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Il governo Kirchner non risolverà  alcun problema

Le recenti elezioni in Argentina hanno avuto una vasta eco in Italia. Il passaggio al secondo turno di Menem, simbolo dei governi ultraliberisti degli anni novanta e la rocambolesca vittoria di Kirchner, candidato in continuità con il presidente uscente Duhalde, per il ritiro di Menem stesso, necessitano una spiegazione approfondita. Così come merita una spiegazione approfondita la sconfitta della sinistra, che pure era in crescita nelle precedenti elezioni.

I risultati del 27 aprile hanno visto una alta partecipazione al voto (circa l’80%), simile alle elezioni del 1999, e per la prima volta nessuno dei candidati ha raggiunto il 45%, né un distacco del 10% tra il primo e il secondo candidato.

Si è dimostrata una volta di più la crisi di strategia e la divisione della classe dominate. Infatti l’Union Civica Radical (Ucr) un partito borghese con 100 anni di storia che solo pochi mesi fa era al centro dell’arena politica è ridotto ad un ruolo insignificante raccogliendo il 2% dei voti. A questo risultato si aggiunge la dissoluzione del Frepaso, uno dei partiti che aveva fatto parte del deposto governo De la Rua. Ma la situazione più significativa è certamente la divisione definitiva del partito giustizialista (peronista). La divisione in tre tronconi del partito (con tre candidature corrispondenti) è frutto degli interessi contrapposti di diversi settori della classe dominante e segna l’impossibilità di un ritorno ad una fase di stabilizzazione del capitalismo argentino.

Nelle  precedenti elezioni il cosiddetto “voto bronca” (voto di protesta) mostrava il malessere popolare contro il bipartitismo dei peronisti e dei radicali.  Nelle lezioni di ottobre 2001 le schede bianche o nulle avevano raggiunto il 47,4% che sommato alla crescita dei voti per la sinistra, dimostrava la disillusione delle masse per le politiche liberiste. Due mesi dopo sarebbe esplosa la rabbia con le giornate rivoluzionarie del 19 e 20 dicembre.

L’insurrezione di dicembre ha aperto una nuova tappa nella storia argentina. Per varie settimane, come ha riconosciuto più volte lo stesso Duhalde la continuità delle istituzioni borghesi è stata seriamente minacciata dall’ira popolare, il controllo dello stato borghese si limitava a poche centinaia di metri attorno alla Casa Rosada (residenza del governo). Sono nati embrioni di potere popolare incarnati dalle assemblee interbarriali, mentre la piccola borghesia rovinata dalla crisi si ricomponeva nei cortei con i lavoratori pubblici e i proletari espulsi dalle fabbriche, i piqueteros.

Si è messo in discussione il pagamento del debito estero e la richiesta della rinazionalizzazione delle fabbriche privatizzate ha guadagnato un appoggio di massa. Nei mesi successivi l’esperienza delle 200 fabbriche occupate, alcune delle quali sotto il controllo dei lavoratori, ha sfatato il tabù della proprietà privata, dimostrando una volta di più il ruolo parassitario dei padroni.

In poche settimane grazie all’esperienza accumulata milioni di persone abbracciavano rivendicazioni autenticamente socialiste. Se fosse esistito un partito rivoluzionario radicato tra i lavoratori e i giovani l’incubo della miseria e della proprietà privata dei mezzi di produzione sarebbe stato solo un ricordo per le masse argentine. Ma purtroppo quel partito non esisteva e i dirigenti delle organizzazioni sindacali, non solo non hanno giocato quel ruolo ma hanno concesso tempo ed appoggio alla borghesia lasciando completamente disorientati decine di migliaia di attivisti che rappresentavano l’avanguardia delle mobilitazioni.

Nel mezzo di una tremenda crisi economica, con una disoccupazione mostruosa, la maggioranza della classe operaia è rimasta paralizzata dal tradimento della direzione favorendo una riorganizzazione parziale della classe dominante e aprendo una fase di parziale riflusso del movimento. Una situazione rivoluzionaria non può durare in eterno, dopo mesi di mobilitazione in assenza di un risultato concreto la classe dominate si organizza e riprende il controllo della situazione.

Quando lo scorso luglio Duhalde ha annunciato elezioni era chiaro che si era di fronte ad un riflusso temporaneo. La presa del potere non era più vista a portata di mano dalle masse ed era cresciuto il sentimento che queste elezioni avrebbero potuto essere l’ultima chance.

Ciò nonostante anche i rappresentanti della parte più reazionaria della borghesia, come Menen, erano costretti a utilizzare una freseologia populista per ingannare le masse, chiedendo allo stesso tempo sgravi per le imprese e un aumento dei salari del 30%. La campagna elettorale di Menen e Murphy è stata un misto tra concessioni populiste e un atteggiamento apertamente reazionario che si esprimeva nella chiara volontà di reprimere il movimento piquetero.

E’ senz’altro vero che una parte del voto a Menem proveniva da un settore arretrato dei lavoratori esasperati dalla situazione e che un’altra parte dei voti menemisti era frutto delle clientele legate al peronismo locale, come per esempio nel distretto di Salta dove l’ex presidente ha fatto il pieno di voti.

Ma proprio a rappresentare la divisione nelle classe dominante a questi candidati si contrapponevano candidati dal volto più “sociale”, come Elisa Carriò e lo stesso Rodriguez Saa. Questi personaggi pur compromessi fino al midollo con la vecchia classe politica hanno fatto una campagna elettorale centrata sulla lotta alla corruzione e sul “sogno” di un capitalismo dal volto umano, ma hanno scelto il momento peggiore per farlo, con i conseguenti risultati.

Kirchner invece, ha utilizzato la parziale stabilizzazione dovuta al governo Duhalde (che ha appoggiato con tutti i mezzi possibili la sua candidatura) facendo una campagna elettorale sotto la bandiera del “keynesismo”, mettendosi su una strada senza uscita. Quello che Kirchner deve dimostrare è qualcosa di molto semplice: da dove può prendere i soldi lo stato argentino per tutto ciò, se è in bancarotta? Come pagherà gli interessi del debito estero e allo stesso tempo aumenterà le spese sia sociali che statali? La sua è semplice demagogia.

In questo contesto il nuovo governo nasce come un governo ad “orologeria” pronto ad esplodere in mille pezzi sotto i colpi delle mobilitazioni che non tarderanno a venire. Il ritiro di Menem inoltre gli ha impedito di avere quell’ampio mandato elettorale (era accreditato attorno al 70%), dovuto esclusivamente al sentimento anti-Menem, che gli avrebbe permesso di avere un margine di manovra relativamente maggiore.

Le organizzazioni di sinistra che alla fine si sono presentate a questa elezione sono state Iu (Izquierda Unida) e il Po (Partido Obrero). Assieme hanno raccolto poco più di mezzo milione di voti (il 2,6%), il doppio dei voti ottenuti alle presidenziali del 1999, ma meno dei voti ottenuti dalle stesse forze alle legislative dell’ottobre 2001.

Luis Zamora, unica figura della sinistra con un grande prestigio tra le masse, si è rifugiato nell’astensione, dimostrando così il suo opportunismo. Così come hanno fatto i dirigenti della Cta, nascondendo dietro l’astensione il fatto che spesso nei quartieri davano sottobanco indicazione di voto per i candidati peronisti.

C’è ora grande demoralizzazione tra i militanti del Po e di Iu per l’esito elettorale. La sinistra argentina ha commesso un classico errore di estremismo: confondere il sentimento e il livello di coscienza di una fascia avanzata del movimento operaio e piquetero con il sentimento delle larghe masse. Questo, sommato alla incapacità di orientarsi alla base dei sindacati che sono ancora sotto l’influenza del peronismo è alla base della sconfitta elettorale. 

Crediamo che gli attivisti migliori del movimento operaio e giovanile in Argentina, così come in tutto il mondo , possano trarre importanti lezioni da questa vicenda. Solo orientandosi alle organizzazioni di massa della classe operaia, in primo luogo ai sindacati, e combattendo una lotta corpo a corpo per conquistare non solo una minoranza ma l’insieme della classe lavoratrice ad un progetto di cambiamento socialista della società, le masse argentine saranno in grado di garantirsi un futuro libero dall’incubo della fame e della miseria.

 

Risultati elettorali presidenziali argentine

Menem:                      23,8%                            (peronista)

Kirchner:                    21,8%                            (peronista)

L. Murphy:                 16,8%                            (ex Ucr)

Carriò:                       14,4%                            (Ari)

Rodrìguez Saà:           13,9%                            (peronista)

Moreau:                     2,3%                              (Ucr)

Walsh:                        1,8%                              (Izquierda Unida)

Bravo:                        1,1%                              (Partido Socialista)

Altamira:                    0,8%                              (Partido Obrero)

Altri:                           3,4%

 

 

Ultima ora!

 

Nei giorni in cui si chiudeva in redazione questa edizione del giornale si sono verificati fatti gravi in Perù con la dichiarazione di stato d’assedio da parte del presidente Toledo contro le mobilitazioni di massa organizzate dai sindacati peruviani. Si dimostra fino a che punto l’America Latina resti un continente profondamente instabile attraversato da mobilitazioni, insurrezioni e veri e propri processi rivoluzionari. Invitiamo i lettori a seguire il nostro sito (www.marxismo.net) dove nei prossimi giorni pubblicheremo materiale al riguardo. Sempre sul sito potrete trovare anche l’articolo del compagno Anibal Montoya: “Bilancio delle elezioni in Argentina: conclusioni e compiti”.
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