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Il fattore energia, sebbene faccia notizia solo in occasione di grandi disastri, rappresenta, nel nostro sistema economico, un grosso problema da molto tempo. I recenti fatti in Giappone ci spingono a una riflessione sia sull’utilizzo di fonti energetiche non totalmente sicure, sia sulla troppa centralizzazione della produzione di elettricità.

Non c’e’ un problema energetico per il capitalismo. Esiste semmai un problema di “approvvigionamento” energetico, cui si cerca di ovviare con una soluzione temporanea, senza mettere mai in discussione un modello economico che richiede una sempre crescente quantità di energia. E’ dunque un modello economico che non funziona, che non tiene conto né dei rischi né del bisogno reale della popolazione.

Per questo motivo abbiamo il dovere di andare a votare al prossimo referendum bene informati e propositivi. Ecco in breve cos’è il nucleare civile. Come il petrolio, l’uranio è una fonte finita, fossile, non rinnovabile. Aumentare il numero di impianti in un Paese o nel mondo significa diminuire la durata di quella quantità di Uranio-235 (U235), l’unico utile per la fissione  (50-60 anni, considerando i consumi presenti, fino ad un massimo di 200 anni sperando in un miglioramento esponenziale – e improbabile - delle tecniche estrattive). Ne consegue che l’energia nucleare non é una soluzione, se non temporanea e insicura. Ontologicamente, quindi, non è una soluzione.

Per l’Italia in particolare, alla luce di quanto sta accadendo in Giappone, la questione è semplice: il modo in cui il territorio viene gestito, i tempi e i costi per progettare e infine costruire gli impianti, ci permettono di comprendere che anche i presunti vantaggi economici sarebbero inesistenti per il paese (ma smisurati per gli appaltatori). La presunta “indipendenza energetica” è anch’essa falsa, continueremmo sulla via dell’imperialismo. E infine, non esiste ancora nessun modo sicuro per stoccare i rifiuti: ma questo non è un problema del capitalismo. Sappiamo bene che i rifiuti divengono un “argomento” solo quando se ne può trarre profitto.

Ciò che davvero emerge dal baccano mediatico di questo periodo è uno scontro tra poteri economici, quello del petrolio e quello del nucleare. Lo rivela la schizofrenia dell’informazione “di massa” italiana, ma anche il solo fatto che il referendum del 1987 abbia portato ad un aumento dei prodotti petroliferi, più che delle energie rinnovabili. Il primo grosso calo nella costruzione di impianti nucleari è avvenuto nel 1983, a causa del calo del prezzo del petrolio, non di un miglioramento tecnologico.

In Paesi come Francia, Canada, UK, Svezia, Germania e USA, le compagnie private di produzione di energia possiedono impianti sia a combustibile fossile (petrolio, gas, carbone) sia nucleari, sia rinnovabili. Esempi europei sono la E.D.F. francese e la Vattenfall svedese. E’ quindi ovvio che il gestore privato abbia interesse a mantenere sul mercato non il prodotto tecnologicamente migliore, ma quello che gli procura un maggiore ritorno economico, a scapito dunque delle fonti rinnovabili. La prova tangibile sta nell’avanzare del fotovoltaico, supportato da incentivi (statali e europei) ma spesso poco vantaggioso sia dal punto di vista economico che ambientale.

Oggi lo scontro é tra le compagnie di vecchio tipo, che gestiscono solo gas e petrolio (come la Gazprom o le compagnie libiche, tutte di livello “nazionale”), e le nuove compagnie “miste”. La guida Francese dell’attacco NATO alla Libia ne è un parziale indizio. Analogamente, non è casuale la proposta del nome di ElBaradei (ex direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, IEAE) come possibile guida transitoria dell’Egitto dopo la rivoluzione popolare.

Per non cadere in una retorica ambientalista fine a se stessa, occorre aggiungere un altro punto di analisi, che inquadri una certa prospettiva. La prospettiva è la maggiore efficienza dei nostri processi, da raggiungere con l’aumento degli investimenti nella ricerca e con la pianificazione della produzione.

La possibilità anche temporanea dell’energia atomica frena sia l’aumento dell'efficienza dei processi, che ogni stimolo a cambiare le abitudini quotidiane. Questo vale anche per tutte quelle scappatoie che in Italia (e altrove) sono introdotte per non passare alle rinnovabili: parificazione della cogenerazione alle rinnovabili, pirogassificazione dei rifiuti, legge sui CIP6, eccetera.

L’era della dematerializzazione ha riguardato poche fasce sociali di pochi Paesi, impoverendo la restante parte del pianeta. Il problema del capitalismo odierno è stato proprio quello di aver posto un freno al miglioramento dell’efficienza di processo in quasi tutte le economie del mondo. Significa che il capitalismo sta perdendo la spinta progressista che ha avuto secoli addietro. Questo perché migliorare l’efficienza significa diminuire l’unico investimento che crea profitto al padrone, cioè quello sul lavoro dell’uomo; rendere l’uomo sempre più indipendente dal lavoro salariato e basare il soddisfacimento dei suoi bisogni su un sistema organizzato è un passo che liberismo e neo liberismo non sono in grado di fare.

Il vero progresso si ottiene aumentando il capitale investito nelle nuove tecniche. La soluzione sta nel soddisfare il proprio fabbisogno energetico con un mix di fonti rinnovabili, che dipende dalle situazioni e dal territorio, e nella scelta di diversi “vettori” di energia. L’energia elettrica non è sempre necessaria, spesso altri sistemi sono più efficienti, come ad esempio l‘utilizzo di fornelli a gas da fermentazione di biomasse.

Soprattutto una migliore efficienza si può raggiungere soltanto delocalizzando la produzione e centralizzando la proprietà, pianificando i consumi, evitando lo sfruttamento indiscriminato delle risorse e la ‘scelta di mercato’, che genera fluttuazioni indipendenti dai reali bisogni.

Più in particolare, si deve abbandonare il modello di sviluppo in cui poche grosse centrali producono energia (di un solo tipo) per tutti, e passare a una produzione diversificata nella tipologia (minieolico, fotovoltaico, fermentazione dei residui organici, per ottenere non solo elettricità ma anche calore, acqua calda, energia meccanica). L’uso corretto e diffuso degli “inverter” trasformerebbe il ruolo dello Stato (che dovrebbe essere il gestore e proprietario unico della produzione di energia) in organizzatore della distribuzione in base ai picchi di necessità, ottemperando a eventuali mancanze.

In conclusione, non basta cambiare la fonte energetica, deve cambiare il tipo di società che sta dietro, e il tipo di gestione delle fonti. Quello in atto è uno scontro tutto interno al capitale, una “guerra di successione” che sta vedendo vincitrici quelle potenze economiche che possiedono più fonti diverse di approvvigionamento energetico. Uno scontro che porta solo a rafforzarsi un sistema di gestione vecchio su risorse nuove, che continuerà a procrastinare la vera risoluzione dei problemi e che profitterà del suo monopolio o cartello. Dobbiamo riaffermare la necessità di un controllo diretto sulla gestione energetica, e la finalità sociale della proprietà pubblica. Diminuire i consumi senza aver ridistribuito la proprietà sui mezzi di produzione dei beni di sostentamento primario, non ha senso.

La lotta per lo sviluppo economico è una lotta per la sua redistribuzione. Si lega in modo stretto alle lotte per il sostegno alla ricerca, all’occupazione, ad una sicurezza sulle prospettive di vita. Scegliere il nucleare significa ritardare un cambiamento organizzativo necessario alla nostra economia.

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