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Vorrei dire intanto una cosa al segretario sulla relazione di ieri: ringraziare i compagni e le compagne, come hai fatto tu all'inizio, sicuramente è giusto e anche doveroso, però è anche molto facile. Il gruppo dirigente non ha la responsabilità di farsi scudo delle virtù dell'organizzazione.

E' un po' più difficile assumersi il senso di responsabilità e ancora più diffcile liberarsi della demagogia. Se non ce ne si libera non c'è via d'uscita. Per cui tu, Paolo, non puoi venire qui a fare ironia su Rivoluzione Civile, sulle riunioni fatte in sette stanze, perché l'avete voluta, praticata e imposta così. Non puoi venire qui a parlare di Genova perché tutti abbiamo memoria, e io ricordo quando sono state fatte le primarie del centrosinistra a Genova, quando si spaccò il PD, e tu hai detto prima che era una televendita e che non ci riguardava e il giorno dopo che era una meravigliosa vittoria della sinistra la candidatura di Doria.
bellottiCompagni, se questo è un partito in cui si può dire qualsiasi cosa, non c'è mai la verifica, non c'è ma il riscontro, non c'è mai non la resa dei conti ma il rendiconto, non c'è discussione possibile: non se ne esce. Ieri hai demolito l'ultimo pezzettino di ciò che rimaneva del congresso di Napoli: il fronte democratico venne spazzato via ancora prima che il congresso iniziasse, la Federazione della Sinistra è già stata abbondantemente sepolta, e ieri hai fatto anche autocritica sulla cosiddetta gestione unitaria, lo scioglimento delle correnti e altre amenità che vennero ampiamente discusse in quel congresso. Ma se di un congresso fatto due anni fa non rimane in piedi niente, che relazione si viene a fare? Di cosa si viene a parlare? Sull'assunzione di responsabilità: io ho una responsabilità, io e i compagni che hanno proposto il secondo documento, però non ci possiamo esimere dal chiedere un riscontro di quei dibattiti, che sono pubblici. Adesso scopro addirittura l'orgoglio di partito: dopo che ci hai detto per tre anni che eravamo settari perchè dicevamo che il partito doveva crescere su se stesso e invece Ingroia ci avrebbe portato fuori dall'isolamento! Si può discutere in questa maniera? No, non si può!
I numeri ci dicono delle cose, cari compagni. Noi abbiamo fatto il congresso di Chianciano in 46mila, poi abbiamo avuto una scissione pesantissima,  abbiamo fatto il congresso di Napoli in poco più di 16mila, facciamo questo congresso forse in 12mila e non aggiungo altri dati e altre cifre sui risultati elettorali o lo stato dell'organizzazione perché non ne ho il tempo. E perché tutti noi li conosciamo. Abbiamo rinviato questo congresso (hai voluto rinviare questo congresso) contro l'opinione di molti di noi sul farlo in primavera per lo "straordinario congresso": stiamo chiudendo oggi come lo avremmo chiuso a giugno.
Compagni, io invece questo lo voglio dire a tutti noi: un partito che subisce una serie di colpi così e non è in grado di reagire, che futuro può avere? Noi dobbiamo guardare le cose ad occhi aperti, non raccontarci delle panzane. Un partito che non è in grado di reagire: e reagire non significa solamente alzare una bandiera e sventolarla, reagire significa portare la discussione all'altezza necessaria! Perché il fatto che noi siamo una forza che ha subito queste sconfitte non deve farci dimenticare il resto del mondo e la sfida che abbiamo di fronte. Il nostro partito ha un problema teorico, in primo luogo, prima di tutto il resto, perché non ha lo strumento per leggere quelli che sono i suoi compiti. Il nostro dibattito da questo punto di vista è una babele. Noi abbiamo, ormai, proprio dal punto di vista dell'impostazione, la glorificazione del "fare" nella sua forma più minima. Caricature e riletture improbabili della storia del Partito Comunista, revival togliattiani con invenzioni storiche assolutamente improbabili, il sempiterno alleantismo (che rimane sempre, al di là di tutto), l'ultima moda, ecc...
Lo ha detto uno scrittore che secondo me era un reazionario ma credo abbia detto una cosa sacrosanta: il marxismo lo conosciamo tutti, ma la verità di quel giorno del marxismo è sempre una scoperta, quella che è necessaria per indicarti i tuoi compiti in quella determinata fase. Qui invece siamo sempre a cercare una nuova moda: l'ultima moda – questo è un punto importante – è questa questione dell'uscita dall'euro. Anche qui, non si possono fare equilibrismi, bisogna avere una lettura che vada al nocciolo delle cose. Vorrei ricordare una cosa a tutti noi, in particolare ai compagni del 3° documento (che giurano su Marx, Lenin e Gramsci quasi in ogni pagina del loro testo), che il marxismo ci parla sì della crisi, della sovrapproduzione, del calo del saggio di profitto, della proprietà privata dei mezzi di produzione, ma ci parla anche del fatto che in questa società, in questi rapporti di produzione, lo stato nazionale è un ostacolo che va superato, è un ostacolo allo sviluppo della società, della civiltà e dell'economia.  Ed è su questo che il marxismo per cent'anni ha discusso ed è da lì che nasce la crisi del processo di integrazione europea su basi capitaliste. Io vorrei che tutti i compagni (e questo è trasversale in questo partito, perché c'è nelle altre mozioni), che dicono che bisogna recuperare i margini di sovranità, pezzi di sovranità, spiegassero una cosa: se si dice, come tutti noi diciamo, che non esistono i margini del riformismo, che sono stati demoliti dalla crisi, dalle politche europee, che questi margini in Europa non esistono, spigate perché dovrebbero esistere su base nazionale. Per me è una pura illusione, una fantasia. Se noi ci mettiamo su questa linea di ragionamento, possiamo trovarci sulle posizioni più strane.
Questo è un grande problema, perché in una discussione in cui non si sivluppa un pensiero fino in fondo, nessun ragionamento è sviluppato fino alle sue conseguenze, la responsabilità di quello che si dice, si propone, si fa poi non viene mai assunta.
Noi abbiamo avuto ieri un intervento del compagno Vasilis, che ci ha portato i saluti di Syriza. É stato un intervento che io ho trovato combattivo e anche appassionato, e che credo che tutti noi lo abbiamo apprezzato molto. Io vi invito a riflettere su alcune delle cose che ci ha posto, perché innanzitutto ci ha ricordato che siamo in una fase estremamente instabile. Sicuramente a ognuno di noi è venuto da sorridere quando ha detto che in poco tempo si può passare dal 2 al 30 per cento: però è la verità, questa è la storia di Syriza. É una situazione destabilizzata in cui la crisi e il conflitto sociale possono cambiare rapidamente e anche in maniera inaspettata il quadro politico. Però, compagni, noi non possiamo aggrapparci ogni giorno a un mito diverso: neanche al mito dei compagni di Syriza o del compagno Tsipras. Lo dico qui e me ne assumo la responsabilità: io seguo, per quello che posso, e invito tutti voi a farlo, i dibattiti di quel partito, ma non perché ne ho il mito, ma perché effettivamente la Grecia è un punto alto del conflitto e noi dobbiamo sapere esattamente cosa si produce lì. Io ho letto i materiali congressuali di quel partito e gli interventi che Tsipras ha fatto. Se si pensa che Syriza possa vincere le elezioni (e potrebbe, come ci ha detto ieri il compagno Vassilis) e tenti di fare quello che si sta dicendo, e cioè di portare la Grecia fuori dall'austerità senza rompere troppi cocci e dunque salvaguardando la sua permanenza nell'euro, questi compagni rischiano di andare incontro allo stesso disastro a cui siamo andati incontro noi su proporzioni estremamente più drammatiche.
Perchè ora noi facciamo autocritica (con una quindicina d'anni di ritardo) sull'aver pensato di poter condizionare l'Europa e la costruzione dell'euro, ma adesso le condizioni sono molto più drammatiche e molto più stringenti. Lo dico qui, dico forse una cosa che può sembrare fuori dal mondo ma prendiamone nota, perché dovremmo discuterne ancora.
Sulla reposnabilità. Vi annoio leggendo tre righe di un testo che forse qualcuno di voi conosce, parlando dell'Italia: "Il fatto che nessuna forza politica o sindacale si ponga in sintonia e dia una espressione organizzata allo stato d’animo di rabbia e di opposizione che esiste fra la gran maggioranza dei lavoratori e dei giovani ha l’effetto temporaneo di ritardare lo scoppio di una protesta. Ma inevitabilmente questo le conferirà un carattere esplosivo, spontaneo e inatteso esattamente come è accaduto per tutti i principali movimenti a livello internazionale negli ultimi anni".
Io sono contento di aver votato una mozione in cui erano scritte questa parole, perché l'ho visto succedere a Genova, come ha illustrarto molto limpidamente questa mattina il compagno Franco Ferrara quando ha descritto lo sviluppo di quella lotta. Un partito che non è in grado di fondare la propria prospettiva sulla capacità di vedere la potenzialità di queste rotture, può sventolare tutte le bandiere che vuole, ma i comunisti senza rivoluzione, i comunisti che non credono nel conflito di classe, mi dispiace, ma non sono quello che dovrebbero essere, non sono quello che vorrebbero essere e non lo saranno mai. É solo su questo che si può fondare un'altra prospettiva.
E non facciamo il bilancio delle lotte chiedendolo al nostro consigliere comunale (glielo chiediamo anche a lui naturalmente), non stiamo a commentare a bordo linea, ci dobbiamo stare con la testa e col cuore, sennò rischiamo di essere quelli che stanno ad osservare quello che succede fuori di noi.
Finisco dicendo questo: la proposta del partito di classe, che noi abbiamo tentato di sintetizzare, non è un tentativo diverso di ricomporre, riscomporre o riaggregare spezzoni, di cui noi siamo una parte, della sinistra italiana. Non varrebbe la pena di esercitarsi in questo. E' un rimescolare sempre gli stessi pezzi e il puzzle non funziona mai. É una necessità storica, ma è anche – io credo – il terreno per la lotta per l'egemonia per i prossimi anni, perchè adesso, dopo la fine delle larghe intese, e dopo che il PD si divide come si sta dividendo e si va ricomponendo e ridefinendo all'interno di quel partito quello che Massimo D'Alema chiama la componente riformista ci sarà un nuovo tentativo di cooptare e di ingabbiare larghi pezzi del movimento operaio (certo, anche di burocrazie sindacali), all'interno di quella subordinazione di classe che paghiamo da vent'anni col centrosinistra fino alla formazione dello stesso Partito Democratico. E dunque la questione del partito di classe e del programma di alternativa non sono qualcosa che noi dobbiamo discutere nel vuoto, ma qualcosa che sgorga se noi guardiamo obiettivamente a quello che sarà la contesa egemonica nei prosimi anni per definire dove va non la sinistra, non lo spazio (ecco, c'è questa espressione: "dobbiamo costruire uno spazio", no! Lo spazio è quello che chiedono i ceti politci, io non voglio costruire nessuno spazio per chissachì) ma dove andranno a dislocarsi le forze e le linee del conflitto di classe in questa nuova situazione.
Noi abbiamo una responsabilità: lo dico, perchè noi non abbiamo convinto i compagni, come non abbiamo convinto il gruppo dirigente uscente a fare altre scelte. Penso che fosse abbastanza evidente che non abbiamo fatto una mozione per prendere voti facili. Abbiamo voluto porre le questioni nella maniera più netta rispetto allo stato del partito.
Non ne abbiamo avuto la capacità e però il problema me lo pongo, perché naturalmente i conti li dobbiamo rendere tutti. Io do solamente questa risposta: è stata agitata, anche nella relazione e in qualche intervento, un partiottismo di organizzazione che noi conosciamo perchè tutti noi abbiamo conosciuto qualcuno che l'ha spiegato. I padroni hanno tutto, noi abbiamo solo l'organizzazione. L'organizzazione è la cosa più importante che abbiamo: non abbiamo i soldi, i giornali, le tv, le università, ecc... e questa è la grande forza che tiene da sempre insieme il movimento operaio. L'attaccamento all'organizzazione in cui hai militato, in cui magari hai militato per la prima volta, in cui ti sei formato, in cui ti sei risvegliato, in cui hai imparato l'essenziale che ti guida nella tua lotta politica. E però anche questa forza, che è una grande forza coesiva nella nostra storia, può diventare un catastrofico freno. Anche la socialdemocrazia aveva una grande forza e un grande patriottismo di partito e poi quando votò i crediti di guerra, il partiottismo di partito divenne lo strumento della classe dominante. Io penso che questa forza non vada negata, né sbeffeggiata né tanto meno abbandonata, ma oggi voglio dire molto chiaramente che non è stata affidata a un progetto politico (e neanche a un gruppo dirigente, anche se li dobbiamo in gran parte eleggere) che non merita più questa fiducia, che non merita più di essere depositario di queste speranze. I
o non credo che il dibattito può dire tutto: abbiamo cercato di essere il più responsabili possibli dicendo le cose nella maniera più chiara. Però compagni ve lo dico, in un partito che sta nella nostra condizione la prova dei fatti non verrà solo dal dibattito di lunedì, martedì, mercoledì mattina. Noi dovremmo mettere alla prova le nostre ipotesi politiche in un campo più largo, nel movimento in quanto tale, fra i lavoratori, fra i giovani, nella contesa politica, perché è solamente lì che si potrà vedere se le cose che abbiamo detto in questo congresso hanno un senso oppure no. Io credo di sì e voglio dire che per quanto questo congresso per le cose dette ci vede più divisi che mai, la proposta che facciamo è una proposta che noi vorremmo praticare e mantenere sempre aperta ai compagni e alle compagne di questo partito.

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