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Mentre scriviamo i congressi del Prc sono ancora in svolgimento, fino ad oggi se ne sono svolti circa 700, il 70% del totale. Malgrado manchino ancora una parte dei circoli, in particolare al Sud, ci sono gli elementi di un primo bilancio.

Se Rifondazione comunista aveva già visto ridotto il numero dei suoi iscritti dal 2011 al 2012, passando da 40.782 a 31.196, il dato del tesseramento 2013 difficilmente supererà i 20mila. In molti territori il partito è ridotto ad un pugno di iscritti e il calo di partecipazione al congresso è evidente. Nel congresso nazionale di Napoli (2011) il numero dei partecipanti al voto fu di 16578, in questo congresso potrebbe attestarsi attorno ai diecimila, meno di un quarto di quelli che parteciparono al congresso di Chianciano, che sancì la divisione con Nichi Vendola. Di questi voti possiamo stimare attorno a 1.500 la quota di “voti passivi”, ossia di iscritti del tutto estranei alla vita del partito e al suo dibattito: un malcostume che viene da lontano e che si riduce solo nella misura in cui si riduce la dimensione del partito, ma che continua ad essere considerato pratica accettabile non solo nella maggioranza, ma anche in settori della terza mozione.

 

Il dibattito nei congressi di circolo

Il clima congressuale è stato caratterizzato da un rifiuto del dibattito in molti circoli, acuito dalle divisioni nella maggioranza tra emendatari e non, che al di là della retorica stantia dell’unità, hanno spostato la discussione dal terreno dell’analisi delle sconfitte e della proposta politica a quello burocratico dell’elezione dei delegati. Se già in passato la partecipazione al congresso e al voto aveva risentito di una certa passività, sotto questo aspetto l’attuale congresso non ha precedenti.
Gli argomenti principali che ci siamo trovati a fronteggiare sono stati in particolare legati al nostro “eccessivo ottimismo” nei confronti della possibilità che si produca in Italia un movimento di massa analogo a quello visto in altri paesi, dalla Grecia alle rivoluzioni arabe. Come ha detto colloquialmente il compagno Ferrero in un congresso di circolo, “noi siamo i minimalisti con la testa sulle spalle, voi (la mozione due) siete i massimalisti con la testa fra le nuvole”.
Una incapacità, che accomuna i compagni della mozione Ferrero-Grassi e quelli della mozione 3, di leggere la rabbia che cova nella società e che, pure in assenza di un movimento generalizzato, continua a produrre conflitti radicali come nella lotta dell’Indesit, spesso capaci di rompere il muro dell’immobilismo sindacale come accade per gli autoferrotranvieri a Roma e Genova.
Come è ovvio non ci si può orientare ad un soggetto sociale, in questo caso i lavoratori, se non lo si vede come capace di generare un conflitto che abbia la forza di rompere il muro dell’unità nazionale e della concertazione.
È questo il limite che impedisce al Prc di rigenerarsi e di uscire dalla sua crisi di lunga durata. Non si tratta quindi solo della rottura di un legame storico tra il partito e la classe e nemmeno la sua militanza ormai ristretta. Quello che pesa con un macigno è la sfiducia nella classe lavoratrice che porta la maggioranza a inseguire progetti dei vari ceti politici, siano Sel o “la sinistra d’alternativa” poco importa, mentre i compagni della mozione 3 pensano che sia sufficiente uno sforzo volontaristico per uscire dalle attuali secche.
In questi anni la linea del Prc potrebbe esse riassunta nel “terrore dell’isolamento”. Un timore che ha guidato il partito, e in particolare il segretario Ferrero, non permettendo di fare nessuna scelta netta. Sulla base di questa paura la proposta della mozione uno, anche in questo congresso si colloca alla coda di processi politici le cui redini sono mosse da altri. A questa proposta di codismo politico abbiamo contrapposto la nostra prospettiva del partito di classe. Chi ci accusa di essere troppo avanti rispetto alla realtà italiana può riflettere su queste parole: “Nessuna idea progressista è mai emersa da una ‘base di massa’, altrimenti non sarebbe progressista. In fin dei conti, si tratta solo del fatto che un’idea incontri le masse, a condizione evidentemente che risponda essa stessa alle esigenze dello sviluppo sociale. Tutti i grandi movimenti sono cominciati come ‘avanzi’ di movimenti precedenti. Il cristianesimo era all’inizio ‘un avanzo’ del guidaismo, il protestantesimo un ‘un avanzo’ del cattolicesimo, cioè della cristianità degenerata. Il gruppo di Marx ed Engels è emerso come un avanzo dalla sinistra hegeliana. L’Internazionale comunista è stata preparata in piena guerra dagli avanzi della socialdemocrazia internazionale. Se questi iniziatori apparvero capaci di crearsi una base di massa, fu solamente perché non temevano l’isolamento. Sapevano in anticipo che la qualità delle loro idee si sarebbe trasformata in quantità. Questi ‘avanzi’ non soffrivano di anemia, al contrario contenevano in sé la quintessenza dei grandi movimenti storici dell’indomani.” (L. Trotskij, lettera alla redazione della “Partisan Review” 1938).

 

La mozione 3

Abbiamo avversato queste idee non solo rivolgendoci alla maggioranza del Prc ma anche ai compagni della mozione 3. La terza mozione trova le proprie radici ideologiche in un tardo stalinismo (vedi Comunisti senza rivoluzione su www.marxismo.net), ma nei congressi l’appello centrale di questi compagni è stato quello al “crederci”, al patriottismo di un partito più immaginario che reale e all’orgoglio della bandiera. Non a caso spesso i compagni del terzo documento si sono associati ai dirigenti della maggioranza nel rivolgerci l’accusa di liquidazionismo, di voler seppellire il Prc. Sono argomenti con i quali magari è possibile conquistare qualche voto, ma che valgono solo nel chiuso di un circolo di partito.
Su queste basi ha raccolto un consenso in crescita rispetto agli organismi nazionali uscenti, ma non esente dalla presenza di “pacchetti” di voti passivi, vecchi e nuovi, nonché dall’uso della mozione a fini di scontri interni a gruppi dirigenti locali.
Non si tratta quindi del compattarsi di una parte della base attorno a una prospettiva credibile di rilancio del partito, ma di un aggregato che verrà impiegato prevalentemente in manovre di posizionamento interne al partito e anche alle forze contigue (a partire dal Pdci). Quella parte di voto militante e giustamente critico verso il gruppo dirigente fallimentare che ha condotto il Prc a questa sconfitta si troverà quindi a vedere frustrate le proprie aspettative, esattamente come accadde con la mozione 3 dopo il congresso del 2008.

 

Verso il congresso nazionale

Date le premesse e lo scontro accanito che segna la mozione 1, depotenziandone la maggioranza numericamente ampia, ci apprestiamo quindi a un congresso nazionale dal quale sarebbe illusorio attendersi altro che una fotografia dell’esistente e un ulteriore svolgersi di manovre e posizionamenti interni.
Il dibattito ha dato quello che poteva, ossia per quanto ci riguarda il tentativo di definire nel modo più limpido l’effettiva natura della crisi del Prc e delle differenze di fondo che lo attraversano. La prossima fase non potrà essere quella di un ulteriore trascinarsi della discussione, ma piuttosto della verifica dei fatti; ci sentiamo impegnati quindi a lavorare nella pratica, nel movimento operaio, fra i giovani, per verificare con un lavoro di costruzione aperto la prospettiva del partito di classe che abbiamo messo al centro della nostra mozione.
Il consenso raccolto dal nostro documento è stato selezionato da questo contesto e da un testo che abbiamo voluto non lasciasse alcun margine all’ambiguità o alle facili posizioni consolatorie. Esprime quindi un potenziale militante ben superiore alla percentuale raccolta (che comunque rimane attorno al 10 per cento) e una consapevolezza della necessità di una prospettiva e di un impegno che non si esauriscano in un dibattito sempre più asfittico, segnato dalla riduzione del corpo militante ed in particolare di quello coinvolto in processi di mobilitazione sia in ambiti operai che giovanili: quelli nei quali da sempre la nostra area sviluppa la maggiore mole del proprio intervento politico.
Si conferma quindi la nostra ipotesi iniziale: se in passato le sorti di grandi movimenti e dei settori più attivi che essi esprimevano sono state decise, nel bene e nel male, dalle scelte e dalle divisioni di Rifondazione comunista, oggi il rapporto si è invertito: saranno gli sviluppi esterni, nel conflitto reale e fra la nuova generazione di militanti che sta maturando, che si decideranno anche le sorti della militanza del Prc. Su questo terreno il finale è tutto da scrivere, e la nostra organizzazione avrà molto da dire e da fare.

 

25 novembre 2013

 

Clicca qui per i dati dei congressi di circolo di Rifondazione comunista aggiornati al 29 novembre.

 

 

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