc. Offriamo ai nostri lettori l'intervento di Claudio Bellotti che ha illustrato le ragioni della quarta mozione.

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Buona sera compagni,

io credo che molti di voi fossero presenti al congresso di Venezia, e lo dico perché entrando qui mi è venuta in mente quella tribuna altissima, vertiginosa da cui si parlava. E da quella tribuna strabiliante il partito spiccò un volo pindarico il cui atterraggio è stato il 14 aprile. Oggi naturalmente la tribuna è molto più bassa, questo ci deve aiutare a tenere i piedi per terra perché la responsabilità che abbiamo è una responsabilità grande – già è stato detto – e non è una responsabilità che ci deriva da una mozione degli affetti o dei buoni sentimenti. È una responsabilità politica al 100% che noi tutti ci dobbiamo assumere qui di dire e di scegliere l’esito di un congresso una volta che questo esito non è scritto nel dibattito fin qui svolto. Né nel dibattito né nei numeri.

 
 Claudio Bellotti


Parlando dei numeri richiamo a un intervento che è uscito nell’ultimo giorno in cui si è pubblicata su Liberazione la tribuna congressuale, con gli interventi delle varie mozioni, un intervento molto limpido come sempre, per altro, del compagno Alfonso Gianni in cui diceva che i voti si contano e non si pesano. Ora, naturalmente, i voti si contano e sappiamo l’esito di questo conteggio. Però il peso delle proposte politiche esiste, quel 59% che si contò a Venezia – che per altro valse quasi un 100% quando si trattò di gestire il partito, ma questa è un’altra discussione a cui arriveremo dopo – è stato contato e poi è stato pesato. Appunto valeva il 59% in un congresso e vale zero nel nostro dibattito di oggi. Allora abbiamo tante domande a cui dobbiamo rispondere, ne sono state elencate molte, ne potrei aggiungere altre. Molte sono difficili, ma, compagni, qualcheduna non è poi così difficile da porre per trovare poi una risposta. La prima che vi faccio è questa: nella situazione di oggi e nella nostra crisi si esce con una rivisitazione di quella impostazione, magari cambiando molti aspetti perché siamo fuori dal parlamento, perché c’è un altro governo e quant’altro, ma comunque se ne esce con un elemento di continuità, soprattutto negli elementi di fondo o c’è da cambiare?

Io rispondo che c’è da cambiare. Io credo che si esce solo con una chiara, netta e profonda svolta a sinistra di questo partito sul piano programmatico – per altro completamente da ricostruire dopo il disastro degli ultimi anni – e naturalmente sul piano della pratica militante e della nostra vita di partito. Io penso così e domando a tutti noi, al compagno Vendola – che non vedo – a tutti i compagni della seconda mozione in particolare: siete d’accordo o no alle risposte che proviamo a dare a questa domanda? Non è una domanda difficile a cui rispondere. Ed è singolare ed anche un po’ sbalorditivo che negli oltre tre mesi che sono passati dalla sconfitta elettorale io non abbia sentito una sola risposta da parte vostra, compagni, a questa domanda. Perché parlare di ripartire dovrebbe essere anche accompagnato da dire "ripartire in quale direzione?". O mi sbaglio? E non riesco a prendere sul serio formulazioni che sono state usate negli ultimi giorni – mi riferisco a quello che è uscito su Liberazione, gli altri giornali li lasciamo da parte – quando il dibattito sul giornale, nei vari interventi ha iniziato ad orientarsi a questo congresso nazionale, quando si è detto e scritto che oggi la discussione è se nel processo costituente la parola "costituente" è un sostantivo o un aggettivo. Ma abbiamo convocato 43.545 compagni a votare per decidere se "costituente" è un aggettivo o un sostantivo? Questa cosa svilisce il dibattito, lo svilisce perché svilisce gli argomenti stessi. Mettiamo sul tavolo un dibattito che sia politicamente leggibile e trasparente e poi ognuno farà le sue scelte e potrà portarle avanti perché si capirà perché sono state prese e fatte queste scelte e non facciamo una discussione farsesca sul cosiddetto quadro politico e sul Partito Democratico.

Una discussione in cui l’argomento è se un dirigente di seconda fila di quel partito per conto di un altro dirigente di prima fila ha rilasciato ha rilasciato un’intervista al giornale di un terzo dirigente per attaccarne un quarto. Ma cos’è discussione politica questa, compagni? Guardiamo alla realtà sociale ed alla realtà del conflitto sociale se vogliamo parlare di questo partito democratico. Quando nella società – non nelle aule parlamentari, dopo ci sono anche quelle – si muove il partito della precarizzazione quanto è grande in Parlamento questo partito? Io credo che ricopre tutto il Parlamento attuale. Quando sul territorio si muove il partito della rendita, della speculazione, del cemento armato quanto è grande questo partito? Lo dicano i compagni che si trovano a fronteggiare questi progetti come l’Expo di Milano e non parliamo di Val Susa e quant’altro. Quanto è largo questo partito? È vero o non è vero che nella prova pratica si dimostra che copre l’intero attuale arco parlamentare. Ed anche quando si muove il partito osceno della discriminazione, del razzismo, perché non mi basta che qualcuno si lavi la coscienza andando a farsi prendere le impronte digitali in qualcuna delle manifestazioni che sono state fatte quando è anche da quegli amministratori e da quei sindaci che sono venute le campagne xenofobe, liberticide, discriminatorie o ce la siam già dimenticata l’estate dell’anno scorso? E potrei continuare a lungo.

Allora questo non è un anatema nei confronti del Partito Democratico, compagni. Questa è la realtà che abbiamo di fronte e se alle elezioni si è manifestata con la scelta di distruggerci sul piano elettorale con la cosiddetta autosufficienza, non mi consola, non mi fa cambiare idea il fatto che qualcheduno in quel partito accende una lucina per incantarci oppure – mi perdonino i compagni che fanno militanza sindacale – se qualche sindacalista di lungo corso che sta lì dentro con 30cm di pelo sullo stomaco dice "ma la sinistra è qui dentro" e mettono una bella calamita attorno a noi e le altre forze della sinistra. Allora è su questa base che noi dobbiamo affrontare la questione dell’opposizione. Non solo perché c’è stato quel risultato elettorale. E vorrei anche dire, visto che c’è stata questa ondata che ho sentito anche qui, di autocritiche di compagni sul governo Prodi, a differenza di tre anni fa, a chi oggi dice "abbiamo comprovato con mano che al governo nazionale non siamo riusciti a spostare, a cambiare ecc", ed allo stesso tempo dice che però a Roma non è possibile ma è possibile a Milano, in Piemonte, in Abruzzo e perché no? Anche in Puglia, in Calabria, in Campania: cari compagni l’onere della prova spetta a voi, perché fino adesso la prova ha dato ragione a noi non a voi. E con "noi" naturalmente non intendo solo i compagni che hanno sostenuto la nostra mozione ma anche tanti altri che hanno sollevato questo punto negli anni scorsi.

chianciano1Certo che questo non scioglie tutti i nodi che abbiamo di fronte, perché la sconfitta ha avuto un carattere distruttivo e lo sappiamo bene. Ha avuto un carattere distruttivo, io credo, perché non è stata una sconfitta in battaglia. È stata una sconfitta causata dall’obnubilamento, dall’annullamento delle nostre ragioni prima che il conflitto si producesse. Io credo che questo ha causato quello smarrimento da cui oggi tutti dobbiamo tentare di risalire. E dunque so bene che una scelta di opposizione coerente e strategica all’attuale quadro politico non ci esime, non risponde alle necessità di un’indagine seria e rigorosa di cosa accade nella società, cosa accade nel conflitto di classe, cosa accade – certo – anche nella testa delle persone o se volete dirlo di questa offensiva reazionaria e ideologica culturale e quant’altro; la quale offensiva, certo, fa parte della spoliazione sociale che hanno subito i lavoratori e le masse popolari di questo paese. L’ha accompagnata, ma è anche un elemento, perché quando io nel giro di 20 anni ti dico che ti tolgo la scala mobile, che abolisco la solidarietà tra generazioni con le contro-riforme del sistema pensionistico ed abolisco la solidarietà nei luoghi di lavoro introducendo la precarietà e via di seguito e poi alla fine di tutto questo ti tolgo anche la facoltà di ragionare, ti dico "vuoi prendertela con qualcuno? Vai a far la ronda! Vai ad incendiare un campo Rom!". Questo è evidente che è un elemento decisivo di questa offensiva che ci viene addosso con tanta forza. Ma o lo affrontiamo costruendo una capacità di reagire a questo attacco sociale o saremo emarginati ancora di più. La verità antica, dobbiamo ricordarla, è che la solidarietà è un’arma. Se la solidarietà non è più un’arma per le nostre battaglie diventa una parola vuota o diventa la predicazione dei buoni sentimenti alle pance vuote.

È questo il piano su cui dobbiamo impostare la battaglia democratica, la battaglia antirazzista, la battaglia per i diritti altrimenti non ci ascolterà più nessuno – nel migliore dei casi. Ora che le pance siano vuote non c’è ombra di dubbio, ancora ieri Liberazione ha pubblicato, con un lavoro utile, dei dati che confermano quello che già tutti sappiamo e che tutti abbiamo letto anche in altre inchieste della CGIL, l’inchiesta della FIOM che ci dice che il 60% dei lavoratori metalmeccanici di questo paese ritiene di non potere arrivare a 60 anni lavorando nelle condizioni in cui sta adesso nel luogo di lavoro. Ed altre che ci ricordano qual è la condizione sociale. Ma l’inchiesta, compagni, ci serve per costruire intervento, per costruire lavoro, per costruire radicamento non solo per venire qui a fare un discorso o a sollecitarla.

Due giorni fa c’è stata la firma di un accordo separato che riguarda un milione e 600mila lavoratori e lavoratrici di questo paese: parlo dell’accordo del commercio. In cui la rottura – chissà se interessa a qualcuno questa cosa – si produce perché viene introdotto il pessimo modello delle domeniche lavorative introdotto da Formigoni nella regione Lombardia. Vedete, lì dentro, dove c’è il nuovo proletariato largamente femminile, immigrato, giovane e precario, una nuova concentrazione di lavoro dipendente come tante altre ne abbiamo viste crescere, cresceva anche il conflitto. Quando a febbraio quei lavoratori fecero uno sciopero nazionale per il loro contratto che è finito come sta finendo, io ho dato peso al fatto raccontatomi da alcuni compagni che erano in quei presidi, ho dato peso che dei lavoratori entravano nella cattedrale del consumismo, al centro commerciale, non per dilapidare i quattro soldi che hanno in tasca, ma ci entravano con le bandiere del loro sindacato. Quanti organismi del nostro partito hanno fatto una discussione su questo argomento, quanti dipartimenti lavoro, quante organizzazioni locali? Poche, pochissime, forse nessuna, a giudicare da quello che ho visto. Questo è quello che dobbiamo fare e dobbiamo farlo non perché dobbiamo trasformarci in una succursale di un sindacato combattivo che non c’è. Ma perché noi dobbiamo coltivare ogni filo d’erba che cresce sul terreno del conflitto perché se non facciamo questo che cosa pensiamo di fare nei prossimi anni? Questa è la proposta che abbiamo.

Ho visto sempre nel dibattito di questi ultimi giorni che è stata attribuita una specie di denominazione alla mozione, alla proposta. Qualche compagno ci ha definito "quelli del partito operaio". Non è una denominazione che viene da noi ma io la assumo volentieri perché credo che riassume bene le cose che ho tentato di dire e riassume bene anche quello che abbiam tentato di essere in questo congresso. Negli ultimi 5 minuti che mi restano voglio dire come penso che possa vivere questa opzione nel nostro congresso e nel futuro del partito. Perché naturalmente non può vivere solo reiterandosi o riaffermando i propri argomenti. Io credo che deve vivere nella pratica sociale e militante che il partito dovrà avere nei prossimi anni, ma credo che può vivere anche come parte di una proposta politica in questo congresso nazionale. Appunto una proposta attorno a dove sono partito che dica non solo che Rifondazione si rimette in moto, ma che si rimette in moto per andare a sinistra con chiarezza sulla base degli elementi che accennavo prima. Se c’è questa chiarezza, compagni, io penso che allora sì, sulla base della chiarezza delle scelte e della nettezza dell’indirizzo politico si potrà fare una discussione seria e non strumentale su quello che è la nostra vita interna e la costruzione del partito. Perché il partito non è una macchina su cui qualcuno si siede per guidarla da una parte o dall’altra, e lo sappiamo bene. Il partito è un corpo vivo fatto di militanti, fatto anche di strutture – al di là di tante stupidaggini che si sono dette negli anni scorsi sul partito leggero – e questa realtà viva deve essere nutrita perché è rimasta priva di alimento politico.


Claudio Bellotti

 

Deve essere nutrita di consapevolezza politica, di un indirizzo chiaro ed anche di uno spirito di cui avremo quanto mai bisogno, compagni, perché i tempi che si preparano sono duri, di uno spirito che sia lo stesso che un qualche momento della nostra vita ha fatto dire a tutti noi "si anche io sono comunista, voglio essere anche io di quelli che lottano per cambiare il mondo".

A me è successo quasi 24 anni fa, ad altri compagni, come abbiamo visto, è successo molti decenni prima e ad altri magari è successo il mese scorso, ne abbiamo incontrati anche in qualche congresso che dicevano "forse questo è il momento di impegnarmi dopo quello che è successo". Ci siamo arrivati per vie diverse e ci siamo arrivati in momenti diversi, ma dobbiamo ricordarci perchè ci siamo arrivati. E se ce lo ricordiamo tutti insieme allora qualsiasi scelta ed anche qualsiasi divisione politica che ci dovesse essere qui non avrà un carattere distruttivo ma rimarrà nel terreno del dibattito, del confronto anche dell’asprezza ma non su un terreno improprio, impraticabile che pure ci è stato proposto e che io credo che abbiamo saputo rifiutare in tanti in questo partito. Lo rivendico. Lo rivendico ai compagni – non solamente loro naturalmente – che hanno portato la nostra proposta nel dibattito del congresso, che hanno dimostrato la capacità di allargare il consenso – sono cosciente dei numeri naturalmente, ma pur sempre di allargarlo rispetto a quello che c’era negli organismi dirigenti – e che hanno dato dignità a questo dibattito come vogliamo dare da qui a domenica. Grazie.

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