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Utopia della decrescita o alternativa rivoluzionaria?

Dagli annunci del governo sul rilancio del nucleare all’emergenza rifiuti in Campania, la questione ambientale si impone ancora una volta e con estrema urgenza al dibattito che anima la sinistra.
 

Il piano accennato dal ministro allo sviluppo economico Scajola all’assemblea di Confindustria prevederebbe l’avvio della costruzione entro 5 anni di centrali di “nuova generazione”, solo gli impianti nucleari consentirebbero secondo lui di “produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente”. Ovvero: come infilare in poche roboanti parole una falsità dietro l’altra! Tanto per cominciare, non si capisce cosa significa “nuova generazione”, se si intende la quarta generazione, i tempi sarebbero molto più lunghi visto che la ricerca è ancora in corso e si stima che prototipi per l’impiego commerciale non potranno essere pronti prima del 2030, in ogni caso, non si eluderebbe il problema della sicurezza (non garantita in caso di terremoti) e dello smaltimento delle scorie (che verrebbero ridotte ma non eliminate), per non parlare del falso mito della convenienza economica, smentita dall’impatto dei costi di costruzione, nonchè dal fatto che l’uranio è una risorsa in esaurimento.

C’è da chiedersi dunque chi avrebbe da guadagnare dalla costruzione di queste centrali. Il plauso arrivato prontamente dalla Marcegaglia e dagli amministratori delegati di Enel ed Edison sgombra il campo da ogni dubbio e svela ancora una volta la debolezza strutturale del capitalismo italiano, succube degli appalti sulle grandi opere pubbliche come anche la Tav, il ponte sullo stretto e i termovalorizzatori, sicure fonti di profitti a costo della devastazione dell’ambiente e del territorio, senza dimenticare i costi pubblici che ricadrebbero sulla collettività sotto forma di tasse e sovrattasse.

Il Pd e “l’ambientalismo del fare” (profitti)


Non sarà certo dalla cosiddetta “opposizione” parlamentare che arriverà la risposta: il Pd si è detto disponibile a “convergere” sulle riforme negli “interessi del paese” (da intendersi dei padroni) e la questione ambientale non fa certo eccezione visto che Veltroni si è mostrato aperto sul nucleare a condizione di avere “chiarimenti” per poter “giudicare nel merito i provvedimenti”. D’altronde il cosiddetto “ambientalismo del fare” proclamato nel programma del Pd altro non prevede che un insieme di incentivi e sgravi fiscali per gli eco-padroni che ricorrono alle energie rinnovabili. Insomma: signori, fatevi sotto, che c’è da guadagnarci! Le tecnologie eco-sostenibili rappresentano per la classe dominante a livello internazionale un lucroso business, soprattutto se sostenute dagli aiuti di Stato, e fino a quando l’unica spinta al loro sviluppo sarà la fame di profitti non si può sperare in nessun giovamento per l’ambiente. Non può avere davvero a cuore la salvaguardia dell’ambiente chi rappresenta gli interessi di una classe la cui unica bussola è il conseguimento del profitto.

Il congresso del Prc e la questione ambientale


Ai militanti di sinistra si impone quindi la necessità di costruire anche su questo piano una netta opposizione ai piani della borghesia, sia che vengano dispiegati dall’offensiva delle destre sia che trovino voce negli esponenti del Pd. Si tratta di un tema che, nel pieno dell’emergenza rifiuti e del dibattito che coinvolge gli attivisti di Rifondazione che in tutta Italia sono stati e saranno protagonisti di lotte territoriali contro i piani padronali di devastazione ambientale, non può fare a meno di attraversare il congresso nazionale del partito.

Partendo dall’aggressività con la quale il capitalismo depreda risorse e distrugge territori in nome del profitto, nei tre documenti della ex maggioranza bertinottiana si propone infatti un nuovo modello di sviluppo: dalla “critica allo sviluppismo” del documento Acerbo che avanza un concetto di “ecologia politica” basato sul “risparmio, il ripristino, la conservazione, il riuso”, alla vendoliana “elaborazione ecopacifista” di una “sinistra che pratica il risparmio energetico, lo sviluppo delle energie rinnovabili, altri consumi, cooperazione”, fino alle proposte della mozione Russo “per un altro modo di fare economia, sociale, non più affidato alla crescita, ma basato su una capacità di interazione con i cicli ambientali”, l’eco della teoria della decrescita è particolarmente forte.

Decrescita e riformismo


Questa corrente di pensiero, elaborata e sviluppata da accademici come Serge Latouche e Mauro Bonaiuti, di fronte alla collisione tra un capitalismo votato all’accumulazione illimitata e la limitatezza delle risorse naturali, mette in discussione il concetto di crescita come “mito fondativo della nostra società” e riscopre quello della “giusta misura”, da applicare in primo luogo alle dimensioni delle strutture produttive, essendo quelle medio-piccole “le sole in grado di operare scelte in favore di un’autentica sostenibilità ecologica” (Bonaiuti). Anche da un punto di vista politico vale lo slogan “piccolo è bello” dato che si ritiene che la democrazia possa funzionare solo in piccole unità di circa 30.000 abitanti (Fotopoulos).

Il carattere utopistico di questa idealizzazione del locale in un contesto di capitalismo globalizzato è evidente e non sfugge ai suoi fautori, scrive infatti Latouche: “Un capitalismo eco-sostenibile è […] irrealistico sul piano pratico […] dunque una società della decrescita non può concepirsi se non si esce dal capitalismo, […] tuttavia l’eliminazione dei capitalisti, il divieto della proprietà privata degli strumenti di produzione, l’abolizione del rapporto salariale o del denaro getterebbe la società nel caos”. Il “ciclo virtuoso della decrescita” non può quindi avviarsi se non con misure riformiste: tassazione dei movimenti di capitali speculativi (Tobin Tax), riforma e controllo democratico delle istituzioni internazionali come Wto, Onu, Fmi, applicazione del principio “chi inquina paga” ecc. Al di là dell’innocuità di un tale programma (in parte già applicato con il bluff del protocollo di Kyoto), ci si è lasciati sfuggire un piccolo particolare: anche volendo ammettere che con queste misure si riuscisse ad innescare un circolo virtuoso nel senso della “riduzione del peso e delle dimensioni dei grandi apparati finanziari e produttivi” come le multinazionali, queste ultime, oltre a detenere le leve economiche di questo sistema, possono avvalersi della protezione di fior fior di eserciti ed apparati statali per difendere i propri privilegi. Solo avendo chiara la necessità di scardinare il loro potere con una politica rivoluzionaria a livello internazionale si può seriamente pensare ad uno sviluppo realmente sostenibile, qualsiasi idealizzazione di improbabili società conviviali e solidali non è altro che una giustificazione riformista dello stato di cose attuali. O, peggio, un invito ai lavoratori a tirare la cinghia.

Il socialismo, unica vera alternativa


La globalizzazione ci consegna un sistema in cui lo sfruttamento anarchico e irrazionale delle risorse naturali per la ricerca di profitti privati ha provocato squilibri ambientali a livello globale (buco dell’ozono, effetto serra, riscaldamento del pianeta), problemi che non ha senso affrontare se non da un punto di vista mondiale e rivoluzionario, altro che mitologiche piccole comunità pacificate da un lato, o conferenze internazionali dei potenti della terra con annessi protocolli dall’altro! Solo una federazione mondiale di stati socialisti in cui l’utilizzo delle risorse sia pianificato in base alle effettive esigenze della popolazione e sottoposto al controllo democratico dei lavoratori può garantire uno sviluppo delle forze produttive compatibile con l’ambiente. Lavorare in questa prospettiva significa conquistare i giovani e i lavoratori alle idee del marxismo rivoluzionario attraverso rivendicazioni di transizione come:

• no al nucleare, forte investimento per la ricerca pubblica sulle fonti rinnovabili.

• coordinamento di tutte le vertenze ambientali e dei comitati di lotta (contro la Tav, i rigassificatori, gli inceneritori, le discariche, le basi Usa e Nato).

• rinazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori di tutte le aziende che  gestiscono il ciclo dei rifiuti, la distribuzione dell’acqua e dell’energia.

• nazionalizzazione e riconversione sotto il controllo operaio delle industrie che inquinano.

9 giugno 2008 

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