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In Italia esistono oggi quattro modi per avere una pensione privata:

Fondi pensione “aperti”: si tratta di prodotti finanziari simili ai fondi comuni di investimento a cui possono aderire tutti (lavoratori, liberi professionisti, ecc.). Il loro successo è stato scarsissimo: in oltre dieci anni hanno raccolto appena 400mila iscritti, quasi il 90% lavoratori autonomi.

Polizze assicurative individuali (le cosiddette “Pip”): anche in questo caso si tratta di prodotti finanziari individuali, tra l’altro molto costosi che, in qualche forma, sono sempre esistiti. Dal ’93 in poi ne sono state stipulate circa 850.000.

Fondi pensione ante 1993: si tratta dei vecchi fondi pensione tipici del settore bancario e assicurativo. Si distinguono dai “nuovi” fondi pensione per le condizioni più vantaggiose. Infatti, innanzitutto sono gratuiti (cioè a totale carico dell’azienda); in secondo luogo molti sono ancora a prestazione definita.

Fondi pensione negoziali (o chiusi), creati in base ad accordi tra aziende e sindacati per le singole categorie contrattuali (Cometa per i metalmeccanici, Fonchim per i chimici e così via). Si tratta di fondi a carico dei lavoratori e che per legge sono a contribuzione definita, ovvero è certo quanto si paga ma non che pensione si riceverà.


I fondi pensione negoziali


Meritano un approfondimento a parte perché sono i fondi su cui il sindacato più preme perché ci sia un’adesione di massa dei lavoratori.

La percentuale di partecipazione delle varie categorie è molto differente, fino ad ora hanno aderito il 64% dei chimici, il 32% dei metalmeccanici, molto poco i lavoratori delle altre categorie. Nel complesso l’adesione è stata fino ad ora bassa, poco più di un lavoratore su 10.

I dirigenti sindacali, che spingono ovviamente su quest’ultima tipologia di fondi, ci tengono a dire che questi fondi sono meno rischiosi. In realtà la rischiosità di un fondo dipende dai titoli in cui è investito e dunque i fondi negoziali (o chiusi) possono essere anche più rischiosi di un fondo aperto. La logica della pensione privata infatti è che la pensione pubblica è sempre più misera e che bisogna spostare le risorse verso investimenti più redditizi. Ma come non mancano di ricordare i libri di teoria economica, se si vuole un rendimento maggiore bisogna rischiare di più. Delle due l’una, dunque, o il fondo non prende rischi, e allora la pensione “integrativa” si ridurrà a pochi spiccioli; oppure non è vero che sia un investimento sicuro. Gli altri argomenti con cui ci viene detto che i fondi negoziali sono più sicuri sono: che vengono gestiti sotto il controllo dei nostri rappresentanti, cioè i dirigenti sindacali, che siedono nei comitati di controllo; e che l’Inps ripianerebbe un loro eventuale fallimento.

Il fatto che i sindacalisti “partecipino” al controllo del fondo pensione non ha salvato dal crollo e dall’uso illegale decine e decine di fondi pensione in giro per il mondo, dall’Inghilterra agli Stati Uniti al sud America. Si potrebbe arguire che è ridicolo che siedano nel consiglio di amministrazione rappresentanti dell’azienda, trattandosi di soldi nostri. Ma in realtà anche laddove è solo il sindacato a gestire questi soldi, non è andata meglio. I consigli di amministrazione dei fondi non amministrano un bel nulla ma si limitano a delegare la gestione a banche e assicurazioni il cui operato controllano solo a cose fatte. Quanto all’intervento dell’Inps, la cosa è paradossale. I fondi pensione negoziali sarebbero sicuri in quanto garantiti dallo Stato, cioè dalle tasse dei lavoratori. Ma i fondi non servivano a garantire un’aggiunta alle pensioni da fame dovute alla crisi dell’Inps? Ora scopriamo che invece è l’Inps a doverci eventualmente salvare dalla crisi dei fondi pensione.


Prestazione e contribuzione definita


I fondi pensione possono essere di due tipi: a prestazione definita o contribuzione definita. Nel primo caso è certo l’ammontare della pensione che si riceverà, ma non quanto si deve versare per ottenerla. Nel secondo caso è certo quanto si paga ma non che pensione si riceve. È ovvio che i fondi a prestazione definita sono molto più vantaggiosi perché scaricano il rischio del risultato finale sull’azienda anziché sul lavoratore. In pratica, se i titoli in cui il fondo pensione è investito vanno male, l’azienda deve metterci più soldi perché si impegna a garantire comunque un certo reddito. Nell’altro caso, invece, semplicemente la pensione risulterà più bassa. Per questa ragione i padroni conducono una lotta serrata contro i fondi a prestazione definita che ormai sono essenzialmente un residuo del passato anche nei paesi, come l’Inghilterra, dove sono nati prima. In Italia, scandalosamente, il problema l’hanno risolto per legge: è infatti vietato costituire fondi a prestazione definita per i lavoratori dipendenti (mentre sono possibili per quelli “aperti”, ovvero per i lavoratori autonomi e i liberi professionisti). Detto diversamente, in Italia per legge il rischio deve rimanere a chi aderisce al fondo pensione.

 

14/03/2007 

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