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Uno dei temi che si impone con una certa urgenza al nostro dibattito, è senza dubbio la questione ambientale. I roboanti annunci del governo sul rilancio del nucleare, l'emergenza rifiuti in Campania, i piani padronali di devastazione del territorio (inceneritori previsti non solo in Campania ma anche da molte altre giunte di centrosinistra, Tav e ponte sullo stretto) ci indicano che è necessario costruire anche su questo piano una netta opposizione all'offensiva della borghesia, sia che venga dispiegata dal governo delle destre sia che trovi voce negli esponenti del Pd.

Il nuovo modello di sviluppo proposto nei documenti 1, 2 e 5 riflette chiaramente le influenze della teoria della decrescita: dalla «critica allo sviluppismo» del primo documento che avanza un concetto di «ecologia politica» basato sul «risparmio, il ripristino, la conservazione, il riuso», all' «elaborazione ecopacifista» del secondo per una «sinistra che pratica il risparmio energetico, lo sviluppo delle energie rinnovabili, altri consumi, cooperazione», fino alle proposte della quinta mozione «per un altro modo di fare economia, sociale, non più affidato alla crescita, ma basato su una capacità di interazione con i cicli ambientali», gli echi sono particolarmente forti.

Questa corrente di pensiero, elaborata e sviluppata da accademici come Serge Latouche e Mauro Bonaiuti, di fronte alla collisione tra un capitalismo votato all'accumulazione illimitata e la limitatezza delle risorse naturali, mette in discussione il concetto di crescita come «mito fondativo della nostra società» e riscopre quello della «giusta misura», da applicare in primo luogo alle dimensioni delle strutture produttive, essendo quelle medio-piccole «le sole in grado di operare scelte in favore di un'autentica sostenibilità ecologica» (Bonaiuti). Anche da un punto di vista politico vale lo slogan «piccolo è bello» dato che si ritiene che la democrazia possa funzionare solo in piccole unità di circa 30mila abitanti (Fotopoulos).Il carattere utopistico di questa idealizzazione del locale in un contesto di capitalismo globalizzato non sfugge però allo stesso Latouche: «Un capitalismo eco-sostenibile è (…) irrealistico sul piano pratico (…) tuttavia l'eliminazione dei capitalisti, il divieto della proprietà privata degli strumenti di produzione, l'abolizione del rapporto salariale o del danaro getterebbe la società nel caos».

Il «ciclo virtuoso della decrescita» non può quindi avviarsi se non con misure riformiste: tassazione dei movimenti di capitali speculativi (Tobin Tax), riforma e controllo democratico delle istituzioni internazionali come Wto, Onu, Fmi, applicazione del principio «chi inquina paga» ecc. Al di là dell'innocuità di un tale programma (in parte già applicato dal bluff del protocollo di Kyoto), ci si è lasciati sfuggire un piccolo particolare: anche volendo ammettere che con queste misure si riuscisse ad innescare un circolo virtuoso nel senso della «riduzione del peso e delle dimensioni dei grandi apparati finanziari e produttivi» come le multinazionali, queste ultime, oltre a detenere le leve economiche di questo sistema, possono avvalersi della protezione di fior fior di eserciti ed apparati statali per difendere i propri privilegi. Solo avendo chiara la necessità di scardinare il loro potere si può seriamente pensare ad uno sviluppo realmente sostenibile, qualsiasi idealizzazione di improbabili società conviviali e solidali non è altro che una giustificazione dello stato di cose attuali.

La globalizzazione capitalista ci consegna un sistema in cui lo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali per la ricerca di profitti privati ha provocato squilibri ambientali a livello globale (buco dell'ozono, effetto serra, riscaldamento del pianeta), problemi che non ha senso affrontare se non da un punto di vista mondiale e rivoluzionario, altro che mitologiche comunità piccole e conviviali da un lato o conferenze internazionali dei potenti della terra con annessi protocolli dall'altro!

Solo in un contesto non governato dal profitto l'utilizzo delle risorse può essere pianificato in base alle effettive esigenze della popolazione e sottoposto a un reale controllo dal basso che garantisca uno sviluppo delle forze produttive compatibile con l'ambiente.
Lavorare in questa prospettiva significa lottare per: finanziamenti ingenti alla ricerca pubblica sulle fonti rinnovabili. No al nucleare; coordinamento di tutte le vertenze ambientali e dei comitati di lotta (contro la Tav, i rigassificattori, gli inceneritori, le discariche, le basi Usa e Nato); rinazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori di tutte le aziende che gestiscono il ciclo dei rifiuti, la distribuzione dell'acqua e dell'energia; nazionalizzazione e riconversione sotto il controllo pubblico delle aziende che inquinano.


*coordinamento nazionale GC

(Pubblicato su Liberazione del 1 luglio 2008)

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