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«Primo impegno, ricostruire un rapporto con un partito logorato»

 

Claudio Bellotti, leader di “FalceMartello” affronta i nodi congressuali. Dalla critica al gruppo dirigente, colpevole di aver spostato troppo in là il congresso, all’attenzione verso un Paese che non ha ancora espresso un conflitto adeguato

Claudio Bellotti è lo storico leader di “FalceMartello”, componente di sinistra all’interno di Rifondazione comunista, determinante nel 2008 al Congresso di Chianciano, dove Nichi Vendola venne sconfitto a favore di Paolo Ferrero, occasione che determinò l’entrata in segreteria di Bellotti. Questo sodalizio si interrompe nel settembre del 2009, quando si inaugura l’esperienza, poi rivelatasi fallimentare, della Federazione della sinistra, e in occasione di una ripresa del dialogo tra Rifondazione e le altre forze del centrosinistra in vista delle elezioni amministrative. Ora che siamo vicini al IX° congresso del Prc abbiamo chiesto a Bellotti di dire la sua sui nodi che dovranno essere affrontati a Perugia dal 6 all’8 dicembre.

Claudio, uno dei temi polemici di questa fase precongressuale, cominciata si può dire subito dopo la sconfitta di Rivoluzione civile, sono state le dimissioni del gruppo dirigente, rese effettive di fatto solo da Claudio Grassi. Voi, se non sbaglio, proponevate qualcosa di più e cioè anticipare il più possibile la data del congresso….

Voglio precisare che la decisione di rinviare il congresso in realtà poi è stata presa da un comitato politico nazionale nel quale noi ci siamo dichiarati contrari. Abbiamo chiesto che il congresso si facesse in tempi rapidi e credo che questi sei mesi ci han dato ragione. Il partito è un corpo martoriato e questa decisione non ha sanato alcuna ferita. Al contrario, mi sembra che abbia creato ulteriore distacco tra i compagni e una grande melina all’interno del gruppo dirigente e nella segreteria. Tanto che ancora adesso non sappiamo quali siano i termini esatti della discussione che avremo. Perché anche nello scorso comitato politico nazionale il dibattito non è stato concluso per quel che riguarda l’attuale maggioranza, ammesso che ancora esista. Per cui il mio giudizio è molto negativo, credo che sia stato un fatto di irresponsabilità verso il partito aver prolungato così a lungo i tempi.

Veniamo ai nodi politici che sia Ferrero che Grassi hanno affrontato nelle nostre precedenti interviste, come la necessità di fare come nel resto d’Europa, cioè creare un ampia coalizione di sinistra che riesca a farsi strada anche qui da noi. Non dobbiamo però dimenticare le grandi difficoltà che incontreremo nel realizzare questa cosa, visto che non abbiamo grandi sponde favorevoli se consideriamo che Sel tutto pensa fuorché a questa ipotesi e le iniziative lodevoli di Landini e Rodotà restano per il momento tali.

Io credo che noi dobbiamo allargare l’orizzonte di questa discussione che non può limitarsi al posizionamento della nostra forza politica o peggio ancora al posizionamento elettorale che ci porterebbe dritto a ripetere tutti gli errori che abbian fatto negli ultimi tre o quattro anni. Perché poi sappiamo che queste discussioni finiscono sempre nelle cosiddette scelte obbligate, che a mio avviso non lo erano, come è stata quella di Rivoluzione civile. Allargare la discussione significa porsi il problema in questi termini: in Italia non esiste una forza politica che sia chiaramente espressione del mondo del lavoro, della classe operaia e in generale dei lavoratori. Tutti ne parlano, nessuno ne fa niente. Questo è il quadro di oggi. Allora una forza che svolga questo ruolo non si inventa e non si improvvisa per volontarismo o per puro sforzo soggettivo. Perché questa crisi della sinistra ha cause profonde ma anche lontane. A nostro avviso il ruolo di un partito come il nostro può ancora essere positivo nel porre questo problema e nello sfidare di fronte a questa esigenza bruciante quello che è il mondo della sinistra, che è frantumato ma pur tuttavia continua ad esistere. E anche le organizzazioni sindacali, come la Fiom ed altri settori più militanti e combattivi che patiscono questa mancanza. Abbiamo cercato di mettere questo ragionamento al centro della bozza di mozione che abbiamo presentato al cpn. Noi l’abbiamo chiamato “partito di classe”, lo si può chiamare come vuoi, però questo è il concetto. Il problema non verrà risolto litigando tra chi vuole stare più vicino a Cremaschi o a Vendola, tanto per schematizzare. Bisogna porre la questione come una sfida situata ad un livello di massa, e al tempo stesso capire che il terreno su cui si giocherà questa grande battaglia, non è sgombro. E’ un terreno in cui agiscono forze di ogni genere, perché comunque incatenare la sinistra, il movimento sindacale, parlo in particolare della Cgil, comunque al carro del Pd e del centro-sinistra abbiamo visto dove ci ha portato. Si parte sempre promettendo il cambiamento e ci si trova invece con l’unità nazionale o che fanno politiche esattamente opposte a quelle che noi auspichiamo. Si tratta insomma della classica battaglia di egemonia. Noi siamo un partito piccolo, di questo dobbiamo essere consapevoli, siamo un partito che ha perso autorità e credibilità ma abbiamo ancora un corpo militante che se ben orientato con chiarezza in questa direzione potrebbe svolgere una funzione molto posivita. Mi permetto di fare un’osservazione sulle forze europee a cui ti riferisci. In Spagna, Francia, Grecia, ora anche in Portogallo, c’è stata un’ascesa elettorale di forze comunque affini al nostro campo, la cosiddetta sinistra d’alternativa. Questo è un punto positivo che ovviamente riflette anche un conflitto sociale che c’è stato e c’è in quei paesi. In Italia finora non c’è stato in forma generalizzata e invece lì si è espresso anche sul piano elettorale. Registro una cosa: tutte queste forze, penso in particolare a Syriza che è poi la più consistente, hanno un nodo non sciolto che è quello per cui noi ci siamo rotti la testa: cioè se è possibile produrre una diversa politica economica e sociale all’interno di questo quadro, che è il quadro in primo luogo della crisi e poi dei vincoli europei come si sono sviluppati negli ultimi due o tre anni, come il patto di stabilità e via dicendo. La mia risposta è no, è utopico pensare che si possa salvare capra e cavoli. Questo significa che queste forze hanno una grande possibilità e sono depositarie di grandi speranze ma corrono anche grandi rischi, perché trovarsi a governare, come potrebbe succedere ad alcune di loro, in Grecia sicuramente ma un domani anche in Spagna dove c’è una crisi della destra, senza aver sciolto questo nodo si rischia di replicare una sconfitta che noi abbiamo già conosciuto quando abbiamo pensato di poter condizionare determinate politiche economiche all’interno di un contesto che invece non lo permetteva.

Rispetto comunque a questi scenari europei che ci inducono a dire che noi dobbiamo e possiamo fare altrettanto, io dico una cosa. Noi ci troviamo in una situazione di ben peggiore difficoltà. Il Pd è sicuramente peggio dei già moderati partiti socialisti europei. E poi abbiamo il M5S che ha praticamente sottratto gran parte dei nostri consensi, perché Rifondazione ha commesso molti errori nel corso della sua storia. E’ dunque molto complicato costruire la coalizione che tutti auspichiamo, ragion per cui molti di noi guardano a Landini e Rodotà con speranza senza sapere però dove andrà a parare questa esperienza. Che cosa ne pensi?

Come dicevamo, la vera differenza tra noi e gli altri è che per motivi specifici in Italia non si è manifestato un conflitto sociale così generalizzato, come è stato sicuramente in Grecia, ma anche in Francia, Spagna e Portogallo. Però non bisogna assolutizzare questo dato. Le cause si possono discutere lungamente e una parte enorme delle responsabilità ce l’ha il gruppo dirigente della Cgil. Non penso sia un’esagerazione dire che la storia di questo sindacato negli ultimi due anni sia stata la peggiore che si ricordi. Non aver reagito sull’articolo 18, sulle pensioni è stato drammatico. Però dobbiamo appunto relativizzare anche questo dato. In che senso? Nel senso che comunque questo è un Paese in cui matura un conflitto. Se ci insegna qualcosa quello che succede nel mondo, dalla Turchia al Brasile, siamo di fronte ad una situazione sociale intollerabile che ad un certo punto provoca movimenti di massa giganteschi anche dove non c’erano forze che li organizzassero in maniera strutturata. Io credo che questo si sta preparando molto rapidamente anche in Italia. Ed è una parte importante della nostra discussione che non possiamo ridurre alla nostra azione soggettiva e dobbiamo invece capire qual è il terreno su cui ci possiamo muovere.

Di Landini che pensi?

Il segretario della Fiom viene parlando da almeno tre anni della mancanza di rappresentanza politica del lavoro. A lui dovremmo fare due domande molto precise: parli molto ma qual è la tua risposta? Pensi sia sufficiente influenzare una coalizione di forze o non è invece necessario lavorare a costruire una nuova forza? E la seconda domanda è: quale sarebbe il ruolo di questo nuovo soggetto, se comunque di incastonarsi in un quadro di alleanze simili a quelle del centro-sinistra, magari rimaneggiato un po’, e se invece non è necessario che il movimento operaio e i lavoratori esprimano una rottura con quel mondo che ha la sua grossa parte di responsabilità per la situazione in cui siamo? In qualsiasi vertenza tu vada quello che ti senti dire dai lavoratori è “noi siamo senza un partito e con un sindacato che non fa quello che dovrebbe fare”. E poi c’è la Fiom che ha giocato un ruolo in parte diverso. Queste sono domande che chiunque si pone. Chi ci rappresenta? Chi ci organizza?

Tornando al congresso, al di là dei contenuti, auspichi anche tu una leadership diversa?

Penso che questo gruppo dirigente sia molto logorato dagli errori, che sono gli errori delle scelte ma anche del rapporto che ha stabilito con il partito, rifiutandosi di assumersi delle responsabilità piene come è successo nel caso del congresso e del suo rinvio. Dopo di che l’obiettivo che ci siamo posti nell’elaborare questa mozione alternativa non è quello di spostare gli equilibri. A noi interessa soprattutto cercare di porre la discussione su questo livello politico. Poi la selezione dei gruppi dirigenti si fa in base alle politiche e alle strategie che si seguono e sicuramente alla capacità di tradurre tutto questo in una azione organizzata e in un lavoro di costruzione. Però devo dire che la mia critica nei confronti di questa segreteria è molto forte e non è una questione di quanti anni uno è stato lì. Ma di essersi distaccato da quello che è un rapporto con un partito che si trova, e lo ripeto, in una condizione molto critica. Sul numero degli iscritti, sui voti, sul livello di partecipazione è molto sceso e questa cosa ha indotto anche una difficoltà nella discussione politica ad affrontare questi nodi. Queste sono le cose che vanno sanate ed affrontate.

 

3 ottobre 2013

 

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