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Lo scorso 17 maggio è morto improvvisamente in carcere, all’età di 87 anni, il generale Videla. Capeggiò il colpo di stato del 24 marzo 1976, dando inizio a quello che i militari golpisti definirono “Processo di Riorganizzazione Nazionale”.

Riorganizzazione secondo le idee reazionarie dell’esercito e dell’alta borghesia argentina, con la benedizione delle gerarchie ecclesiastiche (lo stesso papa Bergoglio oggi viene accusato di avere fatto troppo poco per difendere quantomeno i suoi religiosi dalla persecuzione del regime) e il silenzio assenso della borghesia internazionale che, come sempre in questi casi, seppe chiudere un occhio e anzi continuò a intrattenere rapporti amicali con la dittatura (ad esempio ben pochi calciatori e nessun governo rinunciarono alla vetrina dei mondiali argentini del ’78, nonostante già tanto si parlasse dei desaparecidos).

 

La dittatura organizzò una guerra sporca contro tutto ciò che avrebbe potuto, direttamente o indirettamente, intralciare il suo percorso: attivisti politici, sindacali e studenteschi, associazioni culturali, preti di quartiere, professori universitari scomodi, ma anche cantanti e romanzieri. Chiunque osasse criticare la politica del governo doveva essere eliminato, fisicamente. Più di 30mila furono presi, torturati e infine fatti sparire, spesso gettati nell’Atlantico dai famosi voli della morte.  Arrivarono addirittura a far nascere centinaia di bambini da donne poi “scomparse”, allo scopo di darli in adozione a “famiglie d’ordine” (oggi oltre 500 di questi bambini, ora adulti, fanno parte di un associazione che assieme alle nonne di Plaza de Mayo lotta per ritrovare le famiglie a cui furono sottratti quasi 40 anni fa). Fecero di tutto per azzerare la rivolta giovanile e operaia esplosa anche in Argentina, come nel resto del mondo, nel ’68-’70.

Ma gridare alla barbarie non basta. Questo comportamento disumano non è stato frutto della follia di pochi ma conseguenza logica della volontà di imporre gli interessi di una minoranza contro la maggioranza della popolazione. Non possiamo dimenticare che i militari furono solo il braccio, la mente fu la grande borghesia che non esitò ad usarli per il lavoro sporco e a scaricarli a lavoro compiuto, accusandoli di non avere rispettato i diritti umani!  Mentre il braccio colpiva, uccidendo impunemente, la mente lavorava, in particolare nella persona del ministro dell’economia Martinez de la Hoz: apriva il mercato argentino agli investimenti stranieri, privatizzava il settore statale, mentre i prezzi salivano e il potere d’acquisto dei salari sprofondava; nonostante i tagli alla spesa pubblica il valore nominale del debito estero aumentò di 4 volte durante i 6 anni della dittatura. Militari e banchieri marciavano a braccetto, calpestando quei principi democratici che dicevano di difendere.

Tutto questo era inevitabile? Noi marxisti pensiamo di no. Non era affatto scritto che Mussolini, Pinochet o Videla avessero la meglio sul movimento operaio che pure era in lotta nei rispettivi paesi. Ma rivoluzione e controrivoluzione rispondono a precise leggi sociali.

In Argentina 8 anni di profonda instabilità avevano diffuso tra la popolazione sfiducia e timore, il movimento operaio era diviso e frustrato, i peronisti montoneros avevano adottato la tattica suicida del terrorismo…tutto questo portò una parte significativa della popolazione  argentina a considerare la dittatura “un male necessario”.

La classe dominante non si è mai fatta e mai si farà scrupoli nel difendere lo stato delle cose e, anzi, nel piegarlo sempre più a proprio vantaggio e il rischio di una deriva autoritaria e violenta sarà sempre alle porte fino a quando il movimento rivoluzionario non sarà in grado di dimostrare di essere non solo in grado di difendere le conquiste democratiche e civili della vecchia società ma di avere proposte concrete e tangibili per costruirne una completamente nuova. Allora quella maggioranza silenziosa e rassegnata di milioni di giovani, lavoratori e oppressi alzerà la testa e nessun militare o banchiere sarà più in grado di fermarla.

La storia, come sempre, ci è maestra: tra poco saranno 100 anni da che un certo generale Kornilov provò a reprimere la rivoluzione russa. Fu sconfitto dai lavoratori e dai soldati che avrebbero dovuto seguirlo. Fu sconfitto perché la proposta rivoluzionaria era tanto forte e credibile da mobilitare più forze dell’appello alla reazione lanciato dai comandi militari.

Oggi la morte dell’assassino deve ravvivare, assieme al ricordo delle sue vittime, il coraggio e il senso di responsabilità necessari a  prepararci e agire in modo che  un eventuale prossimo Videla di turno venga sconfitto senza appello.

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