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Argentina

Dopo sei mesi dall’Argentinazo, l’insurrezione che ha scacciato De La Rua, la condizione delle masse argentine non è affatto migliorata. Gli istituti di statistica rivelano che il 51,4 % della popolazione vive sotto il livello di povertà. Dall’inizio dell’anno 25mila argentini ogni giorno si sono aggiunti a questa categoria. Nei primi quattro mesi dell’anno il potere d’acquisto dei lavoratori si è ridotto del 40%, secondo le stime ufficiali del governo, chiaramente interessato a sottostimare il dato.

La crisi economica e finanziaria si sta estendendo a tutto il Sudamerica. In Brasile la Borsa ha subito un vero e proprio crollo nell’ultima settimana e il real è in caduta libera rispetto al dollaro. In Uruguay già tre banche hanno dichiarato fallimento mentre il 30% dei depositi bancari hanno lasciato il paese nei primi sei mesi del 2002.

Il governo Duhalde è sempre più impotente, in sei mesi si sono già verificati due rimpasti di governo, l’unica proposta concreta tesa a lenire il drammatico calo del livello di vita è un sussidio di 150 pesos al mese (circa 50 dollari) per tutti i capifamiglia disoccupati, poco più di un’elemosina.

Intanto il parlamento abolisce, su ordine del Fmi, la legge sui fallimenti, che faciliterà la chiusura delle imprese e nuova disoccupazione, e dopo un dibattito durissimo e ricco di colpi di scena, cancella pure la legge sulla "sovversione economica", che permetteva alla magistratura di perseguire i capitalisti indigeni e stranieri che avevano svenduto aziende o esportato capitali durante questi ultimi anni.

In realtà l’Fmi vorrebbe un governo "forte" in Argentina ma non trova nessun referente all’interno del paese capace di farsi portavoce fino in fondo degli interessi del capitale internazionale. L’esercito, per ora, è screditato e la sconfitta del golpe in Venezuela non è passata inosservata. La borghesia è divisa. Le banche straniere e gli esportatori attaccano il governo, che cerca di portare avanti qualche timido riordino delle finanze in bancarotta. Tale scontro ha portato il governatore della Banca centrale, Blejer, alle dimissioni il 21 giugno, proprio in polemica col ministro dell’Economia Lavagna.

L’approfondirsi della crisi economica ha di certo contribuito a un periodo di crisi dei cacerolazos e del protagonismo delle assemblee popolari. Sicu-ramente a ciò hanno contribuito le divisioni e i settarismi fra i vari partiti della sinistra, ma l’elemento fondamentale è l’incapacità delle assemblee popolari di proporsi come organismi di contropotere, coordinandosi fra di loro ed estendendosi nei luoghi di lavoro.

La responsabilità è da addebitare chiaramente non ai partecipanti delle assemblee, ma soprattutto alle direzioni delle due Cgt e delle Cta, i tre sindacati principali che per tutto questo periodo hanno sostenuto più o meno apertamente il governo, frustrando le giuste aspirazioni dei lavoratori e non fornendo loro alcuna prospettiva di lotta.

Dopo l’eruzione di dicembre, il movimento ha attraversato una fase di chiarificazione, organizzazione e bilancio critico. La dimensione delle mobilitazioni negli ultimi mesi è chiaramente ridotta. Tutto questo però non significa affatto che si sia entrati in una fase di riflusso. Data la insolubilità della crisi argentina, data la situazione sempre più instabile dell’economia mondiale e soprattutto dato lo sviluppo di un processo rivoluzionario su scala continentale (Argentina, Ecuador, Perù, Bolivia, Vene-zuela, Brasile), è evidente che la relativa calma delle ultime settimane non è che la preparazione di una nuova e inevitabile ascesa delle lotte.

Protagonismo dei lavoratori

Mentre la Cgt ufficiale continua a sostenere Duhalde (anzi ora esprime anche il ministro del lavoro), le altre due centrali sono sempre più critiche. Riflettendo la pressione dal basso, la Cgt rebelde di Moyano ha convocato uno sciopero generale per il 14 maggio. Incredi-bilmente, lo ha rinviato per pioggia al 22 maggio. L’inesis-tente preparazione ha fatto sì che non fosse molto partecipato. Ben diversamente è andata il 29 maggio, quando la Cta (di ispirazione più socialdemocratica tra i tre) ha convocato per la prima volta da sola uno sciopero che ha avuto un buon successo, non solo tra le categorie dove ha maggiore forza, come i dipendenti pubblici o i piqueteros.

Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a una crescita importante degli scioperi e del conflitto di classe. In diverse province i dipendenti pubblici, costantemente non pagati, sono da settimane in agitazione. A San Luis e a Jujuy hanno occupato i palazzi della provincia e un po’ ovunque si sono verificati scontri con la polizia. Aumentano inoltre le occupazioni di fabbriche ed aziende che vengono autogestite dai lavoratori. I battistrada sono stati i lavoratori delle Ceramiche Zanon e dell’industria tessile Bruckman, che fanno funzionare gli impianti sotto il loro controllo. Sono stati seguiti da almeno altre sessanta aziende in tutto il paese, ultima una clinica privata, la Junin a Cordoba. Sono quasi sempre fabbriche in crisi o che stavano chiudendo; in alcuni casi, come Zanon o Bruckman, i lavoratori sono per la nazionalizzazione sotto controllo operaio, in altri si sono costituiti in cooperative. In un senso o nell’altro, pongono tutti in discussione il sistema di proprietà privata dei mezzi di produzione, che costituisce la vera "legge divina" del capitalismo.

Questi esempi dovrebbero essere estesi a tutte le imprese che minacciano la chiusura o licenziamenti, che dovrebbero essere nazionalizzate sotto il controllo operaio, insieme alla nazionalizzazione del sistema bancario, già nel programma delle assemblee popolari, per garantire ad esse i necessari finanziamenti.

È quindi del tutto evidente come il processo rivoluzionario in Argentina non sia concluso, ma stia invece entrando in una nuova fase, che vede l’intervento attivo dei lavoratori, organizzati come classe. Questo sviluppo è sicuramente contraddittorio ed ostacolato da diversi fattori.

La divisione delle forze della sinistra si basa non tanto sui programmi, quanto sul prestigio delle varie organizzazioni. Ciò è risultato lampante il Primo maggio, con due cortei distinti di circa diecimila persone ciascuno a Buenos Aires.

Un governo di fronte popolare?

Le illusioni rispetto a una prospettiva riformista e alle possibilità di un governo di fronte popolare, care alla direzione della Cta e della Ccc (Corrente Clasista e Combattiva, forte fra i piqueteros), sono riassunte nel ragionamento: "Se vogliamo riaprire le fabbriche bisogna cambiare il modello (economico, ndr). Per cambiarlo bisogna essere al governo." (Pagina12, 23/06/2002) Per questo vogliono costruire un fronte sociale e politico che includa varie forze tra cui Rodriguz Saà (il presidente "natalizio" di sei mesi fa) e Zamora, il leader politico della sinistra più conosciuto, con posizioni che qui in Italia definiremmo "movimentiste".

Il pericolo di un governo di fronte popolare, una coalizione tra le organizzazioni dei lavoratori e la borghesia "progressista" ci sembra oggi quello principale contro cui l’avanguardia del movimento in Argentina dovrebbe lottare. Stante il conflitto sociale, che non scemerà a breve termine, una parte consistente della borghesia argentina si sta orientando verso questa prospettiva. Il peronismo è a pezzi: Rodri-guez Saà ha annunciato la creazione di un nuovo movimento, il "Movimento nazionale e popolare", interno al peronismo ma che tuttavia non esclude di presentarsi in maniera autonoma alle prossime elezioni. Addirittura i radicali intendono presentare un "progressista", Terragno, grande critico di De La Rua.

Un governo di questo tipo sarebbe comunque un governo di crisi, che non risolverebbe il limite di fondo della situazione Argentina: la permanenza del sistema capitalista.

Oggi sono dunque ancora più necessari un programma, una tattica e un programma rivoluzionari di cui il movimento operaio argentino si deve dotare. Siamo sicuri che nelle straordinarie lotte di massa che scuotono e scuoteranno il paese e tutto il resto del continente, i lavoratori saranno in grado di riscoprirlo.

Ultima ora: questo articolo era già stato scritto quando è arrivata la notizia dell’uccisione di due militanti del movimento piquetero per mano della polizia, che ha aggredito i disoccupati che operavano un bloccostradale. Mentre scriviamo (28 giugno) comincia a svilupparsi una mobilitazione di protesta. Seguiremo nei prossimi giorni sul nostro sito l’evoluzione degli avvenimenti: il governo Duhalde rompe la tregua con una repressione assassina, ma lo schiacciamento del movimento va chiaramente al di là delle sue forze. Il conto alla rovescia per la sua cacciata potrebbe essere già iniziato.

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