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“O Shiva mio signore, salvaci dall’artiglio della tigre, dal morso del cobra e dalla vendetta dell’afgano.” (antico proverbio hindu)

Con il lancio dell' "operazione Achille" le truppe Nato in Afghanistan aprono una nuova fase nella guerra. 4.500 uomini Nato, affiancati da un migliaio dell’esercito ufficiale afgano tenteranno di riconquistare la provincia di Helmand, puntando alla meta finale della roccaforte talebana di Kandahar.

Gli Usa tentano di prevenire l’annunciata ripresa delle operazioni da parte dei talebani, attesa per l’inizio della primavera.Con impassibile cinismo, il comunicato ufficiale della Nato parla di “riportare sicurezza nell’Helmand settentrionale e porre le condizioni per uno sviluppo significativo che migliori significativamente la qualità della vita per gli afgani della regione”. La conclusione del comunicato tuttavia parla chiaro: “Non c’è alcuna data fissata per il termine di questa operazione. Le forze Isaf e Ansf (l’esercito afgano – ndr) continueranno a premere sulle forze estremiste e a perseguire la ricostruzione e gli obiettivi di sviluppo fino a quando non saranno raggiunti” (comunicato del 6 marzo).

Nove morti civili nel bombardamento di una casa a nord di Kabul, 16 il giorno precedente a Jalalabad, quando un convoglio di truppe Usa caduto in un’imboscata ha aperto il fuoco all’impazzata su una strada affollata… fin qui il “miglioramento della qualità della vita”, che l’aviazione Nato persegue con l’impiego di bombe da 900 kg (naturalmente “intelligenti”). Vittime che si sommano ai seimila morti del solo 2006.

La reazione violenta e indiscriminata delle truppe Usa a Jalalabad dimostra fino a che punto gli occupanti si sentano sempre più accerchiati da una popolazione largamente ostile, ben al di là dei gruppi combattenti: “Gli americani correvano e tiravano, hanno aperto il fuoco su quattordici o quindici macchine che stavano passando, accostavano e tiravano su chiunque fosse: in auto o a piedi”, racconta un testimone (e non a caso i soldati hanno tentato di confiscare le immagini scattate da un fotografo presente sul luogo, provocando la protesta dell’agenzia Ap).

Da notare anche che entrambi gli episodi avvengono lontano dalle zone messe nel mirino dall’offensiva Nato: l’immagine di una guerra confinata nel sud del paese è sempre meno credibile. Poche settimane fa, del resto, una soldatessa del contingente spagnolo ha perso la vita in un attentato compiuto nella zona presidiata dalle truppe italiane.

Gli Usa e i loro alleati

Nel corso del 2006 gli Usa hanno tentato di ridurre la loro esposizione in Afghanistan, in primo luogo a causa del loro impantanamento in Iraq, scaricando una parte crescente del lavoro sporco sui loro alleati, principalmente inglesi, canadesi e olandesi. Le cifre delle perdite illustrano questo cambiamento: se nel 2005 le perdite totali degli occupanti ammontavano a 130 soldati, dei quali 99 Usa e 31 alleati, nel 2006 la cifra è salita a 193, dei quali 98 statunitensi e 95 alleati.

Ma questo non basta a trarre Washington d’impiccio e non a caso il consigliere per la sicurezza nazionale ha richiesto (ma sarebbe meglio dire intimato) che altri paesi combattano in prima linea e che le truppe siano a disposizione dei comandanti sul campo, senza interferenze dei rispettivi governi sul loro impiego. In questo contesto l’idea che le truppe italiane possano mantenersi ai margini del conflitto appare ogni giorno di più un’utopia.

Occupazione in crisi

I giornali fanno soprattutto riferimento allo spettacolare aumento della produzione di oppio, che genera un cospicuo flusso di risorse che alimenta le milizie che combattono contro il regime di Karzai e i suoi protettori occidentali, fino al punto che i miliziani insorti vengono pagati da due a tre volte più dei soldati dell’esercito regolare. Ma l’oppio è solo una parte della spiegazione. Alla base della crisi dell’occupazione c’è la crescente ostilità della popolazione, ostilità che non nasce principalmente da motivi religiosi (peraltro il regime di Karzai porta il nome inequivoco di Repubblica islamica dell’Afghanistan, alla faccia di chi parla del ritorno della democrazia e dei diritti), ma dalle condizioni sociali disastrose, dall’ostilità verso l’occupazione straniera, dal comportamento delle truppe occupanti, dall’abissale distanza fra le roboanti promesse di democrazia e benessere e la drammatica realtà di un paese che sprofonda nella barbarie senza apparente via d’uscita.

Se è vero che i talebani hanno riguadagnato popolarità precisamente a causa del comportamento degli occupanti e del generale discredito che circonda il governo di Karzai, è altrettanto vero che numerosi signori della guerra che nel 2001 preferirono allearsi con gli Usa e l’allora denominata Alleanza del nord, permettendo loro un facile ingresso a Kabul, oggi stanno nuovamente ribaltando le alleanze e diversi accordi stretti in passato con le forze occupanti sono oggi rimessi in discussione. Scrive il compagno Lal Khan, direttore della Asian Marxist Review di Lahore (Pakistan): “Quello che l’occidente chiama ‘talebani’ è in realtà una coalizione crescente di vari gruppi politici che include nazionalisti, comunisti, socialisti, tribù pashtun e fazioni talebane. Questa sta diventando una resistenza nazionale contro un’occupazione straniera e non, come i media occidentali vogliono dipingerla, un movimento fondamentalista e oscurantista talebano” (vedi www.marxist.com).

Afghanistan e Pakistan

La guerra afgana destabilizza anche il Pakistan di Musharraf. Il regime, dopo aver perso tra 500 e 800 soldati conducendo le operazioni militari nel Waziristan, zona tribale a ridosso del confine afgano, era sceso ad accordi con i feudatari locali, accordi che a dire degli Usa hanno permesso la ricostituzione delle retrovie degli insorti afgani e di Al Qaeda nella regione. Musharraf tenta un disperato doppio gioco, stretto com’è fra la fedeltà agli Usa e il suo stesso apparato militare e in particolare i potenti servizi segreti (Isi), da sempre abituati a condurre in completa autonomia la propria politica basata appunto sul commercio di oppio, sul sostegno al fondamentalismo e sui buoni rapporti con quest’ultimo in un Afghanistan da sempre considerato come paese da controllare per avere le spalle coperte a fronte del conflitto con l’India: una politica inaugurata sotto l’egida della Cia e in pieno accordo con Washington durante la guerra antisovietica degli anni ’80 e proseguita poi in autonomia negli anni ’90.

Contro questo doppio gioco (che a Musharraf potrebbe costare non solo il posto, ma anche la vita) si è schierato il vice presidente Usa Cheney, che durante una visita lampo a Islamabad ha “invitato” Musharraf ad attaccare le retrovie dei talebani nel Waziristan e nei Territori del nord-ovest, pena il taglio dei generosi aiuti militari. Mesi prima l’aviazione Usa aveva compiuto dei bombardamenti nella zona, anche all’interno del confine pakistano, cosa che il regime di Islamabad ha disperatamente tentato di negare, ben comprendendone le implicazioni politiche, senza tuttavia risultare convincente.

Le minacce di Cheney non avranno altro risultato se non quello di destabilizzare il traballante regime pakistano, con l’effetto di allargare ulteriormente l’onda di destabilizzazione generata dalla guerra in Afghanistan. Il caso ha voluto che proprio il giorno successivo alla sua visita in Pakistan la base americana di Bagram, in Afghanistan, sia stata oggetto di un attentato rivendicato dal Al Qaeda, compiuto proprio mentre nella base alloggiava lo stesso Cheney.

Decenni di occupazione?

Non si può quindi certo dare torto al ministro D’Alema, che col suo proverbiale sarcasmo, ha definito l’idea di una conferenza di pace “una belinata”. Il ministro della difesa Parisi parla di occupazione fino al 2011, mentre il vicesegretario generale della Nato, Martin Erdmann, il 18 febbraio ha detto al Parlamento europeo che ci si deve preparare a restare in Afghanistan “per decenni”.

Se questa è la prospettiva, appare del tutto velleitaria la posizione della maggioranza del Prc e delle altre forze di sinistra che, mentre scriviamo, si apprestano a dare un voto favorevole al rifinanziamento della missione in Afghanistan aggrappandosi a fili d’erba quali appunto l’impegno per una “conferenza di pace” (con chi? Per decidere cosa?), l’acquisto dell’oppio a fini farmaceutici o i “comitati di controllo sulle missioni all’estero” o il rifiuto di inviare le truppe italiane a combattere nelle aree più pericolose.

A questi compagni che accettano di scambiare una “belinata” con una guerra ingiusta e sanguinosa, consigliamo di riflettere su queste parole del generale Fabio Mini, ex comandante della Kfor (Kosovo), intervistato da Repubblica il 6 marzo: “‘Il problema piuttosto è la mancanza di scorte e addestramento. Già prima di partire ce n´era stato poco perché i politici raccontavano la storiella che andavamo a dare caramelle ai bambini…’.

L’ipocrisia della ‘missione di pace’?

‘Sì. La verità non si poteva dire, sarebbe stato politicamente scorretto. Quindi non si sono preparati al combattimento e soprattutto, per la stessa ambiguità, è mancato l´addestramento fondamentale, in loco’.

Che succederà se ci spareranno contro?

‘Le regole di ingaggio sono ben chiare: risponderemo. E il comando Nato può chiederci, in caso di necessità, di intervenire in altri settori. Anche in Iraq, nella ‘battaglia dei ponti’, ci siamo trovati in guerra. Furono sparati 100.000 colpi in poche ore. Ma se ricapiterà, con gli scarsi rifornimenti di armi e munizioni, quante ore potremo andare avanti?’.”

7 Marzo 2007 

 

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