Dopo l’accordo Holbrooke-Milosevic - Falcemartello

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Dopo l’accordo Holbrooke-Milosevic

Le mani occidentali sul Kosovo

L’accordo Holbrooke-Milosevic pare abbia convinto quest’ultimo a ritirare le truppe speciali dal Kosovo. L’ultimatum del 27 ottobre, mentre scriviamo, non è ancora scaduto, ma tutto lascia prevedere che l’intervento militare sia stato scongiurato soprattutto per la chiara opposizione della Russia e delle potenze europee (in testa Francia e Italia).

L’ipocrisia occidentale

Nonostante la propaganda martellante che ha dipinto Milosevic come un massacratore di innocenti, nessuna potenza europea vuole arrivare veramente ad un intervento, e anche negli Usa una parte significativa del Congresso è contraria. Innanzitutto per i costi che questo avrebbe. Pare che i militari Nato abbiano fatto una richiesta di truppe di terra pari a 60mila uomini, il doppio di quelli oggi stanziati in Bosnia. La realtà è che anche se questa cifra fosse ridimensionata della metà, un intervento in Kosovo sarebbe un’avventura i cui esiti incerti, per ora, non giustificano la spesa. Oltre al fatto che nella testa di tutti è evidente che sarebbe una carneficina. "Prima degli eventuali attacchi aerei, sul territorio del Kosovo ci sarà probabilmente una pioggia di missili": questa è un’affermazione non smentita di un giornalista del Corriere della sera del 7 ottobre scorso. Il coinvolgimento dell’Albania, la destabilizzazione della Macedonia (un terzo della popolazione è albanese) e, a quel punto, l’inevitabile coinvolgimento della Grecia e della Bulgaria rappresentano un incubo per l’Occidente.

Dunque, per ora, dal loro punto di vista molto meglio affidarsi alla cosiddetta diplomazia. Ma cosa hanno raggiunto con questi mezzi?

L’accordo porta a nuovi conflitti

In primo luogo l’accordo Holbrooke-Milosevic non è stato ratificato dalla parte albanese, e già questo è un primo elemento che lo rende instabile. Ma più importante di tutto è la sostanza dell’accordo. Per quello che è trapelato, è chiaro che non c’è nessuna concessione di autonomia, paragonabile a quella che il Kosovo aveva prima del 1989. La proposta è di "autoamministrazione", di formazione di una polizia locale (le cui quote etniche sono da stabilire - in Kosovo vivono 200mila serbi) e di elezioni nel 1999 di un parlamento locale. Tutte le questioni decisive - difesa, finanze, mercato comune, politica estera, controllo delle dogane - sono ambiti preclusi al Kosovo che rimane una provincia serba. In cambio di queste "concessioni" Milosevic ritira le truppe speciali dal Kosovo e per verificare che tutto funzioni l’Osce invia duemila osservatori disarmati.

Gli albanesi del Kosovo e l’Uck (esercito di liberazione del Kosovo) non possono essere soddisfatti e dunque è inevitabile che continueranno gli scontri. Dopo aver gettato benzina sul fuoco del nazionalismo sono costretti a ribadire la richiesta di indipendenza. Inoltre questa regione è il polmone della Jugoslavia, è ricca di materie prime e di centrali di energia elettrica (vedi FalceMartello n° 124 e n° 125); il tutto è stato messo in vendita da Milosevic, ma Rugova fin da subito aveva dichiarato che quegli accordi di privatizzazione non erano validi. Insomma la posta in gioco è di carattere economico e fa gola all’Europa (prima di tutto Italia e Grecia), ma anche al ceto politico albanese che vuole avere il controllo delle risorse e fare accordi direttamente con l’Occidente.

In ultima istanza questo accordo permette a Milosevic di uscire dal Kosovo senza perdere la faccia. L’offensiva lanciata l’estate scorsa contro l’Uck e il popolo albanese - appoggiata con il silenzio dall’imperialismo occidentale - ha avuto costi molto alti. Il valore del dinaro dimezzato, la valuta entrata con le privatizzazioni (1500 miliardi di lire con la vendita della Telecom serba all’Italia e alla Grecia) evaporata nelle spese militari, decine di migliaia di pensionati operai e impiegati pubblici che non prendono pensione o salario da mesi, tutto questo rende molto instabile il regime serbo. Holbrooke dà una mano a Milosevic a rimettersi in sella, da una parte e dall’altra tenta di dividere la leadership albanese, puntando ad avere l’appoggio di Rugova e a metterlo contro gli irredentisti dell’Uck. Come insegna la Palestina questa è solo una ricetta per l’instabilità e nuovi conflitti. Per ora l’unica tregua possibile non dipende dall’accordo, quanto dalla debolezza dell’Uck come effetto delle sconfitte subite.

L’Uck non è un’alternativa

Prima dell’estate l’Uck vantava il controllo su un terzo del territorio kosovaro. In seguito all’offensiva serba di luglio e agosto l’Uck ha perso tutte le zone principali - Drenica, Malisevo e Djakovica - e ora si mescola con i profughi in montagna e al confine con l’Albania. Indubbiamente questa disfatta è dipesa dalla scarsa preparazione militare dei giovani sostenitori dell’Uck, ma non solo.

La sua vera disfatta sta nelle sue rivendicazioni, nel suo programma politico. Il nazionalismo, che sia la costituzione della Grande Albania o l’indipendenza del Kosovo, non ha entusiasmato le masse kosovare. L’Uck ha reclutato migliaia di studenti e contadini stanchi dei soprusi da parte serba e che volevano giustamente liberarsi dall’oppressione nazionale, ma la prospettiva della liberazione nazionale non è sufficiente a ridare un futuro ai quasi 300mila profughi che hanno perso la terra, la casa e ogni avere e che non avranno futuro né in Albania, né in Montenegro né in qualsiasi altra parte del mondo. La liberazione nazionale significa poco per queste popolazioni, se manca qualsiasi rivendicazione sociale che possa indicare una strada per uscire dalla tripla oppressione che subiscono: quella della classe dominante albanese, quella della Serbia e quella dell’imperialismo occidentale.

Il sogno della grande Albania non deve essere molto pressante fra le masse kosovare, come dimostrano le dichiarazioni dei profughi che sanno bene che l’Albania è un paese povero, che lo è sempre stato, ben più del Kosovo, e che unire due povertà non risolve i loro problemi. Non è un caso che una parte dell’Uck, pur confusamente, rivendica esclusivamente l’indipendenza del Kosovo e ha raffreddato gli entusiasmi nei confronti dell’Occidente. Inoltre un settore se ne è andato a formare le Fark (forze armate della repubblica del Kosovo) vicine a Berisha e propense, insieme a Rugova, ad un accordo con l’Occidente.

Non per questo si deve pensare che l’Uck si sta evolvendo in una forza rivoluzionaria. Il portavoce che si è dato, Adem Demaqi, fino a ieri era in strettissimi rapporti con Berisha ed è un nazionalista convinto, la cui politica fa da contraltare al nazionalismo
di Milosevic.

Un paese colonizzato

L’imperialismo non interviene militarmente per le ragioni di cui sopra, ma gli interessi economici spingono le diverse potenze a giocare un ruolo decisivo nella zona nell’ambito della contesa delle sfere d’influenza. Attraverso i duemila osservatori, insieme all’immancabile schiera di organizzazioni umanitarie l’Occidente tenta l’operazione della colonizzazione: in un paese dove la principale fonte di reddito (agricoltura e allevamento) è stata distrutta dalla guerra, l’indotto (alloggi, ristorazione e servizi vari) fornito dalla presenza sempre più numerosa di occidentali e gli aiuti umanitari diventano le forme con cui l’Europa e gli Usa vogliono dominare il Kosovo. A questo proposito basti vedere quello accaduto in Bosnia dove in tre anni di presenza Onu, i militari hanno fatto la campagna elettorale per la Plasvic (candidata sostenuta dagli Stati Uniti), dove persino i programmi televisivi sono il risultato di trattative con i militari Usa e dove, come risultato di questa situazione, crescono i partiti nazionalisti.

Questa operazione in Kosovo ha il duplice scopo di alimentare il controllo dell’imperialismo (in cui diversi paesi occidentali sono in competizione fra di loro) e di modellare un governo locale del Kosovo prono ai suoi interessi. Questa strada non è percorribile senza creare divisioni, senza far crescere il nazionalismo (oltre che antiserbo anche antioccidentale) e provocherà in futuro un ulteriore spargimento di altro sangue.

Ma il capitalismo non può offrire altro. Ogni intromissione dei governi occidentali significa un asservimento delle masse balcaniche. Oggi nessuna fazione politica né in Kosovo né in nessun altro paese balcanico è esente dal veleno nazionalista. Solo attraverso l’esperienza e l’esempio della classe lavoratrice in Occidente e nel resto del mondo, le masse balcaniche capiranno che il nemico non è il vicino di etnia diversa, ma la propria classe dominante e quella dei paesi occidentali che li condanna alla povertà.

Solo un movimento rivoluzionario che individui nel capitalismo il vero responsabile delle attuali miserie, che socializzi le risorse economiche e le ponga sotto il controllo operaio e contadino per una federazione socialista dei Balcani può offrire una via d’uscita dalla catena senza fine delle guerre nazionalistiche.