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Fermiamoli!

Contro il "massacro sociale" in Italia e nel mondo

 

Proprio mentre scriviamo gli Usa e la Gran Bretagna stanno attaccando l’Afghanistan dando inizio a una nuova guerra. Bush e Blair ci dicono che attaccano solo per fermare i terroristi islamici e che lo fanno senza coinvolgere le popolazioni civili. Sarebbe ridicolo se non fosse tragico, che per colpire un gruppo terrorista abbiano bombardato continuatamente le principali città afghane per otto ore!

Diciamolo chiaramente questa guerra non fermerà il terrorismo ma lo rafforzerà!

Già prima dei bombardamenti le masse arabe odiavano gli Usa per la loro politica imperialista in Medio Oriente, dopo l’intervento in Afghanistan ci saranno decine di migliaia di giovani disperati disposti a tutto (anche al sacrificio umano) pur di "farla pagare agli Stati Uniti".

Se Bush e gli Usa volessero realmente estirpare il "cancro del terrorismo" dovrebbero seguire un’altra linea: dare una terra ai palestinesi, chiudere l’embargo contro l’Irak, togliere il proprio sostegno alle monarchie reazionarie che reprimono le masse arabe, smetterla di sfruttare le risorse economiche di quelle zone, ecc. Ma questo è come chiedere al gatto di prendersi cura del topo.

La verità è che l’attacco suicida alle Twin Towers e al Pentagono è solo il pretesto per fare entrare le truppe in Asia Centrale per difendere gli interessi economici e strategici americani nella zona.

Per questi interessi a farne le spese sarà un popolo disperato e tormentato da un ventennio di guerre intestine, che già oggi ha la mortalità infantile più alta del mondo.

Adesso per giustificare i loro misfatti ci diranno che il governo afghano è un governo reazionario che reprime le donne, limita le libertà democratiche... tutte cose vere che noi denunciavamo in tempi non sospetti quando a sostenere Bin Laden c’era la Cia e gli americani facevano film come Rambo 3 dove i mujaheddin venivano presentati come combattenti della libertà, uomini valorosi dalla profonda carica spirituale...

Come nel caso di Saddam anche i talebani sono delle creature, sarebbe meglio dire dei mostri creati a Washington che finiscono per rivolgersi contro i loro padroni.

Quando la borghesia prepara la guerra, cura allo stesso modo il rifornimento degli arsenali militari con le armi più moderne e il rifornimento degli arsenali della propaganda con le menzogne più efficaci.

La scena delle ultime settimane è quanto mai istruttiva di come i padroni del mondo intendano parole come "giustizia", "libertà", "democrazia" e altri nobili concetti.

Il presidente del consiglio Berlusconi merita in questo senso un elogio, così come lo merita Oriana Fallaci e tutti i trombettieri della guerra contro l’Islam: perché hanno detto apertamente quello che tutti gli altri pensano, ma sanno di non poter dire.

Certo, Prodi, Bush e Blair si sono precipitati a rettificare, a prendere le distanze e a visitare moschee. La nostra, ci assicurano, non è affatto una guerra contro l’Islam, ma solo contro alcuni sanguinari terroristi. E per dimostrarlo hanno dato via a un vero e proprio revival dei valori cristiani.

Essendo il comandamento "non uccidere" piuttosto impopolare presso i cristianissimi governanti d’Occidente, hanno scelto di praticare il precetto che dice "rimetti a noi i nostri debiti". Primo beneficiario il regime pakistano del generale Musharraf, noto democratico salito al potere due anni fa con un colpo di Stato, che si è visto condonare la bazzecola di tre miliardi di dollari di debito estero dalle banche americane e giapponesi. Quando si dice la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto… Una lezione di gran valore per tutti quei paesi poveri che si sono sentiti ripetere per decenni che il debito può essere ridotto nella misura in cui si orientino a sistemi di governo democratici e al libero mercato!

Nel frattempo, la "difesa della democrazia" prosegue a grandi passi. La Cia ottiene nuovamente la "licenza di uccidere" che nel 1976 l’allora presidente repubblicano Ford aveva revocato vista l’impossibilità di difendere le azioni indecenti di questa cristianissima organizzazione. Il congresso Usa stanzia 80mila miliardi di lire per la "sicurezza". Parlamentari Usa avanzano le seguenti proposte: libertà di intercettazione telefonica e via internet senza mandato giudiziario, libertà di detenzione senza processo e senza controllo dell’autorità giudiziaria per tutti gli stranieri considerati "una minaccia alla sicurezza nazionale", libertà di utilizzare le informazioni riservate raccolte da governi stranieri anche con metodi illegali.

La reazione imperialista imbandisce i suoi festini, ma dietro l’arroganza e l’ipocrisia si avverte l’indecisione che attanaglia i vertici Usa. Hanno dichiarato una guerra senza chiari obiettivi in un momento nel quale la posizione degli Usa nel mondo attraversa una crisi evidente. Scopriranno ben presto che le conseguenze della loro azione sono del tutto imprevedibili.

Il tentativo di combattere la guerra in Afghanistan con la collaborazione dei principali regimi arabi si sta rivelando più che mai arduo, poiché inevitabilmente riapre la ferita sanguinosa della questione palestinese. Bush ha tentato di rassicurare i suoi esitanti alleati arabi (in particolare Egitto e Arabia Saudita) sul fatto che gli Usa sarebbero disposti a riconoscere il diritto dei palestinesi ad un proprio Stato. Dichiarazione sorprendente, e persino commovente. Le parole, si sa, costano poco, avrà pensato Bush, e costa poco anche conquistarsi la collaborazione di Arafat e, attraverso questa, una buona presentazione nel mondo arabo. Ma non la pensa allo stesso modo Ariel Sharon, che sta scatenando una violenta offensiva nei territori occupati, che vede in questi giorni una vera e propria battaglia campale svolgersi nella città "libera" di Hebron.

Si tratta della classica quadratura del cerchio: se Bush si sbilancia eccessivamente in favore dei paesi arabi per conquistarne l’appoggio, perde l’appoggio di Israele. Viceversa, se spalleggia Sharon rischia di scatenare una ulteriore ondata antiamericana in tutta la regione.

Il conflitto inoltre destabilizzerà il già fragile regime pakistano, come riporta la corrispondenza che pubblichiamo in ultima pagina.

Le esitazioni dei vertici Usa non riflettono quindi una nuova strategia da parte di Bush, ne tantomeno una sua (inesistente) abilità diplomatica o propagandistica, ma sono l’espressione delle contraddizioni e dei limiti della potenza americana, che ha ormai superato il suo punto massimo ed è entrata in un periodo convulso di lotta all’ultimo sangue per puntellare la propria egemonia. Dietro la facciata della solidarietà, gli alleati europei osservano attentamente i dilemmi in cui si dibatte Washington, preoccupati di trovarsi esposti ai contraccolpi di un conflitto dalle conseguenze imprevedibili. La Russia, per parte sua, comincia a far sentire il suo peso sulle repubbliche centroasiatiche confinanti con l’Afghanistan. Putin, che è un abile calcolatore, non esiterà ad approfittare di qualsiasi momento di difficoltà nell’azione americana per far valere i suoi interessi in questa regione strategica, così come nel Caucaso, il tutto naturalmente dietro lo schermo della "comune lotta al terrorismo".

Le difficoltà Usa non significano però in nessun modo che si possano aprire sbocchi diplomatici alla crisi. L’azione militare ha una sua logica ineluttabile, le contraddizioni in campo sono troppo acute per poter essere risolte altrimenti che con la forza delle armi.

Il capitalismo americano ha costruito nel corso di un secolo il più grande impero della storia, surclassando ogni possibile rivale. L’ascesa di questa potenza è stata scandita dai più devastanti conflitti mai visti dalla storia umana.

La Prima guerra mondiale fece degli Usa l’arbitro dei destini dell’Europa, anche se molti all’epoca tardarono a rendersene conto. La Seconda guerra mondiale ne fece i padroni incontrastati del mondo capitalista, e nei decenni successivi misero le loro mani sulle spoglie dei vecchi imperi coloniali (Francia, Gran Bretagna, Belgio, ecc.). La "guerra fredda" fu costellata di conflitti sanguinosi, quali la guerra di Corea, quella del Vietnam, le guerre arabo-israeliane. L’ultima fase, quella del "nuovo disordine mondiale" seguita al crollo dell’Urss, ha visto gli Usa approfittare del loro monopolio ormai incontrastato per rafforzare la loro presenza militare e il loro controllo praticamente in tutte le aree del mondo ex coloniale, spingendosi fino ai confini di Russia e Cina.

Oggi questo dominio è di fronte ai suoi limiti, i popoli non credono più alle meraviglie della globalizzazione, che sempre più chiaramente appare come un’estensione del potere economico e militare degli Usa. La recessione economica internazionale aggraverà questa crisi. Tutto questo significa che nella prossima fase vedremo estendersi ancora di più la catena dei conflitti sanguinosi che, dalla guerra del Golfo ai Balcani al Medio Oriente, hanno insanguinato l’ultimo decennio.

Negli scorsi mesi appariva evidente come la politica estera Usa fosse di fronte a problemi crescenti: nei Balcani e in Medio Oriente, le mediazioni dettate dalla diplomazia americana erano sempre più inefficaci; nel Caucaso come nel Pacifico la volontà di espansione degli Usa suscitava attriti sempre più forti con Cina e Russia. La risposta, però, non è stata affatto quella di un ritrarsi a casa propria, di un "nuovo isolazionismo" al quale molti (non certo noi) hanno creduto con facilità. Al contrario: oggi rilanciano con una nuova avventura militare e alzano la posta mettendo gli occhi sulle enormi riserve energetiche dell’Asia centrale.

Nessuna potenza abbandona mai la propria preda prima di aver esaurito tutti i mezzi a propria disposizione per difendere il proprio bottino. Questa è la lezione della storia di oltre un secolo di conflitti imperialisti, e purtroppo la dovremo apprendere nuovamente negli anni a venire. Quando il ministro della difesa Usa Rumsfeld ci dice con la massima noncuranza che gli Usa non escludono l’impiego dell’arma nucleare ("tattica", si capisce!) non lo fa per follia: esprime il pensiero di una classe dominante che ritiene che tutti i mezzi siano validi per difendere il proprio potere.

L’unica alternativa può venire da una crescente rivolta dei lavoratori e dei popoli oppressi, tanto nel mondo coloniale come nelle metropoli del capitalismo.

Fermiamoli! Contro i bombardamenti in Afghanistan e l’economia di guerra che si vuole stabilire in Italia e nel mondo.

Per la solidarietà internazionale della classe operaia contro l’imperialismo, la borghesia occidentale e i governi reazionari che reprimono le popolazioni in Medio Oriente.

Nazionalizzazione sotto il controllo operaio di tutte le aziende in crisi che licenziano.

Verso lo sciopero generale contro la guerra!

L’instabilità cronica sta diventando la normalità nel mondo attuale, dovrà inevitabilmente esprimersi in un drammatico cambiamento nella coscienza di massa nel movimento operaio internazionale e nelle sue organizzazioni. Su questa prospettiva dobbiamo investire tutte le nostre forze per opporre a un capitalismo ormai putrefatto la prospettiva socialista e rivoluzionaria, quella di un’umanità libera dagli incubi dell’imperialismo, del razzismo, dell’oppressione di classe con tutto il loro carico di barbarie.

(8 ottobre 2001)

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