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Argentina

La lotta dei lavoratori della Fiat e la crisi senza apparente soluzione dell’azienda di corso Marconi stanno riaprendo il dibattito nella sinistra e tra i lavoratori sulle nazionalizzazioni e sul controllo operaio. Negli ultimi mesi in Argentina più di cento fabbriche sono state messe sotto il controllo dei lavoratori per rispondere all’ondata di chiusure frutto della crisi economica. Crediamo che analizzare l’esperienza argentina possa essere utile anche per le vicende italiane.


Sotto i colpi della crisi economica, la disoccupazione in Argentina è cresciuta vertiginosamente passando dal 13 al 25% secondo le statistiche ufficiali, ma in realtà i disoccupati sono molti di più. Oggi il numero degli indigenti è di 4 milioni, e 19 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà su una popolazione di 37 milioni di abitanti.

La società è in una crisi profonda e i capitalisti attualmente spostano tra 2 e 3 miliardi di dollari al mese fuori dall’Argentina, causando così la chiusura di decine di fabbriche e il licenziamento di migliaia di lavoratori.

La classe operaia ha risposto con una serie di scioperi generali culminati nelle giornate rivoluzionarie del 19 e 20 dicembre, in cui i lavoratori e giovani argentini hanno preso in mano il loro destino cacciando con la lotta il governo De la Rua.

Ma la riscossa operaia oltre ad esprimersi sul terreno della mobilitazione di massa è andata oltre ponendosi il problema di dare una risposta alla crisi capitalista e alla devastazione del tessuto produttivo, particolarmente nel settore industriale.

Da allora decine di fabbriche abbandonate o chiuse dai padroni sono state riaperte sotto il controllo dei lavoratori e oggi sono più di 100 le aziende in queste condizioni.

 

L’esperienza della Zanon

 

Tra le fabbriche occupate l’esempio della Zanon è sicuramente emblematico. La famiglia Zanon, di origine italiana, impianta l’azienda nella provincia di Neuquèn durante gli anni della dittatura militare, ma l’azienda cresce soprattutto nel periodo in cui è presidente Menem ottenendo notevoli sgravi fiscali e fondi dallo Stato. Malgrado i profitti siano ancora alti nel 2000 l’azienda annuncia 100 licenziamenti e riduzioni salariali per tutti i lavoratori. I “problemi finanziari”, però, non impediscono alla proprietà di aprire un’altra fabbrica a Buenos Aires, comprare 6 cave, fondare una compagnia di pensioni private e svolgere altre speculazioni. In questo periodo i padroni usufruiscono di altri 5 milioni di dollari dati dalla provincia ma gli operai non ricevono il loro salario da mesi. Inizia un durissimo sciopero che durerà 34 giorni al termine del quale gli operai riusciranno ad ottenere i salari arretrati, ma assieme al salario l’azienda avanza la proposta del licenziamento di ben 300 dei 360 lavoratori. È allora che i lavoratori decidono di occupare la fabbrica contro quella che sarebbe, di fatto, una chiusura. La polizia si prepara a sgombrare la fabbrica, ma il giorno dello sgombero ad accoglierla c’è tutto il quartiere. Ci sono i lavoratori e le loro famiglie ma anche le organizzazioni dei disoccupati e quelli dell’ assemblea di barrio.

Da allora la fabbrica è occupata e produce sotto il controllo operaio. Oggi lavorano in 300 ed hanno assunto anche 16 persone delle organizzazioni dei disoccupati. I lavoratori discutono e votano ogni cosa, le mansioni sono decise democraticamente e il salario è uguale per tutti. La Zanon è una fabbrica di ceramica e piastrelle, una azienda moderna e funzionate senza il bisogno dei padroni. La produzione è in crescita e nei mesi di occupazione, che ormai sono quasi 18, la produzione è cresciuta passando da 20mila metri quadrati a 120mila e soprattutto la piaga degli infortuni sul lavoro, altissimi in precedenza, è ridotta a zero.

 

Le occupazioni si diffondono

 

L’esperienza degli operai ceramisti di Nequèn è stata un esempio per molti altri lavoratori e ogni giorno sono sempre di più i lavoratori che di fronte alla crisi occupano le loro fabbriche. In tutti i settori la classe lavoratrice si rende protagonista. I lavoratori della clinica Junin a Cordova, sotto il controllo operaio forniscono prestazioni mediche a prezzi popolari, la fabbrica tessile Brukman, il panificio El Aguante, le industrie grafiche Chilaver, le aziende metalmeccaniche Grissinopoli sono alcune delle esperienze di lotta più significative.

Un passo avanti nell’estensione di queste esperienze è stata sicuramente l’assemblea della fabbriche occupate e in lotta, in cui 850 delegati di aziende, sindacati combattivi, organizzazioni di disoccupati e assemblee popolari hanno approvato all’unanimità un programma che tra le altre cose prevede:

• Una federazione delle fabbriche occupate, unite ai disoccupati con unico piano di lotta

• L’occupazione di tutte le fabbriche che licenziano prima che chiudano, nazionalizzandole senza indennizzo e mettendole sotto il controllo operaio

• L’apertura dei libri contabili delle aziende sotto la supervisione dei rappresentanti lavoratori

• La creazione di una cassa di resistenza per i lavoratori in lotta e per le loro famiglie

• La richiesta dell’appoggio delle assemblee popolari

• La nazionalizzazione delle banche e creazione di una sola banca nazionale per facilitare il credito alla fabbriche autogestite

• La presenza dei rappresentanti dei lavoratori, revocabili in ogni momento, nel direttivo della banca.

Ma la cosa più interessante sono sicuramente le conclusioni dell’assemblea che dimostrano come oggi in Argentina la classe operaia basandosi sulla sua esperienza sia pronta a giocare il ruolo che le compete: “Di fronte all’abbandono e alla fuga dei capitalisti, la classe operaia appare, in pratica, l’unica classe che ha la capacità per riorganizzare il paese su nuove basi sociali. Il controllo delle fabbriche pone il problema il controllo dello Stato. La questione del potere è all’ordine del giorno. La crisi è arrivata ad uno stato terminale, è ora di cacciare la classe capitalista, se ne vadano tutti, governino i lavoratori” (dagli atti dell’assemblea nazionale delle fabbriche occupate, approvato all’unanimità.)

 

Quale alternativa al capitalismo?

 

L’esperienza delle fabbriche occupate pone, tuttavia, una serie di interrogativi. Quali sono le prospettive per queste aziende? Esiste una soluzione per uscire dalla crisi, magari formando delle cooperative che si ritaglino degli spazi senza abbattere il potere dei capitalisti? Nelle condizioni della moderna produzione capitalista nessun settore della produzione, nessuna azienda isolata può sottrarsi al meccanismo della divisone del lavoro. Nessuna fabbrica può essere autosufficiente né può sottrarsi dalle leggi del mercato. Inoltre la maggioranza delle aziende occupate sono di piccole e medie dimensioni e sono quelle che maggiormente risentono dei boicottaggi padronali. Gli operai della Zanon per esempio hanno subito, oltre a numerose provocazioni da parte della polizia, il boicottaggio dell’azienda che gli forniva i cartoni per imballare le ceramiche che sotto la pressione dei precedenti padroni sospese la fornitura. Il rischio è che i lavoratori delle cooperative per mantenersi competitivi inneschino un meccanismo di autosfruttamento essendo costretti, loro malgrado, ad abbassare i salari e peggiorare le condizioni di lavoro. La verità è che pur non essendoci un padrone individuale tenderebbe a svilupparsi una mentalità da piccolo proprietario tra i lavoratori della cooperativa, con il rischio di separarli dal resto della classe a causa delle pressioni quotidiane.

E cosa accadrebbe se nello stesso quartiere e nello stesso settore si trovassero due cooperative concorrenti? In questo caso la lotta per la sopravvivenza della cooperativa li trasformerebbe da compagni di lotta della stessa classe a semplici concorrenti. In ultimo la necessità di abbassare il costo del lavoro potrebbe spingerli a non partecipare come prima agli scioperi, alle manifestazioni e ai blocchi stradali.

Si svilupperebbe una mentalità da “si salvi chi può” e l’esperienza delle cooperative si frantumerebbe davanti ad ogni passo avanti della crisi del capitalismo argentino. Sarebbe un grave errore creare illusioni, come fanno molti dirigenti del movimento Noglobal, vedendo le cooperative come una alternativa alle imprese capitaliste individuali, senza rompere con il capitalismo o magari costruendo presunte oasi liberate dallo sfruttamento.

Sotto il capitalismo non c’è nessun futuro per i giovani che sono scesi in piazza nelle giornate rivoluzionarie del 19 e 20 dicembre. I lavoratori della Zanon hanno iniziato un processo il cui unico approdo vittorioso può essere la sostituzione di quel sistema cieco e barbaro di competizione tra gli uomini con una società libera basata sulla solidarietà, sulla fratellanza di classe e sulla cooperazione, in cui le imprese non apparterranno ai lavoratori che le gestiscono ma a tutta la classe operaia e a tutta la società.

Questa è la strada iniziata dagli operai della Zanon, a noi il compito di imparare da queste lezioni.

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