Guerra nei Balcani - Falcemartello

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Quale via d’uscita?

A 70 giorni dall’inizio dei bombardamenti sulla Repubblica jugoslava, con 30mila raid e il massacro di migliaia di civili, nessuno degli obiettivi prefissi dalla Nato è stato raggiunto. L’economia jugoslava è stata praticamente distrutta, ma Milosevic gode tutt’ora dell’appoggio della stragrande maggioranza del popolo serbo. Non si può dire lo stesso per quanto accade fuori dalle frontiere serbe. L’opposizione all’intervento imperialista che ha assunto forme molto radicali in paesi come la Grecia (dove si sono visti scioperi generali e azioni di boicotaggio contro i convogli Nato), in Cina e in Russia, cresce anche in Europa e negli Stati Uniti, come dimostra un recente sondaggio della Gallup, che vede il 47% degli americani opporsi al conflitto e l’82% richiedere una sospensione dei bombardamenti per riprendere i negoziati.

Siamo ben lontani dalle rosee prospettive dipinte all’inizio del conflitto dalla signora Albright che in 48 ore di bombardamenti pensava di piegare Milosevic.

Si è aperto così uno scontro, ai massimi vertici, su come la Nato può evitare un fallimento che verrebbe universalmente visto come un certificato d’impotenza dell’imperialismo (particolarmente quello americano) nell’imporre il proprio "ordine mondiale".

Recentemente il capogruppo al Congresso dei repubblicani, ha dichiarato che non permetteranno al Presidente Clinton di avventurarsi in un intervento di terra nei Balcani. In generale i repubblicani, con le dovute eccezioni, hanno avuto una posizione più cauta dei loro colleghi democratici.

Questo si deve a una divisione che attraversa la borghesia americana e di riflesso il Pentagono, i servizi segreti, il corpo diplomatico, in una parola l’apparato dello Stato americano.

Non si tratta di una differenza di poco conto perchè si riferisce alle prospettive e al ruolo della potenza americana sullo scacchiere mondiale.

Da una parte c’è chi ritiene che gli Usa siano l’unica potenza economica, politica e militare del pianeta e su questa base pretende di essere il gendarme mondiale; dall’altra una tendenza isolazionista, temendo che la Serbia si trasformi in un nuovo Vietnam si oppone all’intervento ed è aperta a considerare una divisione dei compiti imperialisti con l’Europa e il Giappone.

A parte la Gran Bretagna e in una certa misura la Spagna, anche nei governi europei cresce la volontà di maggiore indipendenza nei confronti degli Usa e c’è una tendenza a far fronte con la Russia per ridimensionare le pretese americane.

L’insuccesso militare unito alle contraddizioni interne ai diversi imperialismi con la crescita dello scontento sociale hanno così aperto la strada, che sembrava preclusa solo un mese fa, ad un accordo tra la Nato e Milosevic.

La proposta dei G8 era infatti un tentativo serio, che è naufragato con il bombardamento dell’ambasciata cinese, che ha irrigidito i rapporti tra Washington e Pechino e che ha spinto il governo cinese, che si era mantenuto neutrale fino ad allora ad allinearsi con la Russia.

L’incidente dell’ambasciata cinese ha fatto emergere anche le tensioni che andavano accumulandosi in Europa nel governo italiano e in quello tedesco, che oltre ad essere i due paesi dell’Unione dove più forte era la mobilitazione sociale contro la guerra (in Germania ha certamente avuto un peso la posizione assunta dal potente sindacato IG-Metall contro l’intervento) erano i due governi che maggiori investimenti hanno nella zona insieme all’Austria, e che da un intervento di terra avrebbero più da perdere.

Non a caso il ministro degli esteri Dini è oggi uno degli oppositori dichiarati di questa ipotesi.

Si aggiunga che le ricadute economiche della guerra sulle economie dei paesi coinvolti sono molto diverse; mentre negli Usa il conflitto sta tirando la volata a un boom economico che dura ormai da 8 anni, aumentando gli ordinativi delle industrie di armi con ricadute positive sugli altri settori dell’economia, in Italia e in Germania la guerra sta rafforzando le tendenze recessive, perchè c’è un crollo degli scambi commerciali con i Balcani a cui si aggiunga, per quello che riguarda l’Italia un crollo dell’industria del turismo e della pesca sulla dorsale adriatica. In generale si registra nella popolazione un crollo della fiducia nei riguardi al futuro e un conseguente crollo dei consumi.

Sono questi i fattori che hanno spinto D’Alema e Schroeder ad incontrarsi per discutere una possibile soluzione negoziata alla crisi, allinenandosi di fatto alla posizione russa.

Su questa base, che è quella propria di imperialismi che hanno interessi diversi da quelli Usa, si sono aperte le contraddizioni che dividono oggi il fronte Nato e che non sono certo il risultato del potere di condizionamento dei "settori critici" del governo italiano e tedesco, checchè ne dicano Cossutta e i suoi compagni del Pdci, che non solo non sono in grado di condizionare alcunchè delle decisioni prese da D’Alema ma hanno rappresentato la copertura ideale per qualsiasi governo di centrosinistra decidesse di entrare in guerra mantenendo il controllo sociale. Un ruolo analogo hanno giocato i verdi in Germania.

Si preannuncia un accordo?

Dopo la proposta dei G8, c’è stata la bomba sull’ambasciata cinese; dopo la mozione del parlamento italiano e i tentativi di convocare il Consiglio di sicurezza dell’Onu c’è stata la sentenza del Tribunale dell’Aja che condanna (perchè proprio ora?) Milosevic e altri quattro ministri serbi come criminali internazionali.

Pare proprio che nella Cia e nel Pentagono nello scontro che si è aperto prevalgano le posizioni degli interventisti che fanno capo al generale Clark e al ministro degli esteri Usa Madeleine Albright. Ogni volta che ci si avvicina a un accordo accade qualcosa che lo allontana nel tempo, e rende più complicata la situazione.

Bisogna dire che la signora Albright non ha avuto grandi successi nella politica internazionale da quando ha ricevuto l’investitura di Clinton. In Irak dopo una settimana di bombardamenti è tornata a casa con la coda tra le gambe, in Medio Oriente è riuscita a far saltare gli accordi tra Israele e l’Olp e a riportare i laburisti al potere.

La Albright si rivolge ai paesi coloniali, con il classico atteggiamento della maestrina severa, provocando solo più tensioni e odio tra le masse nei confronti degli americani.

Nelle mutate condizioni sociali, a 10 anni dal crollo dell’Unione Sovietica e con la crisi economica che attraversa il capitalismo dei paesi arretrati, con tutti i rospi americani che i popoli ex coloniali hanno dovuto ingoiare, chi ha l’atteggiamento della signora Albright o del generale Clark (uomo le cui fortune sono strettamente legate alla stella di Bill Clinton, ma che pare goda di poche simpatie nel Pentagono) aggiunge benzina sul fuoco al sentimento di odio antiamericano che cresce nel mondo, in Medio Oriente, come in Asia Orientale, in America Latina come in Africa, per non parlare di Russia, Cina, India e Pakistan.

È probabile che la Albright non abbia scrupoli e sia determinata a proseguire sulla strada dell’intervento di terra, come non ci sono dubbi che Blair e il ministro degli esteri inglese Cook siano già pronti con l’elmetto in testa, ma li seguirà Clinton su questa strada? E soprattutto è disposta la grande maggioranza della borghesia americana, oltrechè il capitale internazionale a sostenere un intervento dalle tante incognite?

In ultima analisi, come marxisti non possiamo aver dubbi sul fatto che l’opinione anche di un Presidente come quello degli Usa, non può contare di più di chi possiede le grandi concentrazioni del capitale finanziario e industriale.

I pericoli di un intervento di terra

Il 27 maggio il mediatore russo Viktor Chernomyrdin, ha inviato un articolo al Washington Post in cui rivolgendosi al governo americano ha segnalato il dissenso russo con l’idea del protettorato Nato sul Kosovo e sui tentativi di golpe tesi a destituire Milosevic (e su cui è probabile che ci siano in atto piani della Cia).

Chernomyrdin ha aggiunto che secondo lui il mondo non è mai stato, nell’ultimo decennio, così vicino al rischio di una guerra nucleare e che se la Nato non sospenderà i bombardamenti ci sarà la sospensione della partecipazione russa ai negoziati, la rottura dei rapporti e della collaborazione tecnologica e militare con gli Usa e l’Europa Occidentale e l’uso del potere di veto nelle decisioni che L’Onu decidesse di prendere contro la Jugoslavia. Ha aggiunto che su queste posizioni certamente la Russia troverà il sostegno di Cina ed India.

Un intervento così energico da parte di Chernomyrdin mira chiaramente a far pendere l’ago della bilancia a favore di chi si oppone all’interno dell’establishement politico americano alle posizioni interventiste.

Il quadro non è certo roseo per Clinton, perchè se è vero che retrocedere darebbe un colpo duro al prestigio americano è anche vero che potrebbe uscire peggio da un intervento terreste.

In fondo in Kosovo, a differenza che in Kuwait, non sono in gioco interessi decisivi dell’imperialismo americano. Si tratta certamente di una via di comunicazione verso le risorse energetiche delle repubbliche ex sovietiche, ma non c’è dubbio che gli interessi economici italiani e tedeschi siano molto maggiori.

L’intervento Usa probabilmente era dettato proprio dalla volontà di ridimensionare la presenza di questi due paesi nella zona, oltrechè dal desiderio di piegare ancora una volta la Francia costringendola a colpire un tradizionale alleato dei transalpini, quale è stata sempre la Serbia.

Gli obiettivi americani sono dunque più dettati dalla volontà di dimostrare la propria onnipotenza agli occhi dei governi europei in procinto di unificarsi, allo scopo di compromettere la formazione di un polo imperialista europeo contrapposto agli Usa. Dall’altra parte colpire duramente la Serbia serve agli Usa allo scopo di mostrare ai paesi coloniali, quali prezzi paga chi si sottrae al giogo americano.

Ma l’intervento terrestre piuttosto che disarticolare un possibile blocco in chiave antiamericana, rischia di rafforzarlo aprendo una crisi seria degli equilibri internazionali.

Forse in una prima fase il governo francese non si sottrarrebbe e probabilmente neanche quello italiano, considerando la codardia di D’Alema, ma già i tedeschi hanno dichiarato che non sarebbero disposti a inviare proprie truppe.

Ma considerando che il livello di resistenza del popolo serbo sarà notevole, perchè si troveranno a difendersi da un’occupazione straniera, le perdite Nato saranno notevoli.

Quando arriveranno le prime bare dal fronte, i governi europei verrebbero destabilizzati da un’opposizione sociale di massa, e lo stesso avverrebbe in Usa.

Ci troveremmo di fronte a un nuovo Vietnam con una Jugoslavia che potrebbe godere del sostegno della Cina, della Russia e di una quantità notevole di paesi più o meno potenti a livello internazionale. Ma quello che più conta, della solidarietà internazionalista di milioni di giovani e lavoratori in tutto il mondo.

Il ruolo della Russia e della Cina

È vero che la Russia è sotto ricatto da parte degli Stati Uniti, per il suo bisogno estremo di soldi americani, ma proprio per questo c’è chi potrebbe vedere in questo conflitto l’occasione propizia per avviare una politica espansionistica fortemente aggressiva in chiave antioccidentale.

Eltsin, che è stato sempre un burattino degli Usa e del Fmi, potrebbe prendere questa strada o più probabilmente essere sconfitto dalle forze nazionaliste (tra cui è da considerare anche il gruppo dirigente dei comunisti di Zijuganov).

Già in questo momento ci sarebbero 75mila giovani russi disposti ad andare a combattere a fianco dei fratelli serbi contro la Nato, il chè da un’idea del clima di odio che si fa strada in Russia contro gli Stati Uniti particolarmente tra i militari, che sognano il ritorno alle vecchie glorie dell’esercito sovietico.

La Russia ha un potenziale bellico niente affatto irrilevante anche se è stato fortemente intaccato negli ultimi 10 anni dopo il crollo dell’Urss.

La Cina che come il Giappone ha pianificato ingenti spesi nella politica degli armamenti, è un paese chiave per gli Usa. Non dimentichiamo che la scorsa estate è stata proprio la collaborazione economica del governo cinese con gli Stati Uniti ad impedire che la crisi delle borse del sud est asiatico sfociasse in una vera e propria crisi di sistema a livello globale.

Se la Cina avesse svalutato la propria moneta, come hanno fatto tutti i governi dell’area, difficilmente il Fmi con il sostegno Usa avrebbe potuto arrestare l’effetto domino che stava travolgendo uno dopo l’altra l’economia indonesiana, coreana, russa, brasiliana, messicana, ecc.

Pechino ha pagato un prezzo altissimo per fare questo favore agli Usa, in termini di crescita economica che è calata e di capacità di penetrazione dei propri prodotti all’estero; questo ha avuto degli effetti politici, aumentando la povertà di centinania di milioni di cinesi e il dissenso nei confronti del governo.

Le manifestazioni antiamericane organizzate dal governo cinese dopo il bombardamento dell’ambasciata di Belgrado avevano anche l’obiettivo di far sfogare la rabbia accumulata dalla popolazione orientandola sul fronte esterno, cioè contro il "nemico statunitense".

È disposta la classe dominante Usa ad aprire un fronte così ampio che rischia di pregiudicare i propri affari su metà dell’emisfero per risolvere a modo suo la crisi del Kosovo?

Si aggiunga che l’intervento di terra comporterebbe l’impiego non solo di 200mila uomini, ma anche un lungo periodo di occupazione e che i tempi per avviare un intervento terrestre su larga scala prima dell’inverno sono scarsi, considerando che i preparativi comporterebbero un impegno per diversi mesi. Andrebbero infatti costruiti porti, strade, infrastrutture e il governo greco ha negato la sua collaborazione e dunque i suoi porti, mentre l’Albania, che è disponibile, ha porti e infrastrutture insufficienti per un intervento di queste dimensioni.

È possibile che in Usa, nonostante tutto, prevalga l’idea che il tempo gioca in generale contro di loro, che mollando la presa sugli europei si metterebbe in discussione il ruolo americano in tutto il mondo. Se imboccano questa strada, dovrebbero allora preparare una guerra totale contro la Serbia, puntando allo smembramento definitivo (Montenegro, Voijvodina ungherese, ecc.) e organizzando una "santa alleanza" (Croazia, Montenegro, Albania, Ungheria,, ecc.) come fecero in Medio Oriente contro l’Irak.

Questa ipotesi, appare oggi a chi scrive, la meno probabile, però non è da escludere che la borghesia Usa travolta dalla dinamica del conflitto faccia questa fuga in avanti che la vedrebbe impegnata per anni (forse per decenni) con centinaia di migliaia di soldati in una guerra sanguinosa, dove non ha alcuna certezza di vincere.

Una pace instabile

Anche se in queste ore mentre scriviamo, si dice che un attacco di terra è inevitabile, un punto di equilibrio instabile può essere trovato.

Questo potrebbe basarsi su una presenza in Kosovo di una "forza di pace" Onu, composta da 50mila uomini magari diretta da un comandante di un paese non direttamente coinvolto nei bombardamenti (un finlandese o un portoghese) e con una presenza di truppe serbe non solo al confine, ma anche in altre parti del territorio kosovaro, con la scusa di difendere i santuari ortodossi.

Un’altra possibilità è che si divida il territorio e che al Nord del Kosovo ci siano truppe sotto il comando russo o comunque di un paese amico della Serbia, mentre al Sud (zona che Milosevic ha messo probabilmente già in conto di perdere) ci sia un comando Nato. In cambio Milosevic verrebbe amnistiato dalle accuse sui crimini di guerra. Anche l’ipotesi di Solana ricalcherebbe queste linee, come ha avuto modo di dichiarare in un’intervista al Corriere della Sera del 27/5.

Va comunque precisato, che anche con un "accordo di pace", questo non rappresenterebbe altro che una tregua che preparerebbe nuovi e più estesi conflitti nella zona.

Un protettorato della Nato sul Kosovo, o comunque su parte di questo, in ultima analisi rappresenta un cuneo che l’imperialismo utilizzerà in futuro, quando riterrà che le condizioni siano più propizie, per provocare nuove guerre soffiando sul vento nazionalista.

Continueranno a strumentalizzare le cause del popolo albanese, di quello montenegrino, dei macedoni per utilizzarle secondo il proprio profitto.

Per questa ragione, chi scrive, ha sempre ritenuto fuorviante difendere nelle circostanze attuali la richiesta democratico-borghese dell’autodeterminazione del Kosovo, sia come richiesta centrale, che in chiave subordinata alla lotta contro l’imperialismo.

Questa rivendicazione che è stata difesa dai bolscevichi e da Lenin in determinate condizioni, non è una parola d’ordine valida per tutte le stagioni.

Nel caso concreto proporre la separazione su basi capitaliste del Kosovo, non poteva far altro che innescare una guerra su basi etniche, spingere l’Uck nelle mani dell’imperialismo e non dare di conseguenza nessuna vera autonomia agli albanesi del Kosovo, che oggi invece di subire solo l’oppressione di Milosevic, subiranno anche quella dell’imperialismo che condizionerebbe in modo determinante la politica di qualsiasi governo fantoccio possa nascere in una "Repubblica autonoma del Kosovo".

Chi oggi, magari richiamandosi a Lenin, ha sostenuto in occidente l’autodeterminazione del Kosovo, ha obiettivamente, indipendentemente dalle sue intenzioni, sostenuto la politica dell’imperialismo, dimenticando che era in corso una guerra dove il principale nemico dei lavoratori era la Nato, che si serviva cinicamente di questa parola d’ordine, per giustificare l’intervento imperialista che non solo non avrebbe risolto il problema degli albanesi ma avrebbe rafforzato Milosevic, dandogli la scusa per continuare il massacro contro di loro.

Per i marxisti, il diritto di autodeterminazione, è sempre da subordinare agli interessi della classe lavoratrice a livello internazionale.

Se si perde di vista questo elemento discriminante, si può giungere a sostenere qualsiasi movimento nazionalista e secessione anche quando obiettivamente hanno un carattere reazionario come è stato nel caso della Croazia e della Bosnia, che separandosi dalla Jugoslavia, hanno aperto la strada ai massacri che conosciamo.

Anche in quella occasione non mancarono i sedicenti "marxisti" che sostennero il "diritto all’autodeterminazione" a fianco dell’imperialismo tedesco e statunitense.

Solo una mobilitazione della classe operaia, con l’unità dei lavoratori serbi, di quelli albanesi e di quelli delle altre etnie della ex-Jugoslavia contro i dittatori della zona e dei loro sostenitori imperialisti può condurre alla sconfitta di Milosevic e mettere le basi per dare una soluzione al problema nazionale nei Balcani.

In ultima analisi il problema nazionale, come ricordava Lenin, è un problema di pane. Nella vecchia repubblica "socialista" jugoslava, nonostante il peso asfissiante della burocrazia, grazie alla pianificazione dell’economia si era riusciti a sviluppare le basi produttive a ritmi molto alti, particolarmente negli anni ‘50 e ‘60, e questo aveva permesso di dare una parziale soluzione ai conflitti nazionali, che da secoli tormentavano la regione dei Balcani.

La classe operaia jugoslava, nei momenti più alti della lotta di classe, come si è visto durante la resistenza partigiana nella seconda guerra mondiale che liberò il paese dall’occupazione nazifascista e in seguito nelle lotte operaie dell’86-’87 contro il regime burocratico stalinista, ha in più occasioni trovato la strada dell’unità di classe vedendo nella democrazia operaia la chiave risolutiva dei propri problemi.

Oggi come allora la soluzione passa per l’unità di classe contro i propri oppressori per una Federazione socialista dei Balcani, sulla cui base l’autodeterminazione degli albanesi e di altre etnie avrebbe un senso e si potrebbe realizzare.

Per la sconfitta dell’imperialismo

Se la Nato subisce uno scacco in questa guerra contro la Repubblica Jugoslava, si aprono le condizioni per un risveglio delle mobilitazioni operaie, altrimenti la coscienza delle masse arretrerà ulteriormente preparando la strada a nuovi massacri, "pulizie etniche", guerre micidiali.

Il nostro dovere di comunisti qui in Italia è promuovere la mobilitazione sociale contro la guerra, mantenendo l’indipendenza da tutti quei settori della borghesia che criticano la guerra per ragioni che nulla hanno a che fare con la pace e con gli interessi dei lavoratori.

È stato un errore che Rifondazione sostenesse in Parlamento la mozione di D’Alema, perchè oltre ad essere una presa in giro, sostenendola abbiamo dato credito all’idea del protettorato sul Kosovo, che rappresenta un passo indietro per le masse jugoslave allinenadoci dietro una posizione imperialista.

Va precisato a tal proposito che:

- i paesi europei, anche se si staccassero dagli Usa non farebbero una politica di pace nei Balcani, la loro azione indipendente non avrebbe il minimo contenuto progressista.

- se oggi battono la strada della diplomazia è perchè ritengono che in questa fase l’uso delle armi sarebbe "sconveniente" per loro, ma i loro fini sono gli stessi di Clinton.

- Il voto del Prc alla mozione non ha indebolito la rincorsa verso la guerra tutt’altro: la guerra è più difficile se i governi che la portano avanti entrano in crisi. Con quel voto, invece, abbiamo rafforzato D’Alema e il messaggio che è passato tra i lavoratori disposti a lottare contro i bombardamenti è che bisogna dare una tregua al governo che è impegnato a "lavorare per la pace".

Noi non possiamo limitarci ad appoggiare una pace purchessia, se un accordo prepara le condizioni per una guerra futura ancora più micidiale.

Nella campagna contro la guerra imperialista, dobbiamo anche chiarire il ruolo di chi come il Papa, in modo ipocrita parla contro la guerra, pur essendo uno dei principali responsabili di questo conflitto.

Oggi il Vaticano ha certamente interesse, a stabilire buoni rapporti con la Chiesa Ortodossa, perchè questa accetti di non essere religione di Stato in tutto il mondo slavo e particolarmente in Russia e permetta alla chiesa cattolica di insediarsi più facilmente in Oriente.

Ma non dimentichiamo mai il ruolo che ebbe la Chiesa nella vicenda croata. Non solo istigarono il movimento nazionalista croato, che si richiamava alle milizie fasciste degli ustascia, ma il Vaticano fu tra i primi stati a riconoscere la Repubblica croata, mettendo le proprie chiese a disposizione di quei "bravi cattolici" che organizzavano le milizie fasciste croate e pianificavano la "pulizia etnica" contro i serbi della Krajina. Dietro ogni altare cattolico c’era una piantina che indicava lo "stato dei lavori" per il "riequilibrio etnico" fra croati e serbi.

In questi mesi durante la guerra, Liberazione, il quotidiano di Rifondazione Comunista, è apparso in più di un’occasione più che il giornale dei comunisti, il bollettino del Vaticano, generando illusioni immotivate sul ruolo di pacificazione che poteva avere la gerarchia ecclesiastica.

Si citi un caso su tutti, quando il 4 aprile il giorno dopo la prima importante manifestazione nazionale contro la guerra, Liberazione, in un articolo di Fulvio Faina intitolato Dall’aiuto ai profughi alla pace spiegava che le sorti della pace non erano nelle mani di chi il giorno prima aveva manifestato, ma udite, udite, nelle mani del "azione diplomatica della Santa Sede, una delle poche chance per riaprire il dialogo rimaste dall’inizio dei bombardamenti".

Rispetto all’aiuto dato ai profughi, si dica solo, che la settimana dopo, la Guardia di Finanza sorprese un camion di "aiuti" per il Kosovo della Caritas, in cui c’erano 30 tonnellate di armi destinate all’Uck. Che certamente avranno contribuito a consolidare il processo di pace voluto dalla Santa Sede!

La lotta per la pace è lotta contro il capitalismo

È necessario chiarire, uscendo da ogni logica del pacifismo piccolo-borghese che non è in grado di capire qual è la relazione esistente tra la guerra e la lotta di classe, che gli unici che possono fermare veramente e in modo definitivo la guerra nei Balcani sono i lavoratori con la mobilitazione e con l’arma dello sciopero generale, sapendo fin da ora che solo mettendo in discussione il potere capitalista, con la forza organizzata della classe operaia internazionale e lottando per una società socialista è possibile mettere la parola fine sui massacri e sugli orrori della guerra.

Sia che si arrivi ad un accordo, sia che inizi un intervento di terra, è prima di tutto da qui che bisogna partire per organizzare l’opposizione alla guerra imperialista. Rifondazione comunista, particolarmente se si decidesse l’invasione terrestre, avrebbe un’enorme responsabilità.

La guerra di per sé è un evento tragico, ma proprio per questo è un’esperienza che risveglia le coscienze e prepara movimenti rivoluzionari, soprattutto se assume un carattere generalizzato.

L’Internazionale comunista nacque non a caso proprio alla fine della Prima guerra mondiale. I lavoratori che inizialmente sostenevano il conflitto, giunsero in seguito a conclusioni rivoluzionarie e la vittoria della rivoluzione russa nell’ottobre del ’17 fu lo sbocco positivo di una tragedia storica quale fu la guerra, che provocò il massacro di milioni di lavoratori.

Ma quello sbocco fu possibile solo perché il partito bolscevico privo di ogni illusione pacifista (a differenza di tutti i grandi partiti socialisti della seconda internazionale) guidò i lavoratori contro i veri responsabili di quel massacro: i capitalisti e il loro sistema sociale.

Oggi Rifondazione comunista, con gli altri partiti comunisti e antagonisti in Europa e nel mondo, può assumere lo stesso ruolo a condizione che si doti di un programma rivoluzionario e apra un dibattito nelle proprie fila e nel movimento operaio sul carattere di questa guerra, sulle responsabilità che l’imperialismo e il grande capitale hanno in essa e sull’alternativa socialista che proponiamo.

Il capitalismo di quest’epoca di crisi mostrerà sempre più la sua faccia peggiore, la conquista dei mercati e dei profitti con l’uso delle baionette torna ad assere la normalità. Solo abbattendo questo sistema si apre la strada per una pace duratura e per la fratellanza tra i popoli.

(30.5.1999)