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Che cosa è morale e che cosa è immorale nella lotta per la trasformazione della società? 75 anni fa Leon Trotskij scriveva il suo capolavoro “La loro Morale e la nostra”, in cui spiega che la morale è una delle componenti ideologiche chiave nella lotta di classe.

da www.marxist.com

 

“La classe dominante impone i suoi fini alla società e l’abitua a considerare come immorali i mezzi che si oppongono a tali fini. Tale è la missione essenziale della morale ufficiale. Essa persegue lo scopo della «più grande felicità possibile» non del più grande numero, ma di una minoranza tuttavia decrescente. Un regime siffatto, fondato sulla sola costrizione, non durerebbe una settimana. Gli è indispensabile il cemento dell’etica.” (Leon Trotskij, “La loro morale e la nostra”, Nuove edizioni internazionali, 1995, pag. 53-54).

La lotta di classe non può essere ridotta ad una questione meramente economica-, e ciò spiega perché il Marxismo si occupa di tutte le sfere della vita. Il capitalismo oggi si trova in una crisi strutturale, una crisi economica basata sul fatto che il capitalismo come sistema non può sviluppare la produzione. Ci sono milioni di persone disoccupate mentre le fabbriche e le macchine sono ferme. E questo sta succedendo non perché non abbiamo bisogno di ciò che potrebbe essere prodotto, ma perché i capitalisti non possono vendere tutto ciò che il sistema ha la capacità di produrre, e quindi non può creare un profitto sufficiente per la classe capitalista.

La crisi nell’economia porta ad una crisi generale nella società e ad una crisi nei regimi che governano la società: la corruzione statale, gli scandali politici, gli scandali sessuali nella Chiesa e l’intrusione illegale da parte dei mezzi di comunicazione all’interno della vita privata delle persone. In breve, la crisi dell’economia si manifesta anche come crisi della morale.


Ipocrisia

La libertà che guida il Popolo, di Eugène Delacroix

Il quadro celebra la rivoluzione di Luglio del 1830. Una donna che
personifica la Libertà, guida il popolo sopra i corpi dei caduti,
stringendo nella mano destra la bandiera repubblicana
francese e nella sinistra un fucile.

Se si sfoglia il giornale un giorno qualsiasi in un qualunque paese occidentale, si troverà sempre qualche articolo che si lamenta della mancanza di etica nella società. In Danimarca il governo sta pianificando di tagliare le borse di studio e, per preparare il terreno a questo attacco, gli studenti sono stati ritratti come esseri avidi ed egoisti. C’è inoltre un’incessante campagna che riguarda le “frodi sociali” e che viene portata avanti per stigmatizzare tutti coloro che vivono di sussidi.

E quando la rabbia e la frustrazione dei giovani torna a galla portando le proteste nelle piazze, immediatamente si solleva un grande clamore rispetto alla fine della morale, esattamente come accadde durante i riots (i tumulti, ndt) in Gran Bretagna nell’estate del 2011: “guardate a tutte quelle auto bruciate e ai negozi saccheggiati!” gridavano.

In quanto Marxisti non crediamo che rubare e bruciare automobili sia la strada giusta per risolvere i problemi dei giovani. Non cambia nulla, anzi piuttosto produce effetti opposti. Tuttavia non accostiamo le nostre voci a  coloro che non sanno fare altro che lamentarsi di questa gioventù “ribelle”. Il nostro obiettivo non è né di piangere né di ridere, ma di capire. E ci chiediamo innanzitutto: quali sono le ragioni per queste esplosioni di rabbia e violenza?

Sotto la superficie, vediamo crescere un’enorme frustrazione all’interno di una società che discrimina tra chi ha e chi non ha, una società che non offre futuro ad un’intera generazione. E, in secondo luogo, dobbiamo chiederci: chi sono questi moralisti ipocriti che frignano per la mancanza di moralità? Le classi più elevate di questa società sono marci fino al midollo. Ogni giorno, sugli stessi giornali, si legge di uno scandalo dopo l’altro che coinvolge la classe dominante.

Nel 2009 ci fu lo scandalo dei Parlamentari Britannici, che richiesero enormi quantità di denaro pubblico come “spese” per ristrutturare appartamenti lussuosi, pagare affitti per locali inesistenti e perfino riparare fossati intorno ai castelli! In Spagna il partito al governo, il PP (Partido Popular) è attualmente coinvolto in uno scandalo per corruzione. Per non parlare della famiglia reale spagnola: mentre venivano portati avanti attacchi Imponenti sulle spalle della classe lavoratrice spagnola, il re Juan Carlos si trovava in un Safari in Africa costato circa 24mila euro a cacciare elefanti (una specie protetta).

In Gran Bretagna, si è scoperto che i mezzi di comunicazione stessi sono totalmente corrotti. Hanno violato il telefono cellulare di una ragazza adolescente uccisa, corrotto gli uffici della polizia, plagiato e ricattato i proprietari di “Highest Office in the Land”. E poi abbiamo i banchieri e gli speculatori che letteralmente fanno soldi imbrogliando le persone.

Alla luce di tutto questo, è facile capire che tutti coloro che si lamentano per l’immoralità di una madre sola che ruba un paio di scarpe da tennis durante una riovolta di strada non sono nient’altro che ipocriti. Questi “moralisti” difendono una società in decadenza; difendono i privilegi di pochi. La loro etica è quella tipica di chi difende una società in cui un sacco di cibo viene prodotto per dare da mangiare a tutti, ma che vede ogni anno 2,6 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni morire per problemi di malnutrizione. Difendono una società dove, secondo l’organizzazione benefica Oxfam che ha sede nel Regno Unito, il reddito dell’1% del mondo più ricco è aumentato del 60% negli ultimi 20 anni. Lo stesso rapporto rivela che le 100 persone più ricche al mondo nel 2012 hanno guadagnato a tal punto da poter porre fine all’estrema povertà per 4 volte.

Se vogliamo parlare di immoralità, queste sono le situazioni immorali! La classe dominante parla di “libertà”, ma l’economia di “libero mercato” nel bel mezzo dell’abbondanza non è in grado di fornire cibo a coloro che soffrono di fame.

Tra i loro sforzi per difendere questo sistema, essi marchiano come immorali tutti coloro che combattono contro questo. E coloro che li contrastano con più coerenza, i Marxisti, vengono ritratti come i più immorali di tutti!

 

Lo spauracchio dell’URSS

Tutti i comunisti hanno vissuto l’esperienza di essere stati troncati in una discussione con la classica battuta: “ma guarda cosa è successo nell’URSS!”. Ma una tale replica non è un valido argomento contro coloro che lottano per il Socialismo. La società non può essere osservata in maniera astratta; bisogna guardare al processo storico e alle basi materiali di ciascuna società. La verità è concreta.

L’URSS si formò in seguito alla presa di potere da parte dei lavoratori russi nel corso della Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Essi crearono lo stato più democratico che il mondo avesse mai visto, gestito dai consigli dei lavoratori, in russo detti “soviet”. Il problema fu che la Russia, nel 1917, era un paese fortemente arretrato, e in molte regioni esistevano ancora rapporti di tipo feudale.

Lenin e Trotskij, i principali dirigenti della Rivoluzione Russa, capirono molto chiaramente che la rivoluzione poteva rappresentare la scintilla per accendere la rivoluzione in tutta Europa, e che questa sarebbe stata l’unica via per salvaguardare la rivoluzione in Russia. Nei fatti, però, la Rivoluzione Russa non condusse ad un’ondata rivoluzionaria in Europa ma, per ragioni spiegate altrove – fondamentalmente il ruolo giocato dai dirigenti socialdemocratici nel frenare i lavoratori – le rivoluzioni furono sconfitte. La sconfitta della rivoluzione tedesca fu un colpo particolarmente devastante per la giovane repubblica Sovietica, che si ritrovò così isolata.

L’economia russa andò in mille pezzi dopo la devastazione della Prima Guerra Mondiale, la conseguente guerra civile e l’invasione da parte di 21 eserciti stranieri. Questa fu la base materiale per la degenerazione della rivoluzione e per l’ascesa della burocrazia come casta dominante guidata da Stalin. Invece dell’uguaglianza e di un progressivo smantellamento dello Stato e della divisione in classi, come Marx aveva previsto per la futura società Comunista, l’avanzata della burocrazia portò ad un rafforzamento dello Stato che si innalzò al di sopra della società.

Trotskij e l’opposizione di Sinistra lottarono contro questi sviluppi, e allo stesso tempo difesero le basi materiali fondate dalla rivoluzione, come ad esempio l’economia pianificata. Ciò che le odierne critiche borghesi riguardo all’Unione Sovietica ignorano in maniera opportunista, è che l’economia pianificata in URSS – malgrado la sua deformazione burocratica – generò tassi di crescita economica impressionanti e grandi progressi nell’istruzione, nella salute, nella scienza, etc.

Il testo “La loro morale e la nostra” fu scritto durante il periodo dei Grandi Processi di Mosca, quando migliaia di vecchi Bolscevichi e altri dovettero affrontare false accuse e molti furono condannati a morte, accusati di essere Trotskisti o spie fasciste. Ciò faceva parte del processo di consolidamento del potere di Stalin. Trotskij mostrò nel suo testo che tutti quei “moralisti”, sia quelli di tipo borghese sia quelli che facevano parte del movimento operaio e che sostenevano che lo Stalinismo fosse semplicemente una normale continuazione delle idee di Lenin e dei Bolscevichi, non furono in grado di spiegare cosa accadde durante i processi di Mosca.

L’esecuzione, da parte di Stalin, di migliaia e migliaia di autentici comunisti rivoluzionari che avevano dato tutto per la rivoluzione, creò un fiume di sangue tra Stalin stesso e tutti i vecchi Bolscevichi. Questo mostra che Stalin non era la continuazione di Lenin e dei Bolscevichi, ma rappresentava una rottura profonda con quella tradizione. Trotskij e l’opposizione di sinistra, che difendettero le idee di Lenin nell’URSS, furono perseguitati, esiliati dal paese e uccisi da agenti Stalinisti. Trotskij conclude “La loro morale e la nostra” con una dedica a suo figlio, Leon Sedov, che venne ucciso da un agente Stalinista mentre Trotskij stava scrivendo il saggio.

Tutti i moralisti utilizzano alcuni principi astratti che variano a seconda di chi sta facendo la valutazione. Per una persona religiosa, i Darwinisti, i Marxisti e gli anarchici sono tutti la stessa cosa perché tutti accettano che la vita si sia evoluta e non che sia stata creata. Per Hitler, il Liberalismo e il Marxismo erano la stessa cosa dal momento che entrambi non credono nella dottrina della “razza” e “del sangue e dell’onore”. Per i democratici borghesi, il fascismo e il bolscevismo sono gemelli perché non si inchinano alla democrazia borghese. Ciò che tutti questi moralisti hanno in comune è che non vedono le condizioni materiali che stanno alla base di ogni situazione.

I moralisti contrappongono la degenerazione Stalinista dell’URSS, che è una realtà storica concreta, alla democrazia borghese come un’astrazione sovra-storica. Opportunamente, essi ignorano il fatto che la democrazia borghese, proprio perché è solo uno strumento di gestione del sistema capitalistico, non offra nulla se non crisi e disoccupazione. E girano anche intorno al fatto che, nello stesso periodo dell’ascesa di Stalin in URSS, la borghesia in molti paesi abbandonava la democrazia e promuoveva la nascita del fascismo e della guerra mondiale poiché la classe operaia non era riuscita a rovesciare il capitalismo.

Trotskij spiega che questo approccio morale alla politica, un approccio che si ritrova anche nel movimento dei lavoratori e nella sinistra in generale, fonda le sue basi di classe tra gli intellettuali piccolo borghesi. La base politica rappresenta la loro impotenza e la loro confusione di fronte sia alla reazione che alla rivoluzione. Sono queste ideologie, quelle della classe media, che sono cadute o sono in procinto di crollare, tra le linee di fuoco delle due classi principali: la borghesia e il proletariato. Ciò che essi desiderano è un capitalismo dal volto umano. Sfortunatamente per loro, questa è oggi un’utopia.

Queste persone hanno abbandonato qualunque metodo di analisi scientifico. La maggior parte dei commentatori di sinistra ha adottato le stesse teorie borghesi, il cosìddetto “senso comune”. Ma, come spiegato da Marx ed Engels, le idee che prevalgono nella società sono le idee della classe dominante. Senza una rottura cosciente con queste idee che dominano la società, ci si ritrova ad accodarsi alla classe dominante, come possiamo vedere oggi, quando tutti i governi, non importa di quale colore politico, spingono per le stesse politiche di austerità.

Il problema è che il cosiddetto “senso comune” non serve a capire nulla, in particolare in periodi di grandi cambiamenti. Il senso comune opera sulla base di parametri costanti in un mondo dove l’unica cosa costante è il cambiamento stesso. La dialettica, al contrario, analizza tutti i fenomeni, le istituzioni e le regole stabilite per la loro nascita, il loro sviluppo e il loro declino. La visione dialettica per cui i principi morali sono prodotti secondari e transitori rispetto alla lotta di classe, sembra essere “immorale” alla scuola del “senso comune”. Il senso comune afferma che il passato ci dice come sarà il futuro. Ma la verità è che in tempi turbolenti come quelli odierni, il domani non sarà mai come il passato. Nessuno di questi avvocati del “senso comune” sono stati in grado di prevedere l’attuale crisi economica nè la primavera araba.


“Il fine giustifica i mezzi”

Dovendo affrontare tale critica, i “moralisti” puntano il dito accusando: “Forse i vostri ideali non sono immorali, ma i Marxisti farebbero qualunque cosa pur di raggiungere i propri obiettivi! Voi pensate che il fine giustifichi i mezzi!”

Tra i numerosi critici del marxismo si trovano gli Utilitaristi. Il loro motto è “Il massimo della felicità per il massimo numero di persone.” che, nei fatti, significa esattamente “sono morali quei mezzi che portano al benessere comune”. Filosoficamente parlando, quindi, l’Utilitarismo dice esattamente “il fine giustifica i mezzi”.

E perciò quello che noi dobbiamo chiedere a questi moralisti è: cosa accadrebbe se il fine non dovesse giustificare i mezzi? Quali sono i criteri con cui si decide cosa fare e cosa non fare? Se si afferma che né i fini personali né quelli sociali possono giustificare i mezzi, allora poi bisogna cercare i criteri al di fuori del contesto storico e i fini che emergono dal suo sviluppo – se non sulla Terra, almeno in Cielo. Trotskij spiega come ciò implichi che la teoria di una morale eterna, di una morale sovra-umana, non possa sopravvivere senza un Dio, in ultima istanza. La verità è che la morale emerge dallo sviluppo della società, è legata a ciò che è stato necessario in un certo periodo di tempo.

Per cui nient’altro ha senso se non che il fine giustifica i mezzi. Ma a partire da ciò non abbiamo risposta riguardo a cosa possiamo e non possiamo fare. Il principio “il fine giustifica i mezzi” fa sorgere la domanda: e cosa giustifica il fine? Nella vita pratica e nei movimenti storici “fine” e “mezzi” si scambiano di posto in continuazione. Una macchina, mentre viene costruita, è un “fine” per la produzione, finchè, una volta terminata e messa in una fabbrica, diventa un “mezzo” per la nuova produzione. Allo stesso modo la “democrazia” in alcuni periodi è un “fine” per la lotta di classe, ma solo per diventare il “mezzo” per il futuro sviluppo della lotta di classe.

 

“Regole della morale obbligatorie per tutti”

Coloro che non si limitano a fare ricorso a un qualche “Dio”, devono riconoscere che la morale è il prodotto dello sviluppo sociale, che non c’è nulla di immutabile al riguardo, che serve agli interessi sociali, che questi interessi sono contraddittori e che la morale, più di qualunque altra forma di ideologia, ha un carattere di classe.

Tuttavia”, chiede Trotskij, “non esistono forse delle regole elementari di morale elaborate dal progredire dell’intera umanità e che sono necessarie alla vita dell’intera collettività? Certo, ve ne sono, ma la loro efficacia è alquanto instabile e ristretta. Le norme «imperative per tutti» sono tanto meno efficaci quando la lotta di classe si fa più aspra. La guerra civile, forma culminante della lotta di classe, abolisce violentemente qualsiasi legame morale fra le classi nemiche.” (L.Trotskij, op.cit., pag. 54).

Posto in condizioni «normali», l’uomo «normale» rispetta il comandamento: «Tu non ucciderai!».Ma se egli uccide nelle circostanze eccezionali della legittima difesa, la giuria lo proscioglie. Se, al contrario, egli cade vittima di un’aggressione, l’aggressore sarà ucciso per effetto di una sentenza. La necessità di una giustizia e della legittima difesa discende dall’antagonismo degli interessi. Per quel che cocerne lo Stato, esso si limita in tempo di pace a fornire un crisma legale all’esecuzione di determinati individui per trasformare, in tempo di guerra, il «Tu non ucciderai!» in un comandamento diametralmente opposto.” (L.Trotskij, op.cit., pag. 54-55)

Come dice Trotskij, “Le regole «generalmente ammesse» della morale conservano il carattere algebrico, ossia indefinito, che è loro proprio. Esse esprimono soltanto il fatto che l’uomo, nel suo comportamento individuale, è legato da talune norme generali, in quanto egli appartiene alla società.” (L.Trotskij, op.cit., pag.55

Trotskij spiega come in tempi di pace la morale sembra essere la stessa “per tutti” ma che questa cambia con l’acutizzarsi delle contraddizioni all’interno della società: “Al tempo della massima espansione del capitalismo e soprattutto negli ultimi decenni precedenti la guerra, queste concessioni, almeno al riguardo degli strati superiori del proletariato, furono affatto reali. L’industria era in pieno sviluppo. Il benessere delle nazioni civili – e in particolare del-le loro masse operaie – andava crescendo. La democrazia sembrava incrollabile. Le organizzazioni operaie s’ingrandivano: e similmente le tendenze riformiste. I rapporti fra le classi si ammorbidivano, perlomeno esteriormente. Di conseguenza, nelle relazioni sociali, a fianco delle norme democratiche e delle abitudini connesse alla pace sociale, venivano a configurarsi delle regole elementari di morale. Si aveva l’impressione di vivere entro una società in procinto di divenire sempre più libera, giusta e umana. Il «buon senso» reputava infinita la curva ascendente del progresso.“ (L.Trotskij, op.cit., pag.-56)

Ciò si applica alla perfezione al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale e nell’ultimo boom che ha portato alla crisi del 2008!

Trotskij spiegò come tutto ciò venne interrotto dallo scoppio della guerra mondiale, come saltarono, una dopo l’altra, tutte le valvole di sicurezza della società:

Le regole elementari della morale si rivelarono ancor più fragili delle istituzioni democratiche e delle illusioni riformiste. La menzogna, la calunnia la corruzione, la violenza, l’assassinio presero proporzioni inaudite. Gli spiriti semplici, confusi, credettero trattarsi delle conseguenze momentanee della guerra. Quei disordini erano e restano invece i sintomi del declino dell’imperialismo. La cancrena del capitalismo porta con sé quella della società moderna, diritto e morale compresi.” (L.Trotskij, op.cit., pag.-57)

Negli anni ’30, Trotskij scriveva riguardo alla decadenza della società che portò al Fascismo. Ora la classe lavoratrice è molto più forte ed è reale la possibilità che riesca a prendere il potere molte prima che il pericolo fascista sia all’ordine del giorno.

Nonostante questo, ancora oggi vediamo che alcuni tratti distintivi delle “regole democratiche” vengono spezzati, per esempio con l’imposizione di governi tecnocratici non eletti, in Italia (Monti) e in Grecia (Papademos). Vediamo poi i partiti dei lavoratori difendere apertamente le politiche liberali. Non importa di che colore sia il governo eletto, essi sono tutti costretti dai “mercati” a perseguire le stesse politiche. Le masse non hanno voce in tutto questo. “Il capitalismo con una faccia umana e democratica” è possibile solo quando il capitalismo è in pieno boom.

 

“Immoralità” Bolscevica

Trotskij spiega come ciò non sia solo una questione di comprensione del metodo materialista:

Non mancano, fra i liberali e i radicali, coloro che, avendo assimilato i metodi materialistici dell’interpretazione degli avvenimenti, si considerano dei marxisti, il che non gli impedisce di rimanere dei giornalisti, dei professori o degli uomini politici borghesi. E’ sottinteso che non si può concepire un bolscevico senza metodo materialistico, in morale come altrove. Ma questo metodo non gli serve soltanto per interpretare gli avvenimenti, esso gli serve altresì a formare il partito rivoluzionario del proletariato, compito che non può essere eseguito se non grazie ad una completa indipendenza riguardo la borghesia e la sua morale. Ora, l’opinione pubblica borghese domina in realtà e pienamente il movimento operaio ufficiale.” (L.Trotskij, op.cit., pag. 69)

Ciò che questi moralisti effettivamente detestano all’interno del movimento dei lavoratori, è che noi sveliamo tutta la loro ipocrisia: quando sostengono i bombardamenti in Libia o in Iraq per ragioni “umanitarie”, quando tagliano i servizi pubblici dicendo che li stanno “salvando”, etc.

I moderati e i riformisti all’interno del movimento operaio, spesso accusano i Marxisti di essere amorali, perché siamo organizzati, perché lavoriamo in maniera disciplinata, e affermano anche che non diciamo la verità riguardo ai nostri scopi, e così via. Il fatto è che nel corso della storia essi hanno provato a isolare ed espellere il Marxismo dal movimento dei lavoratori. La ragione reale per cui fanno questo è che solo il Marxismo è in grado di spiegare la crisi del capitalismo e, ancora di più, di offrire una via d’uscita. In realtà queste persone sono “i luogotenenti della classe capitalista” (un termine che Lenin spesso usò per descrivere quei politici all’interno del movimento dei lavoratori che difendevano gli interessi della classe capitalista).

Trotskij scrive: “E tuttavia la menzogna e la violenza non sono forse da condannare in «se stesse»? Sicuro, da condannare insieme alla società, divisa in classi, che le genera. La società priva di antagonismi sociali sarà indiscutibilmente esente dalla menzogna e dalla violenza. Ma non si può edificare un ponte che adduca a essa senza dover ricorrere ai metodi della violenza. Anche la rivoluzione è il prodotto di una società divisa in classi, di cui porta, per forza di cose, il marchio. Dal punto di vista delle «verità eterne» la rivoluzione è naturalmente «immorale». Il che vale appena a renderci edotti che la morale idealista è contro-rivoluzionaria, ossia che è al servizio degli sfruttatori.” (L.Trotskij, op.cit., pag. 69)

Guardiamo all’Egitto: cosa avrebbero dovuto fare le masse? Stare a casa ed accettare la dittatura di Mubarak? Sono andati per le strade e hanno lottato – mettendo così fine ad una dittatura violenta.  Alcune scene furono certamente violente, e le masse sapevano come trattare i provocatori controrivoluzionari. Un comportamento del genere è stato “morale” o “immorale”? Porre la questione in questi termini significa disarmare una rivoluzione e, di fatto, affiancare un regime violento che ha ucciso centinaia di persone per le strade.

Trotskij ha inoltre posto la domanda: cos’è una menzogna? E’ una menzogna quando i lavoratori non condividono i loro piani per uno sciopero con il loro padrone? Un lavoratore che dice al proprio padrone quello che è stato pianificato viene considerato un traditore. D’altra parte cosa si dovrebbe dire di un soldato che “dice la verità” sui piani di guerra del proprio esercito? In lotte di questo tipo nascondere la verità e mentire di fronte al nemico è “morale”. Fare diversamente sarebbe “immorale”.

La classe dominante infatti mente in continuazione. Per giustificare la guerra in Iraq, per esempio, si sono totalmente inventati l’esistenza di “armi di distruzione di massa”. Chiaramente i tipi alla Tony Blair, credenti e osservanti, reputarono morale mentire al popolo, che si suppone egli stesse rappresentando! I capitalisti nascondono inoltre i loro reali profitti al pubblico. Quando è stato reso pubblico quante poche tasse pagano le grandi aziende in Danimarca, c’è stata una risposta isterica da parte della grande industria attraverso i loro mezzi di comunicazione.

Accusano noi Marxisti di aderire al principio delle organizzazioni centraliste dove bisogna attenersi alle decisioni della maggioranza. Sostengono che questa disciplina vada contro la libertà dell’individuo. La disciplina e l’organizzazione sono sotto attacco dagli anarchici e da elementi simili in cui ci si imbatte, per esempio, il Movimento Occupy, etc.

Ciò che queste persone ignorano è il fatto che la disciplina non è un’invenzione dei marxisti. Il fatto che, all’interno di una qualunque organizzazione, sia la maggioranza a prendere le decisioni, è visto da queste persone come qualcosa di “non democratico”. Il che significa capovolgere completamente il vero significato della democrazia. Inoltre, i lavoratori, capiscono perfettamente che la lotta contro il capitalismo è una questione molto seria ed è la lotta di classe che insegna loro quanto la disciplina sia assolutamente necessaria. Ciascun lavoratore capisce la necessità di avere disciplina in uno sciopero. Azioni collettive e disciplinate sono i metodi classici della classe lavoratrice. I lavoratori discutono, votano e infine la maggioranza decide. Ciò rappresenta forse una soppressione dei diritti individuali? Un’azione collettiva è la sola via per sconfiggere il capitalismo. La sola vera forza dei lavoratori è la loro unità.

All’interno della sinistra, in Danimarca, c’è un grande dibattito riguardo a come si dovrebbe strutturare un’organizzazione rivoluzionaria. Gli anarchici affermano che dovrebbe essere un modello della società futura. Ciò trascura il fatto che uno strumento non deve essere uguale all’oggetto finale che vuoi costruire; deve semplicemente essere lo strumento giusto per quel lavoro. Abbiamo bisogno di un’organizzazione disciplinata per abbattere questa società e costruirne una nuova con libertà per tutti.

I partiti riformisti, dall’altro lato, impongono una rigida disciplina, ma la utilizzano per impedire che i lavoratori prendano decisioni contrarie agli interessi della burocrazia a vertici del movimento operaio. Ciò che è necessario è un metodo per prendere decisioni che sia seriamente democratico e che porti infine all’adozione delle posizioni della maggioranza. Tuttavia questo di per sé non è sufficiente. Quello che ancora è richiesto sono le idee del socialismo scientifico del Marxismo, nel caso in cui i lavoratori dovessero avere successo nella lotta.

In Danimarca, per esempio, i Marxisti sono stati espulsi da numerosi partiti dei lavoratori. Ma se si guarda più da vicino la situazione ci si pone la domanda: chi è che decide chi ha il diritto ad essere parte del movimento dei lavoratori? La democrazia sociale danese è guidata da Helle Thorning, il cui governo ha appena lanciato un attacco alle borse di studio e ai sussidi per i disoccupati allo scopo di garantire agevolazioni fiscali alle imprese danesi. E in Gran Bretagna Ed Miliband sta seguendo una politica in difesa degli interessi della classe lavoratrice?

La maggior parte dei dirigenti del movimento dei lavoratori ha apertamente difeso le cosiddette politiche “liberali” – cioè le politiche a favore del capitalismo – e attaccato i diritti dei lavoratori. Noi, Marxisti, d’altro canto lottiamo per riportare il movimento operaio, i suoi partiti e i suoi sindacati ad un programma in difesa degli interessi dei lavoratori. Ci espellono a causa della nostra lotta tesa a riportare le organizzazioni di massa ad un programma socialista!

Quello che facciamo è dire la verità, spiegare come stanno effettivamente le cose e dire apertamente ai lavoratori: questo sistema è marcio fino al midollo; ciò di cui c’è bisogno è di rovesciarlo e sostituirlo con una società socialista. Per questo è necessario riconquistare le nostre organizzazioni ad un programma socialista per difendere e lottare per i nostri diritti. Non sarà facile, ma nessuno lo farà al nostro posto e non esiste un’altra strada se non questa.

 

Quindi, quali fini sono giustificati?

Il capitalismo è in una crisi strutturale. Non riesce a risolvere i propri problemi e non offre futuro alla stragrande maggioranza delle persone. Al momento vediamo ondate rivoluzionarie che stanno attraversando il globo. Questo porta ad un divario sempre più grande tra la morale “ufficiale” della società capitalista e la morale degli oppressi. Così, se il fine giustifica i mezzi, allora cosa giustifica i fini? Questa è la linea di demarcazione tra tutti coloro che difendono il capitalismo da una parte e i rivoluzionari dall’altra.

Come Trotskij fa notare “Dal punto di vista del marxismo, che esprime gli interessi storici del proletariato, il fine è giustificato se porta all’accrescimento del potere dell’uomo sulla natura e all’abolizione del potere dell’uomo sull’uomo.” (L.Trotskij, op.cit., pag. 85)

I moralisti risponderanno allora sarcasticamente: “ma allora per raggiungere questo fine è tutto permesso?”

Trotskij risponde “E’ lecito […]tutto ciò che porta effettivamente alla liberazione degli uomini. Questo fine non potendo essere raggiunto che attraverso vie rivoluzionarie, la morale emancipatrice del proletariato ha necessariamente un carattere rivoluzionario.” (L.Trotskij, op.cit., pag. 85)

Sono ammissibili e obbligatori solo quei mezzi che accrescono la coesione del proletariato. Gli insufflano nell’anima un odio inestinguibile verso l’oppressione, gli insegnano a disprezzare la morale ufficiale e i suoi reggicoda democratici, lo compenetrano della consapevolezza del-la sua missione storica, aumentando il suo coraggio e la sua abnegazione.” (L.Trotskij, op.cit., pag. 85)

Questo, inevitabilmente, porta a capire che la liberazione della classe lavoratrice è l’obiettivo della classe lavoratrice stessa. Da ciò segue che che non tutti i mezzi sono ammissibili.

Quando diciamo che il fine giustifica I mezzi, a nostro modo di vedere, la conclusione che dunque ne deriva è che il grande obiettivo rivoluzionario respinge quei mezzi di base e quelle strade che mettono una contro l’altra le parti della classe lavoratrice, o tentano di rendere le masse felici senza la loro partecipazione; oppure abbassano la fiducia delle masse in sé stesse e nelle proprie organizzazioni sostituendola con il culto per i propri dirigenti”. (L.Trotskij, op.cit., pag. 86)

E questo succede specialmente a quei “leader” che provano a dare ai lavoratori l’impressione che tutto possa essere risolto tramite manovre e trattative in parlamento, o accordi tra padroni e sindacati.

Trotskij riassume tutto ciò nel modo seguente:

Quando noi diciamo che il fine giustifica i mezzi, ne risulta per noi che il grande fine rivoluzionario respinge, di tra i suoi mezzi, i procedimenti e i metodi di quegli indegni che spingono una parte della classe operaia contro le altre; o che tentano di fare la felicità delle masse senza il concorso di queste; o che sminuiscono la fiducia delle masse in se stesse e nella loro organizzazione, sostituendovi l’adorazione dei «capi»."(L.Trotskij, op.cit., pag. 86)

Naturalmente questo non fornisce una risposta pronta alla domanda su cosa sia permesso o non permesso per ogni caso specifico. La risposta potrebbe non essere così automatica. I problemi di una morale rivoluzionaria sono legati ai problemi di strategia rivoluzionaria e tattica. L’esperienza viva del movimento, coadiuvata dalle spiegazioni della teoria, fornisce la risposta corretta a questi problemi.

La morale, per noi, è ciò che innalza i lavoratori a capire la necessità di una trasformazione socialista rivoluzionaria della società, così da poter mettere fine alla povertà, alla fame e alle guerre, che sono gli aspetti veramente “immorali” della società attuale, specialmente dove abbiamo mezzi produttivi, economici, scientifici e tecnologici per porre fine alla barbarie del capitalismo.

27 marzo 2013

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