Breadcrumbs

Per un nuovo inzio

Pubblichiamo di seguito una sintesi della mozione due che presentiamo per il IX congresso del Prc, il testo completo è disponibile qui.

 

Il gruppo dirigente nazionale di Rifondazione comunista ha logorato il corpo del partito oltre ogni limite. Federazione della sinistra e Rivoluzione civile, oltre a diverse ipotesi ancor più contraddittorie di aggregazioni a sinistra, hanno prodotto sconfitte ancor più pesanti dei magri risultati elettorali. I ripetuti “pentimenti” a scoppio ritardato del gruppo dirigente non sono andati alla radice politica dei problemi. La crisi organizzativa non cade dal cielo. L’idea che il partito possa essere rilanciato sulla base di un puro attivismo slegato da un progetto, un programma, una teoria, una strategia è un concetto unilaterale che genera spoliticizzazione. L’orientamento dei comunisti non può essere determinato sulla base del semplice volontarismo e dell’idea che “le grandi discussioni non servono e creano solo divisioni, dobbiamo fare subito qualcosa per chi subisce le conseguenze della crisi”.

 

Una crisi organica

La crisi economica esplosa nel 2008 va qualificata come organica e sta destabilizzando gli equilibri mondiali, i rapporti fra Stati e fra classi sociali. La crisi dell’egemonia mondiale Usa è un fatto conclamato a livello economico, politico e militare. Nei paesi arabi scossi da movimenti rivoluzionari gli Usa faticano a trovare un punto di appoggio, in America Latina non riescono a recuperare il terreno perduto negli ultimi dieci anni.
Con buona pace di tutti i “campisti” che vedono nel mondo multipolare progresso e rispetto della sovranità nazionale, si apre invece una fase di accresciuta concorrenza tra potenze per la spartizione del bottino. L’aspetto positivo dell’aprirsi a livello mondiale di contraddizioni nella classe dominante è l’apertura di varchi e “anelli deboli” nei quali i processi rivoluzionari, nella storia, sono scoppiati con più facilità.
L’Unione europea sta mostrando tutte le sue contraddizioni. Nell’ultimo anno la Bce ha tamponato la crisi dei debiti sovrani inondando i mercati di valuta fresca e ritirandone in cambio titoli per miliardi di euro. Ma spostare i debiti dai bilanci privati a quelli statali e da questi a quelli delle banche centrali non è una soluzione. Il sogno dell’integrazione europea su basi capitalistiche si è frantumato: gli avanzamenti sociali conquistati in decenni di lotte del movimento operaio vengono sacrificati sull’altare delle politiche di bilancio. Uno studio della banca d’affari Usa JP Morgan afferma candidamente che i diritti sindacali e democratici sono incompatibili con la soluzione capitalistica della crisi europea. Il movimento operaio ha una sola opzione progressiva da avanzare: il superamento non solo della proprietà privata dei mezzi di produzione, ma anche delle barriere degli Stati nazionali e la costruzione di una economia pianificata su scala internazionale. Ma a questo fine non si può arrivare per evoluzione o democratizzazione delle istituzioni dell’Unione europea, posizione “europeista” oggi prevalente nelle forze a sinistra del partito socialista europeo, favorevoli ad una Bce in grado di condurre politiche inflazionistiche analoghe a quelle seguite dalle banche centrali degli Usa e del Giappone. La nostra posizione deve essere chiaramente contro l’Unione europea capitalista. Il problema non è dove risiede la “sovranità” ma quale classe detiene il potere. Se in un paese europeo le forze della sinistra dovessero andare al governo, il compito sarebbe il ripudio dei trattati, il rifiuto di onorare gli accordi capestro, la nazionalizzazione del sistema bancario e il controllo dei movimenti di capitale come misure immediate difensive, anche a costo di essere espulsi dalla moneta unica.

 

La crisi italiana

La crisi senza precedenti del sistema politico italiano è la manifestazione specifica, nelle condizioni del nostro paese, della crisi globale del capitalismo. L’assenza di un movimento di massa generalizzato non rimuove le contraddizioni di fondo, che si esprimono nel tracollo di tutte le istituzioni, partiti, apparati di governo. I governi di larghe intese, prima Monti e poi Alfano-Letta, sono l’espressione più chiara della debolezza politica della borghesia. Al di sotto di questa cupola politica marcescente, la crisi sociale precipita, dilagano il disincanto, la rabbia e il distacco dalle istituzioni della democrazia borghese. I vertici dei sindacati confederali, nella ritrovata unità con la Confindustria, sono pienamente interni a questo processo.
Il fatto che nessuna forza politica o sindacale dia una espressione organizzata alla rabbia che esiste fra la gran maggioranza dei lavoratori e dei giovani ritarda lo scoppio di un movimento di masa. Ma questo ritardo gli conferirà un carattere esplosivo, spontaneo e inatteso come è accaduto per tutti i principali movimenti a livello internazionale negli ultimi anni. Da questa crisi politica non si esce con la “rinascita della democrazia”, non più di quanto dalla crisi economica si possa uscire con il rilancio di politiche economiche riformiste: sono due lati della stessa realtà. Il nostro compito non è “riavvicinare i cittadini alle istituzioni e alla politica”, bensì trasformare il sentimento embrionale di rifiuto, di opposizione e di rigetto del sistema esistente in un movimento di massa nel quale porre con nettezza la questione del superamento di questo sistema.

 

Il programma necessario

I programmi “ragionevoli” delle forze riformiste e in particolare delle burocrazie sindacali sono completamente sconnessi dalla realtà. Sono sogni keynesiani di un capitalismo ragionevole, nel quale la finanza sia posta sotto controllo, il fisco sia più equo e lo Stato attento alle imprese produttive. La nostra piattaforma deve invece partire dalle risposte immediate alla crisi sociale nella logica del programma di transizione, ossia di un programma nel quale non c’è una barriera tra le rivendicazioni immediate ed il rovesciamento dei rapporti di produzione.
Le rivendicazioni più urgenti per contrastare la crisi industriale, la distruzione dello Stato sociale, l’impoverimento di massa, la compressione dei diritti democratici hanno un senso solo se collegate a questa prospettiva. Esproprio delle aziende che chiudono, licenziano, inquinano (a partire dall’Ilva e dalla Fiat); nazionalizzazione del sistema bancario e delle grandi immobiliari; difesa della sanità e dell’istruzione pubbliche; opposizione alle privatizzazioni e rinazionalizzazione dei servizi e delle imprese privatizzate; introduzione di un salario minimo legale e di un salario per i disoccupati; riduzione dell’orario di lavoro; controllo operaio e gestione pianificata delle risorse pubbliche per rispondere ai bisogni sociali e ambientali; abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Fini-Giovanardi): sono questi i terreni su cui sviluppare un programma complessivo che indichi la prospettiva socialista come sbocco dei movimenti di resistenza alla gestione capitalistica della crisi.

 

Radicamento e partito di classe

La crisi profonda della sinistra è causa di disorientamento ma apre anche un terreno nuovo per il rilancio delle idee marxiste e rivoluzionarie come risposta al fallimento degli apparati riformisti. È possibile e necessario un nuovo inizio, una battaglia aperta per la costruzione del partito di classe, per l’espressione politica indipendente degli interessi dei lavoratori e delle classi oppresse.
Produrre una rottura dei sindacati e della sinistra con il Partito democratico è oggi l’obiettivo principale che deve porsi un partito comunista che non si rassegni a restare nell’anonimato. La parola d’ordine del partito di classe risponde a questa necessità e su questo dobbiamo sfidare i movimenti che si produrranno nella prossima fase, i sindacati più combattivi, come la Fiom, e l’insieme della sinistra.
Questa parola d’ordine si rende indispensabile nella misura in cui la sola salvaguardia del Prc non è più proponibile come soluzione alla crisi della sinistra e perde quindi di senso la polemica tra liquidatori e antiliquidatori. La battaglia per la difesa del Prc non è in contrasto con la proposta del partito di classe, se si comprende come la prima parla solo a un settore di avanguardia mentre la seconda, in determinate circostanze, può essere decisiva nell’indicare una prospettiva di massa
Oggi il primo compito è di condurre un lavoro sistematico e paziente fra i settori più attivi e militanti. Non si tratta solo di raggruppare uno strato militante già esistente, ma soprattutto di scavare più in profondità nella realtà del conflitto di classe e dotarci di strumenti di analisi e di intervento adeguati alle necessità di quegli elementi che si trovano in prima linea nei conflitti. Essenziale a questo fine una strategia di costruzione nei luoghi di lavoro e nel sindacato che rompa nettamente con la linea fallimentare fin qui seguita.
La necessità di un partito dei lavoratori oggi deve essere articolata e spiegata in ogni ambito in cui interveniamo. Sarà il processo obiettivo della lotta di classe, unito al ruolo del fattore soggettivo, a determinare tempi e modi con cui verrà data risposta a questa necessità storica. Rafforzare una avanguardia militante e aggregata attorno a una prospettiva anticapitalista è un compito fondamentale per potere intervenire in un processo più vasto a venire, e per condurvi all’interno una chiara battaglia egemonica.

 

Per informazioni e adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Leggi anche:

 

Sinistra, classe, rivoluzione - Per un nuovo inizio (la mozione integrale)

Joomla SEF URLs by Artio