Trieste 2012: morire in un ufficio epurazione - Falcemartello

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Trieste non fa quasi mai notizia, se non per il “suo” vento, la bora. I duecentomila abitanti, la posizione periferica, una mentalità provinciale più che da grande città e la più alta concentrazione di persone anziane d’Italia contribuiscono a mantenere il capoluogo giuliano ben lontano dalle prime pagine dei giornali.

 

Eppure, il 16 aprile scorso un episodio dai risvolti inquietanti si è svolto proprio a Trieste, o per meglio dire in una sua frazione. Una trentaduenne di origine ucraina, Alina Bonar Diachuk, si è impiccata in una stanza di controllo del commissariato di Opicina, usando il cordino della sua felpa. La sua agonia è durata 40 minuti, ed è stata interamente ripresa da un apparato di videosorveglianza al quale evidentemente non badava nessuno.

Ma questo non basta. Cosa ci faceva Alina in quella stanza? Era stata scarcerata due giorni prima, grazie ad una sentenza di patteggiamento, dopo una precedente reclusione di sei mesi dovuta all’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Solo che al momento della “liberazione”, Alina trova ad aspettarla una volante. Il suo nuovo fermo è opera del responsabile dell’ufficio immigrazione e vice-questore Carlo Baffi e doveva essere finalizzato all’attesa dei provvedimenti del questore e dell’udienza davanti al giudice di pace, che non aveva ricevuto alcuna richiesta di udienza dalla questura.

L’avvocato della famiglia di Alina sostiene che quello della giovane ucraina è stato un vero e proprio sequestro di persona e parte subito un’inchiesta per la morte della giovane. Assieme agli agenti che avrebbero dovuto essere di vigilanza durante l’agonia della ragazza, il vice-questore Carlo Baffi viene indagato per omicidio colposo e per sequestro di persona. Come per caso, pochi giorni dopo il “suicidio”, Baffi viene rimosso dal posto di responsabile dell’immigrazione: o per meglio dire, si trova in congedo ordinario, dal quale non si sa quando ritornerà. E non è difficile capire il perché. In primo luogo, sono stati rinvenuti una cinquantina di fascicoli riportanti prove di detenzioni assolutamente illegali di persone immigrate, della durata anche di quattro giorni, in attesa dell’espulsione forzata o della brutalità dei Cie. Ma non basta. Una perquisizone dell’ufficio di Baffi ha infatti rivelato una collezione di volumi antisemiti. Tra gli autori si segnalano Julius Streicher, redattore del giornale nazista “Der Stuermer”, Julius Evola, noto mistico fascista, e l’immancabile Hitler. Il pm de Bortoli, assieme ai suoi agenti, ha trovato nella casa del vice-questore ulteriore materiale di impronta nazi-fascista, dai cimeli, ai libri, al materiale propagandistico. Il particolare più ributtante è però il fatto che sulla scrivania di Baffi, nell’edificio della Questura, campeggiasse una targa col volto di Mussolini e la scritta “Ufficio Epurazione”. Ma è giusto essere imparziali, e riferire l’invito e l’analisi dell’Associazione nazionale funzionari di polizia. Questa infatti, dopo aver espresso “solidarietà” a Baffi, ha invitato la stampa a non associarlo all’estrema destra, visto che a casa sua è stato trovato anche materiale di estrema sinistra… In realtà si riferiscono probabilmente ad uno sparuto volume di Marx, la cui presenza in quella biblioteca si spiega dal titolo “La questione ebraica”…

L’accaduto non si può archiviare accontentandosi di aver individuato una “mela marcia”. È la stessa istituzione di polizia che educa e plasma questi individui e i loro comportamenti. Messo da parte un Baffi, ne seguiranno altri.

Il movimento triestino ha già reagito con forza all’orrore di questo episodio, con un presidio sotto la Questura e la promessa di farne seguire altri. La vigilanza da parte degli antirazzisti e degli antifascisti rimarrà alta.