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Il successo dell’assemblea sulle pensioni organizzata a Modena dalla Rete 28 aprile il 15 febbraio scorso in collaborazione con Il Manifesto non è soltanto numerica, grazie alla partecipazione di circa 140 lavoratori che hanno quasi riempito la sala “Corassori” della Camera del Lavoro.

Il successo politico è stato palpabile nel trasmettere argomenti concreti e convinzione per rilanciare la lotta per una pensione pubblica dignitosa e per opporsi allo scippo del TFR. 

L’assemblea è stata aperta da Giovanni Iozzoli, delegato FIOM-CGIL della PFB e militante della Rete 28 Aprile, il quale ha sottolineato l’assenza di democrazia e trasparenza nel meccanismo del silenzio-assenso col quale si vuole costringere i lavoratori a mettere il TFR nei fondi integrativi, dai costi certi ma dai rendimenti incerti. Il compagno ha poi criticato la campagna dei mass media sulla necessità di alzare l’età pensionabile a causa dell’aumento dell’aspettativa di vita (che peraltro forse non è così alta per gli operai). In seguito ha preso la parola Carla Canalini, giornalista de Il Manifesto, notando polemicamente che, mentre i politici tendono spesso a proporre gli USA come modello e società del futuro, nulla si dice riguardo ai numerosi fallimenti borsistici dei fondi pensione negli Stati Uniti, a partire dal gigantesco crac di Enron, sui quali invece oltreoceano si sta sviluppando un dibattito sempre più aspro e vivace. Il segretario della CGIL di Modena, Donato Pivanti, ha invece difeso l’azione della Confederazione a favore dei fondi pensione. Nel suo ragionamento Pivanti ha criticato l’aumento delle tasse comunali e ragionali indotto dai tagli ai trasferimenti agli Enti Locali contenuti nell’ultima legge finanziaria ma è poi rimasto molto cauto sulle mobilitazioni e le rivendicazioni concrete da avanzare per invertire la tendenza della politica economica del governo.

Paolo Brini, membro del CC della FIOM-CGIL, ha preso la parola denunciando, dati alla mano, le menzogne della classe dominante sul presunto “buco” dell’INPS, sui “favolosi” rendimenti dei fondi integrativi (soltanto il 12% di essi è stato più conveniente del trattamento pubblico e senza parlare dei primi fallimenti come alla Sicilcassa) e sul debito pubblico, meccanismo che ingrassa banche e finanziarie ma viene usato come pretesto per proporre tagli delle pensioni e dello stato sociale. In sostanza, ha detto Brini, i padroni, tramite le loro banche e assicurazioni, vogliono mettere le mani sulla torta da 19 miliardi di euro costituita dal TFR dei lavoratori. La soluzione, ha rivendicato il compagno, è di organizzare come sindacato una campagna di massa per tornare al sistema pensionistico retributivo per tutti e rifiutare di mettere il nostro TFR in fondi da cui non potremo più toglierci e che useranno i nostri soldi per speculazioni.

L’intervento di Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della FIOM-CGIL, ha ribadito le ragioni della contrarietà al versamento del TFR nei fondi pensione, aggiungendo che la rigidità dei fondi pensioni toglierà dalla disponibilità immediata del lavoratore il suo TFR, spesso necessario per spese sanitarie o comunque urgenti. Infatti, soltanto dopo 48 mesi di disoccupazione il fondo integrativo sarà tenuto a restituire l’intera somma al lavoratore. Cremaschi ha aggiunto che la presenza al governo del centro-sinistra non deve spingerci a lottare di meno, perché questo non farebbe altro che spostare gli equilibri su politiche ancora più moderate. Di fronte alla manifestazione di Vicenza che si sarebbe tenuta due giorni dopo, Cremaschi ha invitato alla massima partecipazione criticando le affermazioni intimidatorie di Amato e Rutelli.

Dopo un dibattito con numerosi interventi, Cremaschi ha concluso la riunione ribattendo alle strumentalizzazioni contro la CGIL orchestrate dalla stampa padronale attorno all’inchiesta sulle nuove BR, affermando con forza che il terrorismo è nemico del movimento sindacale e particolarmente di chi si batte per una linea di classe e combattiva nel conflitto sociale.

All’assemblea hanno partecipato lavoratori e delegati di importanti fabbriche della provincia come la Ferrari, la Maserati, la Terim, la Smalti, la PFB, la TetraPak, la Simint, la Panini, l’Inalca, Meta (l’ex municipalizzata) e tante altre. Su queste basi non possiamo che essere fiduciosi per la costruzione a Modena di una forte sinistra sindacale, con la partecipazione dal basso e l’entusiasmo di decine di lavoratori.

 28 febbraio 2007


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