Tribuna congressuale Prc - «Partito sociale»o partito militante? - Falcemartello

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Da anni il gruppo dirigente critica la "forma partito", giudicata un relitto del ‘900, e la militanza politica "totale" e "ideologica" degli anni '70. L'idea di "partito sociale" approfondisce tale revisione ideologica e organizzativa, avanzata dalla mozione 1 ma comune anche ai documenti 2 e 5. Cosa c'è dietro i riferimenti fumosi al "saper fare società", "costruire confederalità dal basso"? Nelle parole dei compagni Porcaro e Piobbichi: «Qual è il gesto del militante del partito politico? Distribuire un volantino, poniamo, contro il carovita. E qual è, invece, quello del militante del partito sociale? Costruire un gruppo d'acquisto solidale…».

Il modello è la "concretezza" del partito socialista olandese (il cosiddetto partito del pomodoro), cioè contrastare la crisi sociale con gruppi di acquisto solidali, palestre popolari, corsi di alfabetizzazione, mercatini dei libri usati od organismi caritatevoli che raccolgono nei supermercati prodotti destinati al macero per darli ai poveri. Si propone in sostanza di archiviare la lotta di classe con una svolta verso l'associazionismo. In tale visione è forte il pessimismo nella capacità dei lavoratori di cambiare la società: il carovita non si combatterebbe lottando per la scala mobile, il carolibri a scuola non si contrasterebbe con case editrici pubbliche gestite dai lavoratori, ecc. Il circolo di partito tenderebbe ad avere una funzione assistenziale, sostitutiva dello stato sociale, avulsa dallo scontro politico nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri.

Una logica che se portata a fondo crea le condizioni di una vera e propria spoliticizzazione della nostra battaglia, un percorso per un "ritorno al privato".

La proposta di "Case della Sinistra" della mozione 1 è funzionale a questa prospettiva liquidazionista. Ritorna l'idea di creare isole felici sotto il capitalismo. Ma se non conquistiamo il sindacato ad una politica di classe come fermeremo l'offensiva padronale in marcia? Quante case della sinistra ci vorranno per bilanciare la distruzione di ciò che rimane delle nostre conquiste sociali? Si potrebbe, sostiene Piobbichi, ridurre lo stipendio dei nostri eletti per lanciare la costruzione del partito sociale che avrà «bisogno di tanti soldi» per dare «risposte alla quotidianità». Una logica errata che non considera i lavoratori stessi come protagonisti della loro emancipazione e si illude di svuotare l'oceano col cucchiaino. Il tetto massimo di retribuzione per dirigenti di partito ed eletti, da fissare al V livello metalmeccanico, è invece condizione per il controllo della base sul vertice, combattere il burocratismo ed avere a disposizione più risorse per far crescere e radicare il partito. Sarebbe anche un ottimo modo per omaggiare la Comune di Parigi, ora molto citata, che per prima istituì il salario operaio per tutti i funzionari statali.

Dopo aver nutrito illusioni nella possibilità di cambiare il paese col centrosinistra, il partito sociale è una nuova scorciatoia che ci dispenserebbe ancora dal discutere programma e metodi di lotta con cui conquistare al comunismo gli oppressi.

Russo Spena e altri hanno agganciato l'idea del partito sociale al federalismo della Comune di Parigi ed al cooperativismo del partito socialista belga di inizio '900, ma non racconta la storia per intero: anche allora il rinchiudersi negli orizzonti angusti del cooperativismo a discapito della lotta rivoluzionaria generò istituzionalismo ed integrazione con la classe dominante, come si vide con l'appoggio dei socialisti belgi all'annessione del Congo, ricordata ironicamente da Victor Serge nelle sue memorie, quando scrive che il gestore di una cooperativa trattò il suo gruppo di giovani socialisti «da vagabondi perché distribuivamo sulla soglia del suo locale manifestini rivoluzionari»!

Sul cooperativismo potrebbero bastare, vicino a noi, i risultati nelle ex regioni rosse. Gli elementi di socialità sono crollati, l'affarismo dilaga. Il "Terzo settore" e il privato sociale, più o meno "no profit", prosperati in questi anni grazie alla distruzione dei servizi pubblici, si muovono a tappe forzate nella stessa direzione: completamente inseriti nella logica della sussidiarietà, spesso luogo di supersfruttamento e precarietà dilagante dei loro dipendenti, tendenzialmente portati a instaurare col potere politico (quale che sia) un rapporto di tipo lobbystico.

Non ci sono soluzioni facili, ma il partito di cui abbiamo bisogno non è quello dei "lavoratori sociali". Proviamo a costruire un partito che sia intellettuale collettivo, per tornare a batterci per le 35 ore o la sanità gratuita. Per farlo ci vogliono militanti formati politicamente, se si preferisce ideologizzati, consapevoli del perché dedicare energie al partito senza chiedere nulla in cambio.

La vera "utilità sociale" di un partito comunista si misura insomma nella sua capacità di organizzare la classe lavoratrice nella lotta per il comunismo.

*comitato politico regionale Emilia Romagna

(pubblicato su Liberazione del 17 giugno 2008) 

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