Influenza atipica... e affari tipici - Falcemartello

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La Gloria, 3.000 abitanti nello stato messicano di Veracruz. Nel mese di febbraio di quest’anno Edgar Hernandez, 4 anni, si ammala di quella che sembra una semplice influenza. Abita vicino ad un gigantesco allevamento di maiali di proprietà di una compagnia Usa, la "Granjas Carroll”, posseduta per il 50% dalla Smithfield Food, che possiede otto fattorie dei dintorni di La Gloria, in cui vengono uccisi più di un milione di animali l'anno.

Dopo Edgar altri 450 abitanti di La Gloria denunciano difficoltà respiratorie e sintomi molto simili a quelli della influenza dei suini. Perciò la nuova influenza sarà chiamata fin dall’inizio influenza suina. Gli abitanti parlano degli scarti della lavorazione della carne suina mal gestiti dalla fabbrica statunitense. Essendo sottovento il paese è investito da anni da sgradevoli odori e da sciami di mosche.

Due mesi dopo il primo caso di quello che oggi si chiama influenza A/H1N1, e con oltre un sesto degli abitanti di La Gloria ammalati, il ministro della Salute messicano, Jose Angel Cordoba, dà l'allarme. Alla fine di marzo, l'influenza atipica sbarca negli Stati Uniti e colpisce un bambino di 10 anni a San Diego, in California: ha febbre alta e vomita. Un tampone nasofaringeo viene esaminato dal Centro di malattie infettive della Marina di San Diego, ma risulta negativo a tutte le forme influenzali conosciute, i Cdc di Atlanta lo identificheranno il 21 Aprile come un nuovo ceppo di influenza A/H1N1.

L’Oms la definisce subito un’influenza pandemica. Assicurano che tra 1.500 e 1.800 milioni di persone che vivono nell’emisfero nord (il 30% della popolazione) soffriranno un contagio di influenza A /H1N1 dal settembre 2009. Sul sito dell’OMS iniziano a comparire dichiarazioni sulla virulenza e in particolare sulla pericolosità di questo virus, con le contemporanee precisazioni relative alla difficoltà di preparare per tempo un vaccino. In contrasto con queste notizie, nell’altro emisfero, quello australe, che sviluppa le influenze invernali durante le nostre primavere/estati e che era già stato colpito dall’influenza A/H1N1, sembrava che l’epidemia non fosse molto preoccupante.

Malgrado ciò l’11 giugno 2009, l’OMS ha dichiarato questa influenza come “Pandemia di Livello 6”: il grado massimo di pericolo pubblico.

Oggi che anche in Italia milioni di persone sono contagiate di questo virus è necessario fare il punto della situazione. L’ansia e il panico aiutano solo a creare confusione e a fare affari ai soliti noti. Bisogna guardare con la mente fredda alle risposte offerte dai sistemi sanitari (a partire dell’Organizzazione mondiale della sanità, Oms), al ruolo dei mezzi di comunicazione, agli interessi economici coinvolti e infine al comportamento di ognuno di noi.

Una premessa necessaria.

I virus sono entità biologiche con caratteristiche di parassita obbligato (cioè non possono sopravvivere al di fuori degli organismi che infettano). Essi sono responsabili di malattie in organismi appartenenti a tutti i regni biologici: esistono infatti virus che attaccano batteri (i batteriofagi), funghi, piante e animali, dai meno evoluti all'uomo.

Perciò gli esseri umani convivono con i virus da sempre. La differenza tra gli ultimi due secoli e il passato è dovuta alla esplosione demografica, alla crescita esponenziale degli agglomerati urbani e degli spostamenti delle persone. Ciò, assieme alla raccolta sistematica dei dati sulla salute delle popolazioni e alla esistenza di sistemi sanitari nazionali in una buona parte del mondo, ci ha permesso di vedere il fenomeno delle malattie influenzali provocate dai virus nel suo insieme e con tutte le conseguenze (sulla salute, sociali, sul lavoro…).

A questo proposito sarebbe importante non dimenticare che ogni anno le influenze “tipiche” provocano dalle 250 mila alle 500 mila vittime nel mondo, tra le 5000 e le 8000 solo in Italia. Essendo una malattia stagionale ciò vuol dire che ogni anno i morti in Italia per la influenza “tipica” sono almeno 200 alla settimana! Esistono anche altre cause di morte come quelle sui luoghi di lavoro che gli stessi media passano sotto silenzio. Almeno 25 morti alla settimana, per tutto l’anno! Ma ciò viene considerato normale, una “semplice” disgrazia!

Di fronte a questi numeri “veri” la conta macabra dei giornali e le tv con frasi ad effetto del tipo: “10 morti in una settimana” si dimostrano come quello che sono: una montatura per “gonfiare” la notizia, per creare ansia… per aumentare le vendite… in un processo che si autoalimenta, se non sapremo fermarlo.

Nel mondo muoiono ogni anno due milioni di persone a causa della malaria. Altre malattie come il morbillo, la polmonite, ecc provocano la morte di milioni di persone ogni anno e di ciò nessuna notizia appare in tv o sulle prime pagine nei giornali. Perché?

Ricordate le raccomandazioni dell’Oms sull’influenza dei polli? Solamente in Asia furono sacrificati 140 milioni di polli (200 milioni in tutto il mondo). Invece dei 150 milioni di morti che paventava l’Oms, tra 2003 e 2008 sono morti in Asia 243 persone a causa di questo virus. Ma nel frattempo decine di milioni di confezioni di antivirali specifici, sviluppati appositamente, che nel panico generalizzato furono acquistati alle multinazionali del farmaco, arrivarono sugli scaffali delle farmacie.

Il ricordo strumentale della “spagnola”

A chi si pone le domande suddette si sbatte in faccia il ricordo della influenza “spagnola”. L’A/H1N1 ha delle somiglianze con quel virus… ma dopo milioni di contagiati nell’emisfero australe, con una mortalità tra dieci e venti volte minore delle normali influenze, usare “la spagnola” per giustificare l’emergenza è segnale di ignoranza o di mala fede. È vero che tra il 1918 e il 1919 l’influenza uccise circa 50 milioni di persone nel mondo, ma fare il paragone tra allora e oggi è semplicemente ingannevole. A quel tempo gli antibiotici non erano stati ancora scoperti (fu Alexander Fleming nel 1928 a scoprire la penicillina) e la maggior parte dei morti si ebbero per complicanze batteriche, cioè infezioni opportunistiche che si sovrapposero all'influenza nell'organismo indebolito. Gli antibiotici avrebbero potuto rappresentare una cura efficace riducendo drasticamente la mortalità. Inoltre c'è da considerare un fattore decisivo, sia ieri che oggi: le condizioni igieniche disastrose. Allora come oggi a fare la differenza nei tassi di mortalità delle popolazioni colpite da influenza sono la mancanza di condizioni igieniche, la scarsa o cattiva nutrizione e infine l’esistenza o meno di un sistema sanitario moderno.

Sempre la mancanza di igiene e l’alimentazione inadeguate furono alla base della diffusione della peste nera in tutta Europa tra il 1347 e il 1352. Si calcola che sia morta almeno un terzo della popolazione poiché le città europee di quel tempo erano delle vere e proprie discariche a cielo aperto, con cumuli di rifiuti giacenti a marcire per strada, l'assenza di fognature, con rifiuti organici versati direttamente in strada da finestre e balconi.

L’influenza stagionale e la Oms

La influenza tipica è sempre provocata da un tipo di virus, simile al A/H1N1. I virus, per le sue caratteristiche, sono soggetti a mutazioni costanti e in base alle stagioni la sua pericolosità si alterna tra l’emisfero settentrionale e australe. Siccome il metodo tradizionale di produrre vaccini tramite colture su uova richiede da 6 a 8 mesi, tutti gli anni la Oms a gennaio riunisce alcuni tra i massimi esperti mondiali, per decidere quali dei virus influenzali trovati nell’anno precedente, sarà il principale protagonista dell’influenza nell’inverno successivo. Scelgono i tre o quattro più quotati e partendo da essi preparano il vaccino per la prossima stagione. Essere protetti o meno dalla vaccinazione influenzale dipende dalla fortuna degli esperti nell’elezione del virus giusto. Questa è la ragione principale per cui la vaccinazione contro l’influenza stagionale ha un successo limitato.

Questa volta l’influenza è caratterizzata da un virus A/H1N1 risultato della ricombinazione di virus suini, aviari e umani, che è stato affrettatamente etichettato a rischio di pandemia solo perché si trasmette molto velocemente da uomo a uomo, senza però considerare la gravità della sua capacità patogena, che è invece il fattore decisivo per decidere la pericolosità di un virus.

Il 24 aprile 2009 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) emetteva il primo bollettino ufficiale sull’influenza A/H1N1. Venivano descritti i primi casi negli USA e in Messico e il virus veniva presentato come un virus assolutamente nuovo. L’ultimo aggiornamento dell’OMS (Pandemic H1N1 2009 - update 73), pubblicato il 2 novembre 2009, indica “più di 482.300 casi in tutto il mondo, con “non meno di 6.071 morti”.

L’Oms ammette però che non si sa assolutamente quanti di questi casi siano causati veramente dal virus A/H1N1 e quanti invece siano causati da altri virus. Dal punto di vista dei sintomi non esiste differenza tra la influenza stagionale e quella atipica. In alcuni paesi non si fanno sempre i tamponi per verificare che i sintomi dei pazienti siano provocati dal nuovo virus. Dato che il test è costoso e inoltre è ritenuto poco sensibile nel diagnosticare correttamente il virus imputato, in diversi paesi non viene più utilizzato per la diagnosi laboratoristica. In Italia il governo da molta importanza al fatto che “normalmente” l’influenza stagionale non colpisce tanti bambini come quella odierna e lo fa notoriamente nei mesi tra dicembre e febbraio… Anche l’OMS, afferma che “possiamo supporre che quasi tutti i casi siano di influenza A/H1N1”.

Scenario apocalittico

Ogni morto in queste settimane si presenta come se ci trovassimo in mezzo ad una guerra. Nei mesi scorsi si è addirittura arrivato a ipotizzare vaccinazioni obbligatorie di massa e chiusura di scuole per fermare la “pandemia”. Se intendiamo pandemia come una malattia che colpisce tutti i paesi del mondo il termine è appropriato, ma se prendiamo in considerazione il numero di casi facciamo notare che qualsiasi influenza stagionale colpisce un numero di persone decine di volte più alto. L’Oms considera pandemia qualsiasi malattia che colpisce più di 2 abitanti per mille. Ciò vuol dire che se in Italia qualsiasi malattia colpisce più di 120mila persone è una pandemia. Il problema però non sono i contagiati, ma la gravità dei sintomi, il tempo della degenza e il numero dei morti.

Ma fare chiarezza su tutto ciò non serve né a vendere giornali (che non sono un servizio pubblico, ma di proprietà di grandi gruppi privati), né a giustificare gli acquisti per miliardi di euro di confezioni di vaccini e milioni di antivirali.

Tom Jefferson, epidemiologo presso il centro italiano della Cochrane Collaboration, in una intervista al tedesco "Der Spiegel"  ha dichiarato che lo spettro della pandemia killer è soprattutto un'anomalia mediatica perché altre infezioni, come quelle da coronoavirus e rinovirus fanno ben più morti, ma non vengono altrettanto pubblicizzate.

A suo parere le cause di ciò sono diverse. C’entra la pressione esercitata dalle aziende farmaceutiche nel proporre i loro farmaci antivirali basati su molecole come oseltamivir e zanamivir e i vaccini. Ma c’entra anche, secondo l'epidemiologo, un gioco di potere tra scienziati ed esperti vari che competono per migliorare la loro reputazione e accaparrarsi più fondi di ricerca.

Abbiamo già detto dell’efficacia relativa del vaccino contro l’influenza stagionale. Ora ai soliti problemi si aggiunge il fattore tempo. Le aziende farmaceutiche hanno avuto pochi mesi per svilupparlo. Ci hanno proposto un vaccino che con due iniezioni a distanza di 21 giorni ottiene dopo 42 giorni dalla prima iniezione una adeguata risposta immunitaria nel 70% dei vaccinati. A fine settembre, e forse a causa della velocità di trasmissione dell’influenza che arriva prima della vaccinazione… hanno proposto una sola dose dai 6 anni in su.

Le sperimentazioni del vaccino sono iniziate non prima del luglio 2009 ed infatti nella letteratura scientifica non risulta ancora nessuna documentazione sperimentale dell'efficacia e della sicurezza del vaccino. Per questo motivo possiamo affermare con tutta tranquillità che non esiste e non può esistere nessuna prova scientificamente e sperimentalmente valida che il vaccino contro il virus A/H1N1 sia efficace e sicuro, in particolar modo per le donne in gravidanza e i bambini.

L’unica certezza è che le più potenti industrie farmaceutiche, appoggiate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e da gran parte della stampa, hanno ottenuto ordini per miliardi di dosi di vaccino. Il giro d'affari mondiale si aggira intorno ai 40/50 miliardi di euro.

Secondo il governo italiano i vaccinati fino al 1 novembre non superavano i 50mila individui. Un numero così basso di fronte ai 24 milioni di vaccini previsti si deve a un insieme di cause. Ci sono stati ritardi e errori nelle consegne ai servizi sanitari regionali, c’è molta confusione sulle controindicazioni e i reali benefici della vaccinazione e ultimo ma non meno importante: molti medici e infermieri si rifiutano di prendere il vaccino. Lo stesso segretario alla salute ammette che difficilmente si supererà il 40% degli addetti. Proviamo a capire perché.

Vaccini e antivirali: rischi e benefici

Diciamo subito che non siamo tra quelli che si rifiutano di assumere qualsiasi vaccino, sempre e comunque. In questo, come in altri campi, il punto è il rapporto tra rischi e benefici. Il vaccino contro la poliomielite o contro il vaiolo sono stati decisivi per sconfiggere questi due flagelli dell’umanità. Ma non crediamo si possa dire lo stesso su questo vaccino che contiene additivi pericolosi come tracce di squalene, l’immuno-coadiuvante accusato di aver scatenato una nuova devastante sindrome ereditaria tra i militari Usa nella Guerra dei Golfo. Lo squalene fu ritenuto uno dei possibili responsabili della cosiddetta "Sindrome della guerra del golfo" in 180.000 soldati (il 25% dei soldati vaccinati contro l'antrace), e collegato a malattie devastanti e autoimmuni come artrite, irritazioni e lesioni cutanee croniche, fatica cronica, emicranie croniche, perdita abnorme di peli, vertigini, debolezza, perdita di memoria, attacchi epilettici, problemi neuropsichiatrici, effetti antitiroidei, anemia, sclerosi multipla ecc.

Nel 1976, negli Stati Uniti il Presidente Gerald Ford avviò una vasta campagna di vaccinazione contro il virus dell'influenza A che aveva fatto un morto e colpito, con sintomi leggeri, 240 soldati di stanza a Fort Dix, nel New Jersey. Quaranta milioni di statunitensi presero il vaccino. E la temuta epidemia non si materializzò, Ci furono 300 casi di influenza e 2 morti. Ma la sindrome di Guillain-Barré (una neuropatia le cui cause sono tuttora ignote, ma che in alcuni casi può derivare dalla somministrazione di vaccini antinfluenzali) in quell’anno colpì 600 persone, dei quali un 80% si recuperò in pochi mesi, un 15% soffrì gravi complicazioni e 25 morirono.

Per quello che riguarda gli antivirali due sono le cose da dire: sono farmaci piuttosto recenti la cui efficacia è relativamente bassa. Da sempre si è sostenuto che la miglior risposta contro le infezioni virali è uno stato di buona salute precedente. La differenza nei numeri di morti nei due paesi coinvolti per primi: Usa e Messico è facilmente spiegabile su questa base. Negli Usa lo stato di salute medio della popolazione è migliore che in molte zone del Messico. Inoltre di fronte ad un’insufficienza respiratoria acuta la qualità e la disponibilità a breve distanza di un pronto soccorso fa la differenza tra la vita e la morte.

L’antivirale principale è il Tamiflu, ma la velocità con cui i virus sviluppano resistenza a questo farmaco concede poche speranze in caso di pandemia, perciò si rischia che non funzioni più se ci fosse veramente bisogno. Per quello che riguarda agli effetti collaterali… non sono trascurabili: Tamiflu, in un bambino su due, causa nausea e vomito, in uno su 10 disturbi neuropsichiatrici compreso delirio, autolesionismo….    

Paranoia e razzismo

In Italia lo stesso governo che sposa e accetta criticamente i consigli dell’Oms e delle multinazionali farmaceutiche apprestandosi a spendere centinaia di milioni di euro per combattere un virus “atipico” con indici di mortalità tra dieci e venti volte più bassi della influenza “tipica”…ha approvato pochi mesi fa una mal chiamata legge sulla sicurezza (ddl 733 B) che nel terreno della salute avrà conseguenze deleterie.

Con la legge che considera “reato penale” la mancanza di permesso di soggiorno, centinaia di migliaia di stranieri, gruppi familiari e singoli individui, dovrebbero vivere senza accedere a cure sanitarie in caso di malattia. Il provvedimento aumenta il rischio di epidemie cui sottopone sia i migranti che i cittadini dell’’Unione europea e del resto del mondo. Rende impossibile, nel caso insorgesse un’epidemia, qualsiasi azione di prevenzione, quarantena o azione sanitaria.

Senza cure mediche, senza vaccinazioni e trattamenti adeguati, basta un’influenza atipica per mietere molte vittime e dare luogo a possibili gravi mutazioni. Per non parlare del pericolo-lebbra, una malattia che recentemente è stata segnalata a Milano e Genova. Le cure tempestive, le procedure antiepidemiche e la quarantena hanno evitato il diffondersi del morbo, cosa che da oggi non sarà più possibile. Il pericolo epidemie, un’emergenza del mondo globalizzato di oggi, richiede necessariamente la fiducia nelle Istituzioni sanitarie da parte di tutte le categorie sociali. In caso contrario, si torna nel Medioevo, con i pericoli che ne conseguono.

Come comportarsi?

Se per ora 8 operatori della sanità su 10 non si stanno vaccinando vorrà pur dire qualcosa… È doveroso ricordare che i farmaci sono solo uno dei tanti strumenti disponibili per difendere la propria salute, che devono essere utilizzati in modo razionale e solo se necessario, e che un’epidemia  di questo tipo si sconfigge innanzitutto con misure basilari di salute pubblica, in primo luogo l'igiene.

Le esperienze recenti (SARS, influenza aviaria) insegnano che il controllo delle epidemie si raggiunge soprattutto con misure di base di salute pubblica (osservanza delle norme igieniche, utilizzo delle mascherine, isolamento degli ammalati, quarantena delle persone che sono state in contatto con gli ammalati). La SARS è stata sconfitta sostanzialmente con gli stessi metodi (aggiornati e migliorati) che erano stati impiegati nei secoli passati per le epidemie di peste, non sulla base di un bombardamento di farmaci.

Questa precisazione è necessaria per cercare di spiegare come non tutta la popolazione italiana dovrà essere curata con i vaccini. Questi ultimi saranno necessari per le persone maggiormente a rischio.

Inoltre è importante sottolineare come sia del tutto inutile e potenzialmente dannoso che le singole persone facciano incetta di medicinali. Un uso sconsiderato e irrazionale degli antivirali potrebbe comportare rischi per la salute dei pazienti e lo sviluppo di ceppi di virus resistenti.

Infine due casi su tre di sintomi da raffreddamento (raffreddore, tosse, qualche linea di febbre, malessere diffuso e dolori articolari), non sono imputabili ai virus influenzali circolanti (tipici o atipici che siano), ma ad altri virus, come rinovirus, adenovirus, coronavirus e virus parainfleunzali.

Lavoratori e capitalisti: due modi diversi di pensare alla salute

Malgrado la gigantesca campagna dei mezzi di comunicazione molti lavoratori stano traendo le proprie conclusioni. Intuiscono come da parte dei media ci sia dell’esagerazione atta a favorire le aziende farmaceutiche. I lavoratori del sistema sanitario sono in prima linea. Sanno di quello che è accaduto nell’emisfero australe e dubitano specialmente del vaccino per i possibili effetti collaterali. Molti lo dichiarano pubblicamente e propongono ai pazienti di non farlo.

Lo spreco di denaro pubblico, l’ansia e il panico provocati per i profitti di una minoranza sono davanti ai nostri occhi. I due pesi e le due misure sono evidenti. Non si dedicano i fondi necessari per la ricerca contro la malaria perché i pazienti non avrebbero i soldi per pagarsi i farmaci. Soprattutto non si combattono le cause economiche e politiche che sono alla base della fame nel mondo, la prima causa diretta o indiretta di morte.

Secondo la Oms tra il 1990 e il 2001, su 56,24 milioni di morti l’86% abitava nei paesi più poveri, uno di ogni cinque fu un bambino y quasi un terzo morirono per ragioni banali (infezioni, parto e cattiva nutrizione). Agli azionisti delle multinazionali farmaceutiche, ai banchieri, ai capitalisti in genere e ai burocrati delle organizzazioni come la Fao o la Oms queste cifre non tolgono il sonno. Ogni tanto fanno dei convegni dove decidono di donare alimenti o medicinali, di condonare qualche debito. Poi il meccanismo infernale del mercato mondiale, dello scambio disuguale tra materie prime vendute ai prezzi decise dai cartelli dei compratori e merci prodotte nei paesi industrializzati… ricomincia a creare ancora le ingiustizie e la povertà.

I lavoratori e le loro famiglie, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, hanno tutto l’interesse a partecipare in una lotta per ottenere o mantenere un servizio sanitario pubblico, di qualità e universale.  L’esperienza degli Usa, dove non esiste ancora un servizio del genere (e non esisterà nemmeno dopo la “riforma” di Obama) dimostra come si può lasciare senza assistenza 47 milioni di persone e allo stesso tempo avere le cifre più alte del mondo di spesa sanitaria senza assicurare per questo un livello di qualità della vita e/o di speranza di vita superiore a quegli altri paesi dove il servizio pubblico universale esiste.

Ma un servizio sanitario pubblico, che dipende per la ricerca e la produzione di farmaci delle multinazionali come Novartis o Glaxo, è una contraddizione in termini. Il servizio pubblico dovrebbe cercare di assicurare il miglior livello di salute alla popolazione con la spesa necessaria. Agli azionisti delle aziende farmaceutiche ciò non interessa. e non sono disposti a cedere nemmeno una briciola degli enormi profitti accumulati in questi anni Questa contraddizione si risolve in un unico modo: lottando per la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori, degli operatori sanitari e dei pazienti, delle aziende del settore dalla produzione all’assistenza. Non è accettabile che uno dei settori con maggiori profitti per i capitalisti e con maggiori sprechi di danaro pubblico, sia quello sanitario. Il compito di un partito che vuole “rifondare il comunismo” è porsi questo problema, dialogare con lavoratori e utenti del servizio sanitario, intervenire nelle vertenze, lottare contro gli sprechi e le ingiustizie inserendo tutto questo in una lotta più generale per porre fine a questo sistema basato sul profitto di pochi a costa dello sfruttamento dei più.

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