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Via le truppe dall’Afghanistan


Il 7 ottobre 2001 le truppe Usa invadevano l’Afghanistan. Dopo otto anni di occupazione, nessuno degli obiettivi degli Stati uniti sono stati raggiunti. Osama Bin Laden e il Mullah Omar non sono stati catturati, i talebani non sono stati debellati, le perdite delle truppe alleate continuano ad aumentare e Washington non ha nessuno di cui potersi fidare tra coloro che governano a Kabul.

Karzai è un presidente sempre più impopolare, le cui elezioni sono state viziate da brogli clamorosi. Infatti ad oltre sei settimane dal voto, la sua vittoria non è stata ancora ratificata dalla commissione elettorale, che sta procedendo al riconteggio di una parte dei voti. La transizione democratica tanto cara ad Obama potrebbe risolversi in un caos totale.

In otto anni, i soldati della Nato uccisi in combattimento sono stati 1.500 di cui però 400 solo nei primi nove mesi di quest’anno, più che nel periodo tra il 2001 e il 2005, per non parlare delle perdite fra i civili, che si stima siano almeno 100mila. La strategia di Obama, quella di concentrarsi sull’Afghanistan, il famoso conflitto “pulito”, con un disimpegno dalla guerra “sporca” in Iraq (che comunque richiederà ancora parecchi anni) sta incontrando numerosi ostacoli.

L’invio di un maggior numero di truppe nel paese dell’Asia centrale, propugnato dalla Casa bianca, è apertamente avversato da molti in Parlamento ed anche dal Vicepresidente Joe Biden, che chiede di concentrarsi nel contrasto ad Al Qaeda, e quindi rivolgere le truppe a Est, verso il Pakistan. Dall’altra parte, quella di un’intensificazione dell’impegno a Kabul e dintorni, si schierano Hillary Clinton e il segretario alla difesa Gates. Proprio l’esercito ha fatto sentire alta la sua voce nel mese di settembre. Obama è infatti incalzato anche dal comandate in capo delle forze americane in Afghanistan Mc Chrystal, per il quale l’America perderà la guerra entro un anno se non arriveranno rinforzi massicci. Il dossier Mc Chrystal, presentato lo scorso 30 agosto, ha toni ultimativi: “Se non riprendiamo l’iniziativa e se non riusciamo a contrastare la forza d’urto dell’insurrezione talebana in 12 mesi, ci troveremo nella situazione in cui sconfiggere il nemico diventerà impossibile” (La Repubblica, 22 settembre 2009).

La richiesta conseguente, di inviare altri soldati, tra i 30mila e i 45mila, da aggiungere ai 68mila già impiegati, è difficilmente sostenibile da un’amministrazione che gode di un consenso minoritario su questa questione fra la popolazione Usa. D’altro canto la possibilità del nation building, cioè di sviluppare un apparato statale minimamente affidabile gestito direttamente dagli afgani, è lontano anni luce. La costruzione di un esercito delle dimensioni ipotizzate da Obama e dal Pentagono, 134mila militari ben addestrati entro il 2010 per arrivare più in là a 240mila, costerebbe tre volte il Pil dell’Afghanistan! Per non parlare delle altre infrastrutture necessarie per conquistare il cuore e le menti degli afgani: strade, scuole, ospedali…

Le opzioni che si scontrano a Washington sono ambedue perdenti: se il pantano in Afghanistan è evidente, immaginiamoci le conseguenze deflagranti di un attacco in grande stile al Pakistan, un paese che possiede il sesto esercito del mondo e la bomba atomica.

Insomma dopo i primi mesi di governo Obama si trova intrappolato in una situazione del tutto simile a quella di Bush: questo perché, al di là delle strategie diverse, entrambi perseguono i medesimi fini: quelli di difendere gli interessi dell’imperialismo americano in tutto il mondo.

In Italia la morte dei sei soldati della Folgore lo scorso 17 settembre ha creato grande scalpore, ma soprattutto ha squarciato il velo di ipocrisia che esisteva sulla vera natura della missione in Afghanistan. Tutta la retorica sulla missione di pace e sull’immagine degli “italiani brava gente”, benvoluti dalla popolazione locale, è andata in mille pezzi. Quella che si sta svolgendo in Afghanistan è una missione di guerra, dove le truppe della Nato, e quindi anche quelle italiane, si scontrano con una resistenza di cui la componente legata ai talebani non è nemmeno maggioritaria.

Un anno fa un autorevole studio stimava che nell’Helmand, regione a sud ovest di Kabul, solo il 20% dei guerriglieri fosse ideologicamente talebano. I combattenti ricevono una paga giornaliera superiore a quella di un soldato dell’esercito afgano e combatterebbero la notte per tornare, al mattino, al lavoro nei campi. (Il Manifesto, 19 settembre 2009)

Gli americani da tempo si lamentavano che le truppe Nato si preoccupassero troppo della propria sicurezza. Nell’ultimo periodo queste ultime hanno assunto una linea più dura, testimoniata, ad esempio, dalla strage di Kunduz di inizio settembre dove un bombardamento dell’aviazione tedesca ha fatto 54 morti fra i civili. O, come spiegato da La Russa, ministro della Difesa: “Quest’estate a Bala Murghab sono stati i nostri paracadutisti ad attaccare, snidare ed eliminare centinaia di talebani affiancati da truppe afgane, non certo il contrario”. Questo atteggiamento più aggressivo non poteva che avere conseguenze rispetto al comportamento della guerriglia, che ha comunque intensificato le sue azioni in tutto il paese.

Il ruolo dell’esercito italiano è quindi chiaro, agli ordini dell’esercito americano nella sua missione imperialista. Questo è stato sempre vero, ma oggi è ancora più evidente vista la recrudescenza del conflitto. Un esercito, quando è impiegato, non può mai essere neutrale o super partes. Per questo i comunisti non si possono unire al coro in difesa delle “nostre” forze armate e dell’unità della Patria.

Come da manuale il governo di destra ha ribadito, piangendo i paracadutisti morti, il suo impegno a fianco di Obama per il contrasto del terrorismo. Certo, c’è stata qualche distinguo iniziale, richieste di ritiro formulate da Bossi a cui Berlusconi non è parso insensibile, ma poi tutti sono rientrati nei ranghi. Fino a quando Pdl e Lega saranno al governo, l’appoggio militare agli Usa non verrà mai a mancare. Ma dichiarazioni ancora più filoamericane sono venute dal Partito democratico, il quale fin dall’inizio ha affermato che di ritiro delle truppe non se ne doveva nemmeno parlare, anzi nelle parole di D’Alema un disimpegno “sarebbe una catastrofe”.

Questo clima da unità nazionale, propagandato a piene mani non solo dalla destra ma anche dal principale partito di “opposizione”, ha certo reso difficile far sentire la voce di chi è contro l’intervento in Afghanistan. È indicativo delle difficoltà del movimento il fatto che, dopo l’attentato, le manifestazioni contro la guerra a livello locale sono state praticamente inesistenti e ad oggi non si parli affatto di un appuntamento nazionale. Gran parte delle difficoltà attuali sono certamente ascrivibili al comportamento tenuto dal Prc e dal resto della sinistra durante il governo Prodi. Oggi giustamente Ferrero chiede il ritiro delle truppe e pronuncia un’autocritica, ma il danno provocato dall’appoggio fornito dal Prc, in più occasioni in parlamento, alla missione militare in Afghanistan è ben lungi dall’essere riparato.

Le illusioni nella Conferenza di pace proposta da D’Alema quand’era ministro degli Esteri, sulla “soluzione politica” del conflitto ce le ricordiamo tutti. Hanno confuso il movimento pacifista, annichilendo la nostra capacità di mobilitazione.

Ci conforta tuttavia vedere che l’isteria patriottica fomentata dai mass media non ha affatto preso il sopravvento nel paese dopo l’attentato di Kabul. La folla presente ai funerali era molto inferiore alle decine di migliaia di persone che avevano invaso Roma dopo l’attentato di Nassiriya del novembre 2003. Secondo i sondaggi c’è una maggioranza degli intervistati che vorrebbe che la missione italiana finisse. Questa opposizione non potrà far altro che crescere, mano a mano che il conflitto di acuirà e la crudeltà della mattanza imperialista sarà lampante agli occhi dei lavoratori e dei giovani italiani.

Sulla base di tale rifiuto, una mobilitazione di massa contro le missioni italiane all’estero può ripartire. I comunisti possono esserne fra i protagonisti, a condizione che si abbandoni ogni illusione sugli interventi militari “di pace” che portano “la democrazia” e si adotti una posizione internazionalista e di classe.

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