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Dal 7 al 18 dicembre 2009 i riflettori di tutto il mondo sono stati puntati sulla XV Conferenza dell’Onu sul clima, tenutasi a Copenhagen: 15mila partecipanti da 192 paesi, tra cui 98 capi di stato e di governo impegnati in 12 giorni di trattative, 40mila tonnellate di CO2 emesse per l’organizzazione del vertice... per arrivare ad un nulla di fatto

Se un merito a questa conferenza lo si può attribuire, è senz’altro quello di aver smascherato una volta per tutte l’incapacità del sistema capitalista di muovere qualsiasi passo concreto nell’interesse collettivo della difesa dell’ambiente.

L’obiettivo di mantenere il surriscaldamento globale al di sotto di 2 gradi centigradi, già definito “irrealistico” da Rank Raes, capo dell’unità cambiamenti climatici del centro di ricerca della commissione europea, risulta ancora più ridicolo alla luce di un accordo non vincolante in cui, al posto degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2020 per i singoli paesi, c’è una desolante tabella vuota. Cercando una spiegazione al fallimento del vertice, i rappresentanti di associazioni ambientaliste come Nnimmo Bassey di Friends of the Earth e Kumi Naidoo di Greenpeace, hanno additato la mancanza di “senso di leadership” dei grandi del pianeta e la scarsa lungimiranza di leaders che “non hanno agito come tali”. Per evitare di rimanere ancora una volta delusi dai prossimi summit, crediamo che ogni attivista impegnato nella difesa dell’ambiente debba porsi due domande: quali interessi rappresentano questi leaders? Secondo quale logica determinano le loro scelte? La risposta è la stessa per tutti, da Obama, ai capi di stato europei, ai leaders delle nazioni in via di sviluppo: difendono le classi dominanti dei loro rispettivi paesi agendo secondo la logica del profitto. Come ha detto il presidente venezuelano Chavez nel suo intervento a Copenhagen, ciò che minaccia la specie umana è il capitalismo stesso.

Da un punto di vista capitalista la questione ambientale non può essere accettata come un limite al libero mercato ma solo considerata come un’opportunità di profitto.

Basti pensare che il fondo da 100 miliardi di dollari previsto dall’accordo, con cui i paesi ricchi dovrebbero aiutare i paesi poveri a sviluppare tecnologie per la riduzione delle emissioni, sarà foraggiato da “un’ampia varietà di fonti, pubbliche e private” e gestito da enti multi- o bilaterali tra i quali è già spuntato il nome della Banca Mondiale, la stessa che attraverso i piani di aggiustamento strutturale negli anni ‘80 ha sponsorizzato orge di privatizzazioni nei paesi ex coloniali. Solo per fare un esempio, in Nigeria queste politiche hanno portato al collasso del settore petrolifero nazionale: mentre le raffinerie statali andavano in rovina, alcuni nomi di petrolieri nigeriani comparivano nella lista dei miliardari sulla rivista Forbes grazie ai finanziamenti e alle licenze concessi dal governo, e per le masse il prezzo dei carburanti saliva alle stelle. Non si può certo pensare che, affidata alle stesse mani, la gestione dei fondi per la riduzione delle emissioni potrà essere qualcosa di diverso.

D’altronde è lo stesso principio del protocollo di Kyoto, “chi inquina paga”, rispetto al quale la Cop15 avrebbe dovuto porre degli obiettivi in vista della sua scadenza nel 2012, che fa della possibilità di inquinare una merce di scambio da cui spremere profitti. In realtà, l’idea che creando un mercato delle emissioni di CO2 si possa disincentivare le stesse si è già dimostrata fallimentare: in Europa, l’effetto combinato della crisi e delle pressioni dei settori maggiormente inquinanti ha già fatto crollare il prezzo delle quote di emissione.

L’intuizione dello slogan lanciato dai manifestanti brutalmente repressi dalla polizia a Copenhagen, “Non cambiare il clima, cambia il sistema”, centra la questione in pieno ma per cambiare il sistema non esistono regole, tasse o meccanismi di controllo che possano essere efficaci. Fino a quando a controllare le risorse e le tecnologie sarà un manipolo di capitalisti interessati solo al loro profitto, non ci si può illudere che esercitando pressioni sui governi che ne difendono gli interessi si possa giungere ad una soluzione. Il sistema va cambiato sì, ma su basi rivoluzionarie, attraverso l’esproprio delle multinazionali e delle imprese che inquinano e la produzione sotto il controllo operaio, secondo un piano che tenga conto dei reali bisogni della maggioranza della popolazione e che sia quindi compatibile con la salvaguardia dell’ambiente.

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