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Rendiamo disponibile Il documento finale che abbiamo presentato come mozione due (Sinistra, classe, rivoluzione - Per un nuovo inizio) al Nono congresso nazionale di Rifondazione comunista, svoltosi nello scorso fine settimana. A breve pubblicheremo anche gli interventi dei sostenitori della mozione due intervenuti nel dibattito.

 

 Nel frattempo si possono ascoltare su Radio Radicale.

 

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Il bilancio del percorso congressuale che si conclude in queste assisi nazionali conferma la profonda crisi, politica e organizzativa, in cui versa il Prc. Un congresso di cui era stato sbandierato il carattere “straordinario” vede un ulteriore calo della partecipazione al voto (28 per cento in meno rispetto a Napoli 2011) ma soprattutto un dibattito che nella gran parte dei casi è stato ai limiti della formalità. Si manifestano, come già in passato, fenomeni di voto passivo, di organizzazione del consenso, legati allo scontro interno alla mozione 1 e a logiche di autoconservazione dei gruppi dirigenti o di gestione trasversale alle mozioni 1 e 3.
Al di là di questi fenomeni degenerativi, va preso atto però del dato fondamentale; in un partito a rischio di esistenza, la maggior parte della militanza sceglie di confermare la propria adesione a una prospettiva politica e a un gruppo dirigente manifestamente falliti.
È mancato nel modo più clamoroso un dato che dovrebbe essere parte costitutiva di un congresso, vale a dire la discussione aperta e onesta del bilancio politico e organizzativo. Lo scontro interno alla mozione 1 ha favorito la diffusione speculare di due leggende; la prima che descriveva una “linea giusta ma ostacolata da un settore moderato nella segreteria”; la seconda che descriveva una linea altrettanto giusta ma ostacolata “dal settarismo del segretario”. Una battaglia di puro posizionamento interno, quindi, incapace di andare alle radici della crisi politica del partito e di tracciare una strategia, di proporre un’analisi seria della situazione obiettiva, degli sviluppi politici, della condizione sociale e soprattutto del conflitto di classe a livello internazionale e nel nostro paese. Né la risposta può venire dalla retorica basista e da un richiamo al comunismo che va definito per quello che è: una malriuscita caricatura demagogica, che ignora tutto della storia e delle radici teoriche del marxismo come strumento di lotta per la trasformazione sociale.
Un partito che non reagisce alle proprie sconfitte, in cui nessuna idea viene elaborata fino in fondo, in cui la coerenza e l’assunzione di responsabilità vengono negate per metodo, in cui il livello del dibattito viene costantemente abbassato per evitare di affrontare i nodi decisivi, è un partito che si condanna con le sue stesse mani.
Sono questi i dati reali da porre in premessa alle prospettive future del Prc e della nostra azione.

L’esplosione della lotta degli autoferrotranvieri nelle “cinque giornate” di Genova ci rafforza nella nostra convinzione, già chiaramente espressa nella mozione congressuale, che anche nel nostro paese maturano le condizioni per movimenti dirompenti della classe lavoratrice. Non è stata una “normale” mobilitazione sindacale, ma un'esplosione improvvisa, in gran parte spontanea, che riprendendo momenti di mobilitazione del recente passato si è posta su un livello più alto, sfidando la passività vergognosa dei dirigenti sindacali e contrapponendosi nettamente al quadro politico locale e nazionale. Contrapposizione radicale sia nella parola d’ordine del rifiuto della privatizzazione, sia nell’adozione di una forma di lotta radicale come lo sciopero ad oltranza, da molti anche nel nostro partito ritenuta irrealistica e improponibile.
L’esempio di Genova dimostra una volta di più la necessità e la possibilità di una linea alternativa, fondata su rivendicazioni di rottura e sul conflitto, che sfidi i gruppi dirigenti sindacali e il centrosinistra, comprese le sue espressioni a torto rappresentate come “più radicali”, come è precisamente il caso di Genova.
La distanza tra questa necessità e il dibattito vissuto nel nostro congresso è l’esatta misura della crisi politica di questo partito e dei sui gruppi dirigenti.

Anche le continue evoluzioni del “quadro politico” confermano come l’unità nazionale fosse una formula di crisi politica permanente, non una formula “costituente”, ossia capace di gettare le basi di un sistema politico duraturo e capace di garantire la pace sociale e la sintesi degli interessi della classe dominante, ma piuttosto un equilibrio perennemente instabile, nel quale la “soluzione” di ogni problema non fa che porne di nuovi. La rottura nel centrodestra con il passaggio di Berlusconi all’opposizione e la parallela ascesa di Renzi nel Pd erodono le già fragili basi del governo Letta-Alfano. Per quanto questo possa tentare di corazzarsi (con l’immancabile appoggio di Napolitano) la sua durata non può essere che limitata, e il suo margine di manovra si restringerà ulteriormente. Come già il suo predecessore Monti, Letta passerà dalle stelle alle stalle in poco tempo.
Sul Pd, lacerato dall’ascesa di Renzi e dalla necessità di sostenere il governo Letta senza pagare un prezzo politico troppo alto, si scaricheranno nuove tensioni, ancora più profonde di quelle esplose dopo le elezioni politiche, che hanno portato alle dimissioni di Bersani. Il coagularsi della “sinistra riformista” nel Pd e nelle organizzazioni ad esso collegate è un fatto sempre più visibile che contribuirà alla crisi politica del Pd stesso, al di là delle vicende immediate.
Le continue scomposizioni e ricomposizioni degli schieramenti politici sono una testimonianza evidente della crisi politica della classe dominante, che in Italia vede una manifestazione particolarmente acuta di quello che tuttavia è un fenomeno internazionale. Per non perdere l’orientamento in questi sviluppi convulsi non va mai dimenticato che le sue radici affondano nella crisi economica, nella crescente polarizzazione sociale, nell’inasprirsi delle tensioni e delle divisioni di classe, nella generale crisi di consenso che il sistema sta attraversando.
La lettura di classe è quindi indispensabile, pena perdersi all’inseguimento di sviluppi momentanei ed effimeri, che è stata esattamente una delle cause delle continue sconfitte subìte nella fase recente.
Dobbiamo quindi individuare con esattezza il punto di attacco della nostra strategia. La proposta del partito di classe non è una diversa concezione di come ricomporre per l’ennesima volta gli stessi frammenti della sinistra. È una parola d’ordine di valore strategico, con la quale intendiamo indicare il punto centrale della nostra azione: la lotta per la costruzione della espressione politica della classe lavoratrice nel nostro paese. E, come parte integrante di questa battaglia, la lotta perché in questo processo storico si affermino la prospettiva e il programma rivoluzionario.
La rottura col Pd, e più in generale con la logica della collaborazione di classe, è parte essenziale di questa battaglia, tanto più nel momento in cui lo scontro interno al Pd stesso rinnova la spinta a cooptare settori del movimento operaio, a partire dalla maggioranza della Cgil, nello scontro interno a quel partito, perpetuandone così l’ingabbiamento e la subordinazione a una prospettiva dettata ed egemonizzata dall’avversario di classe.

Analoga importanza riveste la questione sindacale, il legame tra la costruzione di conflitto e organizzazione nei luoghi di lavoro e la battaglia anti burocratica nelle organizzazioni sindacali. Il partito non ha neppure più un simulacro di linea per l’intervento sindacale. Una seria analsi delle contraddizioni nella Cgil, nella Fiom, della dinamica reale del conflitto di lavoro, del ruolo dei sindacati di base… tutto questo è completamente assente, sostituito da una sterile diplomazia con questo o quel settore dei gruppi dirigenti sindacali disposto a prestarci attenzione (peraltro sempre meno). Il congresso della Cgil che si apre in questi giorni vede riproporsi alla guida del maggiore sindacato italiano una linea e un gruppo dirigente che hanno assistito senza alzare un dito alla demolizione dell’articolo 18, delle pensioni, di oltre mezzo milione di posti di lavoro nell’industria, al precipitare dei salari a livelli di povertà. Forse mai nella storia del dopoguerra si è misurato un simile distacco tra sindacato e lavoratori.
Seppure è vero che la mozione alternativa al congresso della Cgil non ha oggi le consistenza sufficiente a invertire da sola questo corso, sarebbe una ipocrisia scandalosa negarle il proprio sostegno in nome dei suoi pur riconosciuti limiti. Per dei militanti comunisti, accomodarsi in una logica emendataria o peggio nell’attesa di tempi migliori, di fronte a questa maggioranza della Cgil equivarrebbe a una capitolazione, rifiutarsi di prendere posizione in nome dell’“autonomia sindacale” (come già avvenuto in passato), il colmo dell’ipocrisia.
Proprio perché siamo una piccola minoranza dobbiamo sapere indicare con chiarezza i punti di rottura sui quali agire.

Va respinta l’idea che basti di per sé il conflitto a risolvere il problema. La Grecia ha vissuto non meno di 29 scioperi generali negli ultimi tre anni, senza che la situazione dei lavoratori sia cambiata di un solo millimetro. L’enorme potenziale di lotta dispiegato dai lavoratori e dai giovani è stato consapevolmente dissipato dai dirigenti sindacali che hanno usato tali mobilitazioni come pure valvole di sfogo della rabbia popolare; altrettanto gravi sono le responsabilità dei gruppi dirigenti della sinistra in quel paese, che pur beneficiando elettoralmente delle lotte di massa non si sono mai posti il problema di sviluppare l'enorme potenziale di lotta per portare lo scontro fino al livello massimo, fino allo sciopero politico al rovesciamento del governo e alla formazione di un governo delle sinistre (che in Grecia significa un fronte Syriza-Kke) con un chiaro programma di rottura con le compatibilità capitalistiche.
Ma va analogamente respinta l’idea che il conflitto non possa esprimersi fintanto che non siano state create le organizzazioni, partiti e sindacati, disposte a organizzarlo e guidarlo. Il conflitto di classe non aspetta che nel chiuso di qualche stanza qualcuno ne abbia organizzato gli stati maggiori.
Solo la comprensione del legame dialettico tra lotta di classe e ruolo della direzione, tra fattori oggettivi e soggettivi, può darci una chiave per porci all’altezza della sfida costituita dalla crisi del capitalismo.

La crisi del Prc ha anche radici teoriche. Non esiste più, ormai da anni, la vecchia elaborazione bertinottiana che aveva sorretto le varie svolte dal 2001 in avanti. Pur essendo radicalmente errata, essa aveva una coerenza interna sufficiente a garantire la coesione di quella che allora era la maggioranza dirigente del partito. Sconfitta, e disastrosamente, alla prova dei fatti, quella elaborazione è crollata, ma ad essa non è stato sostituito alcuno sviluppo teorico coerente. Da questo punto di vista il partito è una babele nella quale si mescolano spezzoni della vecchia linea movimentista, riciclaggi di posizioni staliniste e togliattiane, la sempiterna vocazione alleantista, spinte alla spoliticizzazione e alla glorificazione del puro “fare”, inseguimento di nuove mode e panacee, come la posizione anti-euro presentata come fine a se stessa o in una improbabile proposta di un nazionalismo che in qualche modo potrebbe assumere contorni progressisti.
Il compito della chiarificazione e dell’arricchimento teorico sta quindi di fronte a noi allo stesso livello di importanza dei compiti politici e di costruzione sopra accennati.

Questi sono i compiti che intendiamo assumerci nella prossima fase. Tuttavia lo stato del partito ci impone di scegliere un terreno diverso da quello del solo dibattito interno.
Non abbandoniamo il partito, né ci sottrarremo dalla partecipazione e dal confronto negli organismi dirigenti che verranno eletti da questo congressso. Tuttavia riteniamo che una verifica onesta e responsabile di quanto ciascuno ha sostenuto in questo congresso debba necessariamente essere condotta su un’arena più vasta. La nostra elaborazione sarà quindi praticata e arricchita innanzitutto nel conflitto reale, nella costruzione di un intervento sistematico nei luoghi di lavoro, fra i giovani, fra i tanti militanti della sinistra che non sono più disposti ad aggirarsi senza scopo nel labirinto delle varie “costituenti”.
È una proposta che quindi parlerà anche e probabilmente soprattutto fuori dal Prc, anche se è in primo luogo ai compagni e compagne del nostro partito che l’abbiamo rivolta in questo congresso, e che continueremo a rivolgerla.

Perugia, 8 dicembre 2013

 

Presentato in commissione politica da Sonia Previato, Paolo Grassi, Franco Ferrara


Respinto con 31 voti a favore

 

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