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La guerra e i limiti della potenza americana

L’entrata dell’Alleanza del Nord a Kabul e l’apparente disgregazione dell’esercito talebano hanno suscitato l’entusiasmo delle Borse mondiali. La guerra è a una svolta, e sembrerebbe vicina alla soluzione. Ora più che mai è invece necessario saper guardare oltre le apparenze per capire chi sono i reali vincitori in questa prima fase dello scontro, e come mutano i rapporti di forza.

La reazione dei vertici Usa, e in particolare della diplomazia, è stata tutt’altro che entusiasta. Mentre i militari del Pentagono vedono con sollievo allontanarsi la prospettiva di dover impegnare le loro truppe a terra, il dipartimento di Stato e la Casa Bianca sono molto più cauti. Bush aveva chiesto ieri all’Alleanza del nord di non entrare a Kabul, ma dopo poche ore il suo invito è stato travolto dagli eventi e Kabul è stata occupata. Simultaneamente, l’Alleanza entra a Herat e si avvicina a Kandahar e al confine pakistano.

Il motivo della cautela di Bush è presto spiegato: l’Alleanza non può essere considerata uno strumento affidabile per la politica di Washington.

Anche se gli Usa stanno tentando di basarsi sulle truppe del generale Dostum e sull’Uzbekistan, nel suo insieme l’Alleanza rimane una coalizione eterogenea, pervasa da conflitti interni, e dominata principalmente dall’influenza di Russia, Iran e India.

Tony Blair ha espresso con un linguaggio diplomatico il rapporto con l’Alleanza: "Non gli diamo la tabella di marcia località per località; o città per città. Siamo dei consiglieri, ma non necessariamente indichiamo loro ogni singolo obiettivo da conquistare." Traduzione: "Non abbiamo modo di controllarli e fanno quello che vogliono".

Le voci contrastanti non permettono ad oggi di valutare fino a che punto l’esercito talebano sia in disgregazione. Certamente il loro morale sarà stato minato dall’avanzata dell’Alleanza. Tuttavia parrebbe che il grosso delle forze talebane sia ancora intatto; i talebani hanno ora di fronte il dilemma se tentare di resistere ad ogni costo attorno a Kandahar o se disperdersi nelle campagne, oltrepassando anche il confine col Pakistan, e attendere tempi migliori per ricominciare la guerriglia contro i nuovi padroni di Kabul.

Ma non sono solo i talebani gli sconfitti di queste giornate. La conquista di Kabul significa il crollo della politica seguita dal Pakistan per oltre un decennio verso l’Afghanistan. Un crollo, come vedremo, gravido di conseguenze.

Nello scorso mese la diplomazia Usa si era trovata bloccata da un sistema di veti incrociati. Da un lato, l’Alleanza voleva il loro sostegno per impadronirsi di Kabul, e puntava alla distruzione totale dei talebani; dal lato opposto il Pakistan, principale alleato degli Usa, vedevano come il fumo negli occhi il ritorno al potere dell’Alleanza, che rappresenta tre paesi ostili (India, Russia e Iran) e insisteva affinché nel futuro governo vi fosse un’adeguata rappresentanza dell’etnia pushtun, che è la più numerosa del paese, e sulla quale si sono basati i talebani in questi anni.

Conflitti religiosi, etnici e anche d’interessi legati ai diversi baroni della droga, alimentavano questo gioco di veti incrociati. La speranza degli Usa era di potersi ergere ad arbitri della contesa e, prima o poi, di poter giungere ad un accordo fra le parti in campo, patrocinato dalle bombe e da un congruo numero di miliardi. Il rilancio della figura dell’ex re come possibile "garante" di questo accordo faceva parte di questa strategia. Questa era in particolare la linea di Colin Powell, e ovviamente implicava che l’equilibrio delle forze in campo non fosse rotto prima che si giungesse ad un accordo, perlomeno di massima.

La caduta di Kabul mette in gravi difficoltà il progetto. L’Alleanza oggi pensa di poter dominare da sola la situazione e non ha certo bisogno dell’87enne ex re Zahir Shah per legittimare un dominio che ha conquistato con le armi.

Gli Usa si trovano così in una situazione paradossale. La "guerra al terrorismo" e i loro bombardamenti hanno avuto come effetto quello di creare un vuoto di potere a Kabul, un vuoto di cui hanno approfittato non gli americani, ma l’Alleanza e, dietro di essa, in primo luogo la Russia. L’attuale situazione sul campo è in primo luogo il frutto di questa situazione: nelle scorse settimane la Russia, attraverso il Tagikistan, aveva rafforzato il settore dell’Alleanza guidato da Rabbani e Fahim (erede del defunto Massud). Putin aveva incontrato entrambi nel corso della sua visita a Dushambe, capitale tagika. Secondo indiscrezioni del ministero degli esteri pakistano, elementi della 201esima divisione russa, di stanza in Tagikistan, avrebbero rafforzato l’offensiva contro Mazar i Sharif. Allo stesso modo si sta comportando l’Iran, e sia Putin che Khatami sono stati concordi nel respingere qualsiasi ipotesi di una presenza di talebani moderati nel futuro governo afgano.

Afghanistan frammentato

Lasciata a se stessa, la situazione scivola inesorabilmente verso una frantumazione del paese, nella quale i diversi signori della guerra dominerebbero le varie etnie e ricomincerebbe una interminabile guerra civile come quella che devastò il paese dal 1992 al 1996. I tentativi di pacificare il paese attraverso una qualche assemblea nazionale non avrebbero probabilmente alcun successo.

Oggi a complicare la situazione c’è il problema dei talebani. Insistere nello schiacciarli definitivamente potrebbe costare molto caro all’Alleanza: la guerra dovrebbe spostarsi in zone etnicamente ostili ad essa, i talebani messi con le spalle al muro sarebbero costretti a combattere, l’alleanza tra i talebani e i volontari arabi di Al-Quaeda (circa 13mila uomini armati) si rinsalderebbe, e i talebani farebbero di tutto per estendere l’incendio alle regioni pakistane di etnia pushtun, tentando di destabilizzare l’intera regione. Stanarli dalle loro montagne non sarebbe cosa semplice.

L’intervento delle grandi potenze potrebbe temporaneamente "risolvere" il conflitto. Sotto il patrocinio di Usa e Russia, si potrebbe formare un governo di coalizione comprendente tutte le etnie, inclusi alcuni capi talebani. Il prezzo da pagare per i talebani sarebbe probabilmente la consegna del mullah Omar e di bin Laden e l’espulsione dei miliziani di Al-Quaeda.

Tuttavia anche una simile situazione non sarebbe affatto durevole, come mostrano i precedenti.

Poche settimane fa è stata convocata a Peshawar, in Pakistan, l’assemblea di capi tribù, o Loya Jirga, per formare una coalizione che governi l’Afghanistan una volta rovesciato il regime talebano. Mentre migliaia di afghani vengono macellati dalle bombe degli Usa, questa banda di tagliagole viene accolta con tutti gli onori nel tentativo di formare un governo "legittimo", cioè un nuovo fantoccio dell’imperialismo. Non per questo il tentativo è destinato ad avere successo, come dimostrano i precedenti. Nei primi anni ‘90 il governo pakistano, allora sotto Nawaz Sharif, convocò un’assemblea analoga a Islamabad. Dopo intensi negoziati si giunse a un accordo. Dopo l’assemblea, tutti questi mullah fondamentalisti vennero messi su un volo speciale e portati alla Mecca, di fronte alla Kaaba (il luogo sacro dell’Islam) dove giurarono di fronte ad Allah di mantenere gli accordi presi. Non erano ancora rientrati nel paese, che già i combattimenti erano ripresi.

Il vero bilancio per gli Usa

Così, se guardiamo la situazione con attenzione, vediamo come questa guerra non segni affatto un’avanzata dell’egemonia Usa, al contrario. Ironicamente, a dieci anni dalla ritirata sovietica dall’Afghanistan, a Kabul torna al potere una milizia legata a Mosca. Il bilancio dei bombardamenti assomma a questo: prima dell’11 settembre l’Afghanistan era diviso tra i talebani e l’Alleanza, che controllavano rispettivamente il 90 e il 10 per cento del territorio. Oggi le percentuali cambiano, e potrebbero persino invertirsi. Questo è tutto.

In cambio di questo gran risultato, gli Usa sono riusciti a destabilizzare l’intera regione e ad alienarsi le simpatie di tutte le forze in campo, su uno scacchiere che va ben oltre l’Asia centrale.

Il regime pakistano, che rimane il puntello fondamentale della strategia Usa, è stato messo in una posizione alla lunga insostenibile. Non si tratta solo delle manifestazioni dei fondamentalisti in sostegno dell’Afghanistan (manifestazioni che peraltro non hanno quasi mai assunto un carattere realmente di massa). L’ostilità all’intervento Usa è stata pressoché generale, e non bastano certo alcuni miliardi di dollari a rafforzare un regime che era già debole prima della guerra.

Per dieci anni la classe dominante pakistana ha basato tutta la sua politica estera sul controllo dell’Afghanistan; il concetto era di avere le spalle sicure per potersi confrontare con l’India. A questo sogno di superpotenza regionale (programma atomico, schermaglie militari in Kashmir, appoggio ai talebani negli anni ‘90) aveva sacrificato tutto, compresi i buoni rapporti con gli Usa. Nel giro di pochi giorni, però, Musharraf ha dovuto fare una svolta a 180 gradi, trasformandosi nello zerbino di Bush. Il risultato finale è di essere diventato il simbolo della capitolazione all’imperialismo, in cambio di una sconfitta totale della sua strategia.

L’India era stata corteggiata a lungo da Bill Clinton negli ultimi due anni. Ora, nel giro di 24 ore, gli Usa sono stati costretti a trasferire tutto il loro appoggio verso il Pakistan, che è il nemico tradizionale. Il governo indiano ha mostrato il suo apprezzamento cannoneggiando le posizioni dell’esercito pakistano nel Kashmir.

I regimi arabi, e in particolare la monarchia reazionaria saudita si dibattono in enormi difficoltà, fino al punto che l’Arabia saudita ha dovuto rifiutare l’uso delle proprie basi per le operazioni contro l’Afghanistan.

Al tempo stesso Bush è riuscito nel non facile risultato di suscitare l’ostilità del governo israeliano. Le chiacchiere sullo Stato palestinese non incantano certo nè le masse dei territori occupati, né il popolo arabo nel suo insieme. L’unico che deve far finta di crederci è Arafat, ormai trasformato in un pupazzo delle diplomazie occidentali. Tuttavia è stato sufficiente per far infuriare Sharon, che ha dichiarato pubblicamente (e in inglese, tanto per non lasciare dubbi) che gli Usa si comportano come gli Stati europei nel 1938, quando diedero il via libera a Hitler nell’invasione della Cecoslovacchia. Dopodiché, infischiandosene allegramente dei richiami di Bush, ha mandato l’esercito nei territori, da cui si è (temporaneamente) ritirato solo dopo aver reso chiaro quali siano le sue intenzioni e dopo aver fatto diverse decine di vittime.

Il contesto internazionale

Dieci anni fa, la guerra del Golfo fu il trampolino di lancio per l’espansione della potenza americana in tutto il globo. Quella guerra segnalò il crollo della potenza sovietica, incapace di porre qualsiasi freno agli Usa (e pochi mesi dopo l’Urss stessa venne dissolta). Il dispiegamento dello strapotere militare americano costringeva amici e nemici ad abbassare la testa. Negli anni seguenti, la diplomazia Usa interveniva in lungo e in largo nei diversi conflitti regionali, imponendo soluzioni "democratiche" a conflitti come quello palestinese, sudafricano, ecc., soluzioni che si basavano sull’accettazione della "pax americana". L’età dell’oro degli Usa (anni ’50 e primi ’60) sembrava vedere una replica negli anni ’90.

A un decennio di distanza la realtà comincia a cambiare. Gli Usa intervenendo in lungo e in largo hanno suscitato forze ostili che oggi non sono in grado di sottomettere. Il loro controllo nelle aree chiave, Balcani e Medio oriente, può mantenersi solo a prezzo di una presenza militare continua, dispendiosa e comunque insufficiente a garantire la stabilità. Ogni conflitto non fa che portare a nuovi conflitti, in una catena della quale non si vede la fine.

Molti dei loro principali alleati sono in crisi: il contrasto con Israele è evidente, ma gli Usa non possono prescindere da questo loro alleato storico. Arafat, elemento chiave nella truffa del "processo di pace" in Palestina, rappresenta ormai poco o nulla. La famiglia regnante saudita non sa più a che santo votarsi. La corruzione inimmaginabile della cricca regnante, il calo delle entrate petrolifere, la presenza delle basi Usa nel paese, le crescenti diseguaglianze sociali formano una miscela esplosiva. Il fondamentalismo che per decenni era stato alimentato dal regime, ora si trasforma in un fattore di instabilità: l’ambasciatore saudita a Washington, principe Bandar, ha dichiarato di recente: "In una democrazia occidentale, se perdi il contatto col popolo perdi le elezioni. In una monarchia, perdi la testa".

Come se tutto questo non bastasse, gli Usa vedono ora sollevarsi forze gigantesche contro di loro. A differenza del 1991, la Cina è ora un protagonista della politica mondiale. La potenza cinese è un ostacolo insuperabile per l’espansionismo americano. La Russia di Putin sta rapidamente approfittando della guerra per avanzare le proprie posizioni sia nel Caucaso che nell’Asia centrale. In questo contesto, quali che siano gli esiti a breve termine del conflitto, si può dire sin da ora che il tentativo americano di stabilire la propria presa in Asia centrale finirà in un disastro.

Chi parla quindi di un paragone con la guerra del Golfo sbaglia di grosso: questa guerra è specularmente opposta a quella: nel Golfo iniziava un vero e proprio ciclo nell’espansione Usa, oggi questo ciclo giunge al suo limite e il processo comincia a svilupparsi nella direzione opposta.

Non è questa la sede per analizzare a fondo la connessione tra guerra e crisi economica, analisi che svilupperemo ampiamente nel prossimo numero di questa rivista. Basti dire qui che gli effetti congiunti della guerra e della crisi mondiale saranno profondi, e che nel loro insieme segnaleranno l’ingresso in una fase interamente nuova negli avvenimenti mondiali.

Guerra e lotta di classe

L’instabilità generata dalla guerra non si limiterà al piano economico e militare, ma si trasmetterà inevitabilmente anche sul terreno della lotta di classe. In tutto il Medio oriente e in tutta l’Asia il problema della lotta contro l’imperialismo si intreccerà sempre di più con quello della lotta alla miseria e alle ineguaglianze sociali generate dal capitalismo. I partiti religiosi che oggi appaiono in prima fila, non sono affatto in grado di dare una risposta a queste aspirazioni. Nonostante in diversi paesi questi abbiano una base di massa, non sono affatto la forza decisiva nella società, a partire dal Pakistan, dove i partiti islamici non hanno mai raccolto più del 3-5% dei voti. I loro dirigenti, che oggi tuonano contro il "Satana" americano hanno dimostrato mille e una volta di non essere affatto in grado di condurre una vera lotta per la liberazione dei loro popoli dall’ingerenza dei paesi imperialisti. Al contrario, come è stato in passato per lo stesso bin Laden, sono più che disposti a farsi strumenti di questo o quel paese imperialista.

L’estrema degenerazione della borghesia locale in tutti questi paesi, compresi quei settori che sbandierano l’Islam come contrappeso all’imperialismo, è dimostrata in modo grafico dalla capitolazione di fronte agli Usa non appena questi hanno alzato la voce. Si tratta di regimi deboli, schiacciati fra la paura delle masse e la paura di fronte all’imperialismo. Non appena apparirà chiaro che la guerra non può essere vinta rapidamente dagli Usa, che il conflitto è destinato a durare e forse ad allargarsi, sarà una gara per vedere quale di questi regimi verrà rovesciato per primo, e un effetto domino sarebbe all’ordine del giorno.

Gli effetti della guerra si sentiranno anche in Occidente. Non solo in Europa, ma anche in Usa, la guerra cade in una fase di forti difficoltà economiche, di crisi politica, e soprattutto cade in un contesto che vede un potenziale di lotte che torna ad esprimersi dopo due decenni di arretramenti e sconfitte a catena. L’effetto congiunto della guerra, della crisi economica, e delle nuove ondate di mobilitazione apriranno una nuova epoca di convulsioni rivoluzionarie in tutto il mondo.

Sarà in questo contesto che dovremo dimostrare di saper costruire la rinascita del marxismo, dell’internazionalismo e delle vere idee comuniste, per dare uno sbocco rivoluzionario alla crisi in cui il capitalismo sta trascinando l’umanità.

14 novembre 2001

Si ringraziano i compagni Lal Khan della Asian Marxist Review (Lahore), e Alan Woods del sito In Defence of Marxism (www.marxist.com) per l’eccellente materiale pubblicato, al quale abbiamo largamente attinto per questo articolo.

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