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A quasi un mese dall’inizio della crisi nel complesso nucleare di Fukushima un’abnorme presenza di iodio 131 è stata confermata nella falda, così come di tellurio, molibdeno e zirconio. Roberto Mezzanotte, già direttore del Dipartimento di Scienze nucleari dell’Ispra, azzarda l’ipotesi seguente: “A Fukushima è probabile che l’enorme quantità d’acqua usata per raffreddare il reattore 1 vi sia poi penetrata nel terreno attraverso una qualche via d’uscita, così com’è anche defluita nel mare”.
A conferma di ciò il mare presenta livelli di radiottività tra 4mila e 10mila volte il livello legale. E secondo esperti non legati al governo giapponese o alla Tepco bisognerebbe considerare l’evacuazione di tutti gli abitanti in un raggio di 50 km attorno alla centrale.
In poche parole ancora la radiottività sprigionata dai reattori non ha superato il 50% di quella fuoriuscita a Chernobyl. Ma siccome il problema non è risolto e in un raggio di 300 km attorno a Fukushima vivono 40 millioni di persone, le conseguenze finali in termini di vite umane e di danni economici potrebbero essere incalcolabili.

Nascondere, disinformare, negare

Per decenni l’industria nucleare si è retta sull’inganno e la disinformazione. Si è fatto l’impossibile per nascondere i rischi, i costi complessivi e i problemi irrisolti (le scorie). Tra l’incidente di Windscale (Gran Bretagna, 1957) a quello di Fukushima, passando per quello di Three Mile Island (Usa, 1979) e quello di Chernobyl (Ucraina, 1986) ci sono stati decine di migliaia di piccoli e medi incidenti, che stanno a dimostrare come non esista una tecnologia assolutamente sicura. I fautori del nucleare fanno della facile ironia paragonanado i morti provocati dall’atomo a quelli degli incidenti stradali. Ma nel caso dell’automobile siamo in grado di valutare bene i rischi impliciti. E con gli accorgimenti giusti è possibile ridurre in modo significativo gli incidenti.
Il rischio del nucleare è di natura diversa. Sappiamo che in mezzo secolo gli incidenti seri sono stati tre con centinaia di centrali in funzione, ma in due di quei casi i danni all’ambiente, alle persone e all’economia sono stati enormi.
Un esempio banale può rendere chiara la differenza tra il rischio nucleare e gli altri: se offriamo in una festa un vassoio con mille cioccolatini tra i quali uno è al cianuro, stiamo offrendo una possibilità di morte sicura tra mille… Sarebbe interessante vedere quanti di noi prenderebbero un cioccolatino!
Dopo Chernobyl (non a caso) né la Aiea, nè i governi hanno fatto uno studio serio per valutare le conseguenze sulla salute di quell’incidente. In Giappone la natura del problema richiederebbe il seguito di decine di milioni di persone per almeno 30-40 anni con costi enormi, per poter sapere con relativa certezza le conseguenze della loro esposizione alla radioattività.
Come abbiamo visto in altri incidenti possiamo affermare che la Tepco – già condannata più volte per aver nascosto o falsificato dei dati – ha provato a sminuire in questo mese ogni aspetto dell’incidente di Fukushima. La settimana scorsa esperti di Greenpeace hanno misurato a 20 km della centrale livelli di radiazione di 10 microsievert per ora, e a Tsushima – a più di 30 km –, più di 100 microsievert per ora. “Chiunque passi diversi giorni in queste zone prenderebbe la dose massima di radioativittà annua (che è di 1 millisievert o 1.000 microsievert)”, hanno dichiarato. La Oms considera che superare i 100 millisievert/anno comporta un serio rischio di cancro. Il governo giapponese e la Tepco stanno sminuendo il problema perchè hanno paura dei costi e delle conseguenze per il futuro del nucleare!

Nazionalizzazione della Tepco


Diventa sempre più concreta l’ipotesi di una entrata di capitale pubblico (fino al 49%) nell’azionariato della Tepco, in previsione dei pesanti oneri che la compagnia dovrà sostenere a seguito dei problemi provocati dall’incidente di Fukushima. La più grande azienda energetica asiatica dice di possedere l’equivalente di circa 18 miliardi di euro di prestiti d’emergenza concessi dalle principali banche nipponiche per coprire i costi crescenti, ma le richieste di risarcimento potrebbero superare i 100 miliardi di euro.
Masayuki Sudo, un portavoce della Nisa, agenzia di sicurezza nucleare giapponese, ha ammesso che sembra impossibile che l’azienda possa sopravvivere senza questi aiuti. La parola nazionalizzazione è tabu, ma l’idea che i soldi pubblici dovrebbero essere usati in quantità per salvare la Tepco è data per scontata.
Basta fare due conti: La Tepco dovrà fare fronte alla chiusura di Fukushima. Sicuramente dell’intero sito con tutti i sei reattori. Le alte dosi di radiottività sprigionate renderebbero impossibile usarlo parzialmente. A ciò si deve aggiungere l’ingente conto dei danni provocati. Le assicurazioni dovranno fare fronte a richieste miliardarie. Proveranno sicuramente a rifarsi con la Tepco accusandola di negligenza. La battaglia legale durerà anni e le spese saranno enormi. Non è difficile prevedere che i soldi pubblici saranno usati in grande quantità per far fronte alle colpe degli azionisti privati.
I comunisti dovrebbero invece denunciare l’ennesimo uso dei soldi pubblici per coprire il comportamento criminale dei privati. È un classico: i capitalisti riscuotono i guadagni, ma quando il loro comportamento porta ad una crisi seria (sia questa una crisi finanziaria globale o una crisi nucleare) ci devono pensare i governi, che con i soldi di chi paga le tasse coprono tutto! Non possiamo accettare che si metta in discussione il diritto alla salute, alla pensione, alla casa per sovvenzionare Lorsignori!
L’incidente di Fukushima è una grande sciagura, ma anche una enorme opportunità. Pone concretamente un problema: quali fonti energetiche si debbano utilizzare e quali conseguenze comporta questa scelta. Il riscaldamento climatico ci ricorda che il problema è ancora più complessivo. Non solo quanta energia produrre e da quali fonti, ma quali prodotti e servizi produrre e come distribuirli, come rispondere al bisogno di alloggio, di mobilità, di noi tutti. Tutto ciò ha implicazioni enormi per l’oggi e per il domani. Lasciare queste scelte alle leggi del mercato è semplicemente irresponsabile oltre che ingiusto. Siamo 7 miliardi su questa terra mentre le decisioni economiche e politiche che riguardano tutti noi sono in mano ad un pugno di banchieri e grandi capitalisti.
Se la maggioranza della popolazione che lotta ogni mese per sbarcare il lunario si unisse potrebbe essere in grado di opporsi a tutto ciò. Le recenti rivolte nel mondo arabo dimostrano ancora una volta che quando gli sfruttati si uniscono in lotta sono invincibili.

La lotta per una società socialista


Chernobyl dimostrò, se ancora ce n’era bisogno, il disprezzo della corrotta burocrazia sovietica per la popolazione. I capitalisti occidentali dissero allora che l’incidente era accaduto in un inefficiente paese “comunista”. Che nelle centrali del “mondo libero” non sarebbe mai succeso. Fukushima ha dimostrato che anche in Giappone, dove la maggior parte degli edifici ha retto un terremoto di alta intensità, il nucleare ha fatto cilecca. Dobbiamo aspettare un incidente simile in Europa o negli Usa per averne la conferma definitiva?
Noi comunisti crediamo che sia possibile e necessario avviare a partire da questi 50 anni di esperienze una campagna mondiale per la chiusura del nucleare come fonte energetica e per la nazionalizzazione sotto il controllo di lavoratori e utenti di tutte le industrie energetiche. Ciò sarebbe l’unico modo di assicurare che scelte decisive per tutti noi siano prese senza dare più importanza ai dividendi di borsa che al resto.
In Italia c’è un referendum tra pochi mesi. Usiamo queste settimane per una campagna capillare che spieghi come una società socialista gestita democraticamente sarebbe l’unica risposta possibile oggi alle complessità del mondo. Non è una utopia.
È l’unico modo di sfuggire alla catastrofe. Un mondo come quello odierno, basato sullo sfruttamento delle risorse naturali, dei lavoratori o aspiranti ad esserlo da parte di una esigua minoranza di capitalisti non ha futuro. Ma non possiamo illuderci che siano lor signori a capirlo e mettersi da parte. Berlusconi, Sarkozy, la Merkel, come il governo giapponese, sono stati obbligati a parlare di “pausa di riflessione sul nucleare”. Parole simili hanno detto di fronte alla crisi economica scatenata nel 2008 e che ha provocato finora migliaia di miliardi di perdite, decine di milioni di disoccupati e non è ancora finita.
Così come i banchieri sono tornati agli stessi affari di prima, i fautori del nucleare torneranno alla carica appena possibile. Dovremmo essere tutti noi a impediglierglielo! Dobbiamo recuperare il controllo delle nostre organizzazioni: sindacati e partiti di sinistra ed usarle per trasformare la società. Per rendere le nostre società veramente democratiche. Per assicurare che le decissioni siano prese nell’interesse di tutti.

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