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Si apre nelle prossime settimane il percorso congressuale di Rifondazione comunista, che dovrebbe concludersi ai primi di dicembre con le assisi nazionali. I mesi di rinvio voluti a tutti i costi dal segretario Ferrero sono stati “proficuamente” impegnati in seminari, incontri, riunioni, dibattiti, melina fra correnti della maggioranza; dopo tanto menare il can per l’aia si arriva finalmente a settembre (ossia, è bene ricordarlo, a sei mesi da una sconfitta elettorale e politica catastrofica sotto le insegne di Ingroia) a iniziare il dibattito esattamente dallo stesso punto in cui si poteva avviarlo nello scorso marzo.

La crisi del Prc pertanto continua senza che si veda uno sbocco credibile. Proponiamo di seguito alcuni punti sui quali intendiamo articolare il nostro intervento nel dibattito congressuale.

1) Il Prc vive una liquidazione di fatto, che si manifesta nel tracollo di voti e iscritti, nella crescente balcanizzazione della struttura, nella inesistenza di una linea nazionale che orienti l’attività del partito, in un processo di spoliticizzazione che attraversa anche settori della militanza. Abbiamo già scritto (vedi FalceMartello n° 254, Rifondazione ultimo atto) sulle radici di questo processo. Per invertire questa tendenza non serve a nulla invocare l’unità del partito o il “rilancio dal basso”. Solo una analisi e una piattaforma politica coerenti con la realtà della crisi e del conflitto sociale reale possono dare una prospettiva. Cercare la posizione mediana nella quale ciascuno possa riconoscersi mettendo da parte i reali punti di dissenso (questa è la sostanza del cosiddetto “congresso unitario” che si propone nella segreteria nazionale) non farà altro che perpetuare la paralisi e la crisi del partito.

2) Un elemento importante della liquidazione politica è costituito dalla irresponsabilità del gruppo dirigente. Nonostante la catena di errori e sconfitte (dalla proposta fallimentare della Federazione della sinistra fino a Rivoluzione Civile), il bilancio non viene mai tratto in modo trasparente. Si temporeggia, si parla d’altro, e magari due anni dopo si dice “abbiamo sbagliato, d’altra parte parevano scelte obbligate, ora abbiamo capito l’errore”; immediatamente dopo si ripropone una nuova versione della stessa linea. Per questo motivo non ci convincono gli appelli a partecipare alla elaborazione di un documento comune, sul quale magari presentare qualche emendamento o tesi alternativa. Non siamo disposti a sottoscrivere decine di pagine più o meno condivisibili sui mali del capitalismo per poi aggiungere, come una nota a pié di pagina, che nonostante questo generale accordo sulle “grandi analisi” (ammesso e non concesso che tale accordo possa esistere) ci troviamo a dissentire sull’essenziale dell’azione politica quotidiana.

A differenza della segreteria nazionale vogliamo assumerci la piena responsabilità di quanto diciamo e proponiamo, perché è l’unico modo per costruire qualcosa di duraturo e anche per correggere gli errori e formare nuovi militanti e quadri.

3) Oggi il compito fondamentale è un intervento rivolto ai settori di più attivi e militanti fra i lavoratori e i giovani. L’accesso diretto alla massa più ampia è di fatto impedito dalle ridotte dimensioni del Prc e dalla sua perdita di credibilità. È inutile proporre ogni sei mesi una grande campagna, ieri i referendum, oggi il “piano per il lavoro”, domani chissà che altro, con l’unico risultato di sfiancare le poche forze rimaste e senza lasciare risultati. Il compito basilare di un circolo oggi è di indagare pazientemente quali sono i punti di conflitto più avanzati che può raggiungere e progettarvi un intervento sistematico, durevole e rivolto a conquistare innanzitutto un ascolto e in secondo luogo consenso e militanza. Il compito del gruppo dirigente dovrebbe essere di supportare questo lavoro e anche di misurarvisi in prima persona. Abbandonare le illusioni elettoralistiche e comprendere che una forza di massa verrà costruita domani solo se oggi sappiamo formare una base solida fra gli strati più avanzati.

Parte essenziale di questo lavoro deve essere un “riarmo ideologico” indispensabile per non cadere in un attivismo cieco che spesso sconfina con l’apoliticismo (“l’importante è aiutare le persone che soffrono le conseguenze della crisi, lasciamo da parte i grandi dibattiti teorici che servono solo a dividerci”). Non ci sarà nessun ruolo per la militanza comunista che rimane attiva se non c’è una conoscenza e una applicazione del patrimonio teorico delle idee marxiste che più che mai trovano conferma nella crisi del capitalismo.

4) Il Prc deve assumere come asse della sua politica la proposta di costruzione del partito di classe. La crisi della sinistra in Italia ha lasciato i lavoratori privi di una organizzazione politica che ne rappresenti gli interessi fondamentali, aprendo un vuoto abissale. Questo obiettivo non si raggiunge né con le autoproclamazioni, né con gli infiniti appelli a “unire la sinistra” che infatti non producono alcun risultato. Consapevoli che oggi Rifondazione comunista non è in grado di colmare questo vuoto, dobbiamo sollevare sistematicamente questo punto centrale in ogni movimento di lotta, in ogni luogo di lavoro, a partire dagli attivisti più consapevoli. In ogni vertenza per la difesa dell’occupazione, dei diritti, del territorio, dobbiamo legare nel nostro intervento la necessità di far avanzare il movimento con quella di dare una espressione politica al conflitto di classe.

5) Parte integrante della nostra lotta per la costruzione di un partito dei lavoratori è la lotta contro le illusioni riformiste che dominano i gruppi dirigenti della sinistra e del sindacato. Nello specifico è necessaria una battaglia sia ideologica che politico-programmatica contro le due idee centrali nella sinistra oggi: il rilancio delle politiche keynesiane e la prospettiva di una riforma o rifondazione della Unione europea nell’interesse dei lavoratori e dei popoli. Questa battaglia non riguarda solo la sinistra italiana ma l’intera sinistra nel continente (e nel mondo); l’avanzata elettorale delle forze di sinistra in Grecia (Syriza), in Francia (Front de Gauche), in Spagna (Izquierda Unida) pone la questione in termini stringenti. Se i partiti della sinistra europea si trovassero a governare (cosa possibile e probabile in Grecia e in Spagna) sulla base di questa posizione politica (salvare l’euro, rinegoziare il debito, riforma della Bce, ecc.) finirebbe in un disastro di proporzioni tali che i fallimenti del Prc nei governi di centrosinistra sembrerebbero poca cosa. Il programma necessario non è un programma utopistico di riforma del capitalismo e delle sue istituzioni nazionali e internazionali, ma il programma di transizione, ossia quello che unisce le lotte di oggi alla prospettiva del rovesciamento del capitalismo e di una federazione socialista europea e mondiale.

6) Se il partito è uno strumento della trasformazione, e non un fine in sé, lo strumento deve essere adeguato al lavoro da compiere. L’obiettivo deve essere la formazione di una struttura di quadri e militanti, nella quale non esiste o è ridotta al minimo l’adesione puramente passiva, che metta al centro la formazione politica di ogni militante, che autofinanzia la sua attività politica e i suoi strumenti di comunicazione, che consegna la priorità al radicamento nei luoghi di lavoro e e fra i giovani. La prospettiva di un partito di massa non si persegue proclamandola o tentando di essere ciò che non si è, ma costruendo una intelaiatura di quadri che possa, quando ve ne siano le condizioni obiettive e soggettive, raggruppare la maggioranza dei lavoratori e delle classi sfruttate. Ogni altra via porta alla subalternità politica e al fallimento.

Su questi punti abbiamo discusso nella nostra assemblea nazionale del 6-7 luglio, di cui riferiamo in questa rivista, e su questi punti incentreremo la nostra mozione congressuale. Più che mai è chiaro che la scelta di sostenerla deve assumere il carattere di una adesione attiva a un progetto politico e non solo all’espressione di un voto che determina la composizione percentuale di un organismo dirigente.

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