Breadcrumbs

Perché diciamo no al Tfr nei fondi pensione


Il materiale di queste pagine vuole fornire argomenti per ragionare sul tema  del Tfr e delle pensioni. Da troppo tempo ormai su questo argomento così importante sentiamo solo una campana: quella di chi indica nell’Inps e nella spesa pensionistica la causa di tutti i mali dell’economia italiana. Non passa giorno senza che qualcuno suoni l’allarme sul “tracollo del sistema pensionistico”. Scopo di questa rumorosa campagna è convincerci che ormai non c’è modo di avere una pensione pubblica e dignitosa, e ottenere che i lavoratori versino la propria liquidazione (Tfr) in quei fondi pensione che negli ultimi 14 anni non sono riusciti a ottenere una reale adesione.

Anche se i giornali narrano della leggenda del buco dell’Inps da tempo immemorabile, e nonostante i governi abbiano fatto di tutto per affossarlo, l’ente che eroga pensioni pubbliche è decisamente più in salute dei fondi pensione. Questo non significa che non esistano problemi ma questi non dipendono dal saldo tra contributi sociali e pensioni. Occorre infatti ricordare che sull’Inps gravano da decenni costi del tutto impropri. La previdenza sociale è stata usata per finanziare la ristrutturazione capitalistica ad ogni crisi industriale (quando i padroni hanno bisogno di cassa integrazione, mobilità o prepensionamenti, della crisi dell’Inps se ne dimenticano sempre). Non solo, ma essa ridistribuisce i contributi dei lavoratori per finalità di natura assistenziale che riguardano spesso altre parti della popolazione. Ad esempio, i lavoratori autonomi, pur essendo un terzo di tutti i lavoratori italiani, incidono per la metà sulle pensioni di anzianità che vengono erogate annualmente e tale dato è in crescita.

Categorie come i coltivatori diretti, gli artigiani, hanno sempre preso dall’Inps molto più di quello che vi hanno versato. A ciò si aggiunge un’evasione contributiva che si stima in 30-35 miliardi di euro l’anno e un credito verso le aziende di oltre 40 miliardi, ovvero 5 volte quello che i fondi pensione chiusi hanno raccolto in dieci anni. Infine, la precarizzazione del mercato del lavoro, tagliando il “costo del lavoro”, cioè i contributi pagati dalle aziende, oltre a impedire a milioni di lavoratori di avere una pensione decente, taglia risorse per l’Inps.

Nonostante tutto questo l’Inps è in attivo per un ammontare pari a quasi l’1% del Pil. Eppure, i tagli effettuati dai governi negli ultimi 15 anni sono stati fatti con la scusa dei conti che non tornano. Prima della riforma Dini le previsioni davano un rapporto tra spesa pensionistica e Pil del 23%, oggi siamo a circa il 14%. Se da questa percentuale togliamo gli accantonamenti per il Tfr, che incide per l’1,5% del Pil e un altro 2% imputabile al fatto che la spesa pensionistica italiana è valutata al lordo delle ritenute fiscali, in Italia il peso della spesa previdenziale è largamente più basso della media europea. La differenza è che in quel 13-14% sono contenute anche prestazioni di natura assistenziale, che negli altri paesi sono a carico della fiscalità generale.

Dunque il rapporto spesa per le pensioni/Pil rimane stabile anche se i pensionati sono di più. Detto diversamente, i pensionati sono sempre più poveri. Questi  tagli sono serviti a ridistribuire fortemente il reddito dai lavoratori alle aziende, un colossale furto che ha giocato un ruolo importante nella stagnazione economica italiana dell’ultimo decennio, che a sua volta ha fatto affluire meno risorse agli enti previdenziali. I governi hanno ogni volta curato la malattia peggiorandola, aiutando cioè i padroni ad evadere illegalmente o meno (vedi lavoro precario) i soldi dovuti agli enti previdenziali. Ma nonostante tutto questo, l’Inps non è ancora tracollata.

Ciò che è invece crollato è il reddito dei pensionati. In media ogni pensionato riceve circa 1000 euro al mese. Ma dividendo la media in fasce di reddito scopriamo che quasi due milioni di soggetti ricevono meno di 350 euro, oltre 4 milioni ricevono da 351 a 600 euro mensili, e 4 milioni da 600 a 1.000 euro mensili. In sintesi, i due terzi dei pensionati ricevono un terzo dei 214 miliardi di euro erogati dall’Inps e il restante terzo di pensionati riceve i due terzi del monte pensionistico. La cosa non cambia, anzi si aggrava, quando analizziamo i valori delle pensioni Inps dei lavoratori dipendenti. La situazione è stata poi peggiorata dal 1992, quando è stato abolito l’aggancio delle pensioni all’andamento reale delle retribuzioni. Così le pensioni rimangono indietro persino ai miseri aumenti salariali.

Le stime che vedono, per chi entra oggi nel mercato del lavoro, un tasso di sostituzione vicino al 30-40% sono dunque, nelle attuali condizioni, del tutto realistiche. Per tornare al livello dell’80% precedente alle controriforme, i fondi pensione dovrebbero avere rendimenti astronomici, possibili forse sul mercato della droga, o in un casinò truccato, non certo nel mondo reale.

 

14/03/2007 

Joomla SEF URLs by Artio