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Dalle informazioni riportate nell’articolo di Jordi Martorell è chiaro che il movimento rivoluzionario in Argentina, lungi dallo spegnersi, avanza ed acquisisce crescente ampiezza e profondità. La borghesia ed il suo governo sono incapaci di fermarlo, ridotti come sono ora a lanciare strani e gravi avvertimenti dai margini della scena.

Un grande passo avanti

Sabato 16 febbraio migliaia di lavoratori, disoccupati e membri delle assemblee popolari si sono incontrati nella Plaza de Mayo a Buenos Aires. Così cominciava l’Assemblea Nazionale dei Lavoratori (occupati e disoccupati). Il giorno dopo, duemila delegati eletti si sono trovati al Teatro Avellaneda Colonial, in rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori disoccupati da tutto il paese, ma anche sezioni locali di sindacati, gruppi di lavoratori in lotta, rappresentanti delle assemblee popolari cittadine, ecc.

Due settimane, tra dicembre e gennaio, e il volto dell’Argentina è completamente cambiato.

Il 19 dicembre il Presidente Fernando De La Rúa decretava lo stato d’assedio in tutto il paese, mentre il superministro dell’Economia Domingo Cavallo presentava un’ennesima finanziaria all’insegna dell’austerità con tagli per 6 miliardi di dollari.

Il 23 dicembre un nuovo presidente era eletto dal Parlamento, il peronista Adolfo Rodriguez Saá, che subito annunciava la sospensione del pagamento del debito estero. Nemmeno una settimana dopo, anche quest’ultimo sulla spinta della protesta popolare è costretto a lasciare. Un nuovo governo di unità nazionale presieduto da Eduardo Duhalde è ora in carica.

L’Argentina sta attraversando una crisi economica, politica e sociale tra le più acute della sua storia. Parlando di un paese industrializzato, con una classe operaia dalle grandi tradizioni di lotta è naturale che gli sviluppi in questo paese rivestano un particolare interesse per chi si pone in un’ottica rivoluzionaria.

I governi argentini degli ultimi anni si sono distinti per l’applicazione rigida dei dettami del Fmi e della Banca mondiale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’economia è sull’orlo del disastro, il debito estero ha sforato il tetto dei 150 miliardi di dollari e la dichiarazione di insolvenza (default) è ormai un dato di fatto nonostante all’inizio dell’anno il Fmi sia intervenuto concedendo prestiti per 40 miliardi di dollari.

Solo la classe lavoratrice può fornire una via d’uscita alla crisi!

"Nessuno ci presta più un soldo". Queste le parole di Domingo Cavallo, superministro dell’economia, davanti all’ennesima crisi finanziaria che ha colpito l’Argentina.

La politica di privatizzazioni iperliberista degli anni novanta che aveva illuso gli argentini con un effimero boom, sta mostrando oggi profondi effetti recessivi. Una recessione economica che dura da tre anni e che continuerà anche per l’intero 2001. Della crisi del modello economico dello scorso decennio non ne stanno pagando le conseguenze solo le masse, ma anche il principale responsabile del disastro, l’ex presidente Menem, arrestato per associazione illecita.

Per fermare le lotte sociali

La nomina di Domingo Cavallo a superministro dell’Economia e la concessione allo stesso di pieni poteri sono i segnali più clamorosi del fatto che l’Argentina è entrata in una crisi drammatica, di cui si possono delineare tre aspetti fondamentali, che si influenzano a vicenda.

Tale crisi è infatti economica, sociale e politica. Dal punto di vista economico, il paese è in recessione da tre anni. Nel ‘99 il Prodotto interno lordo è diminuito del 3,5% e nel 2000 la crescita è stata zero, mentre nei primi due mesi del 2001 la produzione industriale è calata dell’1,9% (a febbraio, -2,9) rispetto allo stesso periodo del 2000. Il deficit fiscale è pari a 120 miliardi di dollari, quello estero 150 miliardi e a dicembre la dichiarazione di insolvenza argentina pareva dietro l’angolo, quando l’Fmi ha concesso un pacchetto di aiuti di 40 miliardi di dollari.

Il testo che segue è la sintesi dell’intervento di Anibal Montoya, redattore della rivista argentina El Militante, tenuto quest’estate a Barcellona alla Conferenza internazionale del Sindicato de Estudiantes. Sul nostro sito è possibile consultare un articolo dello stesso Montoya sul bilancio delle elezioni presidenziali.


 


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