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Un primo bilancio in vista del congresso nazionale

Con oltre 42mila voti espressi in duemila congressi di circolo possiamo affrontare un primo bilancio della nostra partecipazione al percorso congressuale. Partiamo dai numeri, al netto di modifiche che prevediamo ormai non sostanziali dai congressi mancanti, e al netto anche della nostra valutazione duramente critica sui tesseramenti gonfiati e sul voto passivo.

 

 
Il primo dato che vogliamo evidenziare è come la mozione 4 sia stata quella che ha dimostrato maggiore capacità di espansione del proprio consenso fra i militanti rispetto alla presenza negli organismi dirigenti uscenti.

Se facciamo pari a 100 la percentuale che ogni mozione ha raccolto nel Cpn di avvio del congresso, e lo rapportiamo con la precentuale dei voti espressi nei circoli, rileviamo come questo indice salga a 144 per la nostra mozione, a 117 per la mozione 2, cresca leggermente per la mozione 5 (104, 9), mentre risulta nettamente deficitario per la mozione 1 (86,29) e per la 3 (84,92).

La nostra mozione raccoglie pertanto nei circoli un consenso del 44 per cento superiore a quello che ha raccolto nel Cpn. I 1.400 voti con i quali chiuderemo i congressi di circolo rappresentano una piccola minoranza del partito; una minoranza tuttavia in crescita, se ricordiamo gli 835 voti che tre anni fa raccolse la mozione "Rompere con Prodi"; aggiungiamo che cresciamo in un congresso che vede calare il numero di partecipanti al voto (nel 2005 furono poco più di 50mila).
Il nostro approccio al dibattito congressuale non è mai stato di tipo elettoralistico. Partire dalle cifre serve per discutere la prospettiva politica. Chi ci ha sostenuto sa che il primo imperativo è quello di dare continuità alle posizioni che abbiamo espresso nel dibattito congressuale; il voto raccolto tra un significativo settore operaio del partito (vogliamo qui ricordare fra gli altri i circoli di fabbrica della Terim e dell'Inalca di Modena, della Bonfiglioli di Bologna, di Pomigliano d'Arco, il circolo Trasporti di Milano) ci consegna la responsabilità di discutere con tutti i compagni quale applicazione pratica possiamo dare nei prossimi mesi alla proposta della svolta operaia.

L'offensiva sociale del governo, la crisi economica, l'attacco al contratto nazionale, gli sbandamenti dei dirigenti della Cgil ci debbono spingere a fare il massimo investimento sul nostro intervento nei luoghi di lavoro, sia attraverso i circoli di fabbrica, sia con una battaglia limpida e coerente nelle organizzazioni sindacali. Cominceremo con una assemblea sindacale nazionale che ci proponiamo di organizzare dopo la pausa estiva per discutere una piattaforma all'altezza della sfida e per creare le condizioni per un intervento coordinato su questo terreno decisivo; siamo certi che potremo interloquire con numerosi compagni anche fra coloro che hanno sostenuto altre mozioni.

Prima, il passaggio decisivo del congresso nazionale. Abbiamo fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità (non da soli naturalmente) per fare sì che al congresso innanzitutto si arrivasse, contro i profeti di sventura (qualcuno abita anche nelle stanze del nostro partito) che già parlavano di tribunali e carte bollate. Da Chianciano il partito dovrà uscire diverso da come ci entra, posti sia i risultati numerici del congresso che la situazione politica. Già a Venezia, in conclusione del 6° congresso, dicemmo che dopo aver contato i voti si sarebbe pesata la forza e la validità delle posizioni lì espresse; sono bastati meno di tre anni per dimostrare che i numeri di quella maggioranza non coincidevano col peso dei suoi argomenti, dimostratisi tanto fallimentari da portarla ad implodere.
Oggi la posizione che pure ha la maggioranza relativa dei consensi non ha né i numeri per fare da sé, né le condizioni politiche per chiedere alle altre mozioni di accodarsi a un progetto che oltre a non avere il consenso della maggioranza degli iscritti non ha alcuna reale percorribilità.

Ci rechiamo quindi al congresso nazionale per ribadire quanto abbiamo sostenuto fin dal primo giorno: ci batteremo per garantire che il Partito della rifondazione comunista possa rinascere come partito di classe e come partito del conflitto. Su questa base ci confronteremo nel congresso nazionale con tutti coloro che condividono questo punto di partenza: se questo punto dirimente sarà base per una seria proposta di gestione del partito significherà un grande passo avanti; altrimenti rimarrà per noi un punto fermo da arricchire per una ulteriore battaglia che, se anche dovesse risultare di minoranza a Chianciano, ci azzardiamo a prevedere tutt'altro che minoritaria e incapace di incidere nel corpo vivo del partito.

Abbiamo toccato con mano nei congressi l'attenzione verso le nostre analisi proposte, tanti steccati sono caduti: a noi la responsabilità di non crearne di nuovi e di lavorare con metodo sul nuovo terreno che si apre.

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