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OPUSCOLO
 
"Un movimento rivoluzionario in grado di offrire una resistenza armata ai tentativi di restaurazione, che costringe gli autori di questi tentativi a ricorrere all’aiuto straniero, un simile movimento non può essere distrutto." Lenin

La sollevazione di lavoratori, soldati, contadini e studenti in Albania è di ispirazione per la classe operaia e i giovani di tutto il mondo. Rappresenta una forte risposta a tutti i cinici, i codardi e gli scettici che dubitavano del potenziale rivoluzionario della classe operaia.

Dopo decenni dell’oppressione più terribile, prima sotto il fascismo italiano, poi sotto l’occupazione tedesca e infine dopo mezzo secolo del più terribile regime totalitario stalinista del mondo, i lavoratori albanesi si sono mostrati capaci di sollevarsi contro i loro oppressori, con le armi in pugno.


In questa lotta esemplare, abbiamo visto il riemergere dei metodi classici della rivoluzione proletaria, uno sciopero generale e un’insurrezione armata. In scene che ci ricordano intensamente la rivoluzione del luglio 1936 a Barcellona, uomini e donne, giovani e anziani si sono buttati nella lotta. Armati solo di bastoni e coltelli hanno assaltato le caserme e hanno terrorizzato la polizia segreta (Shik). È ovvio che i soldati non solo non hanno resistito, ma hanno consegnato le armi alla gente e in molti casi si sono uniti ad essa. La stessa scena si è ripetuta città dopo città.

 


Dall’inizio, i media, i mentitori prezzolati della classe dominante, hanno cercato di dare l’impressione che il movimento in Albania consistesse di mafiosi, spacciatori e piccola criminalità. Che parodia! Questi stessi gentiluomini a cui piace pontificare sulla "democrazia" e sulla "libertà di parola" mentono spudoratamente quando si trovano di fronte a un vero movimento delle masse, che sia uno sciopero locale o la rivoluzione in Albania.

 


L’ipocrisia delle cosiddette democrazie occidentali e della loro stampa è stata espressa chiaramente quando hanno taciuto vergognosamente dei crimini e del carattere antidemocratico del regime pro-borghese di Sali Berisha. Tutti sapevano che le elezioni del maggio 1996 in Albania sono state un imbroglio, così come le elezioni comunali di ottobre. Neanche una parola su questo nei media. Si confronti questo "gentile" silenzio con l’atteggiamento verso le elezioni amministrative in Serbia, quando gridarono a squarciagola alla frode. Sostenevano apertamente l’opposizione in Serbia ma non dicevano niente sull’opposizione in Albania che veniva brutalmente repressa dalla polizia del "democratico" Berisha quando provò a protestare contro la frode elettorale. La differenza è ovvia. Mentre l’opposizione in Serbia ha un carattere pro-borghese, la direzione dell’opposizione albanese era nelle mani del Partito Socialista (l’ex partito comunista). Proprio a causa di questa congiura del silenzio, l’esplosione albanese ha preso molte persone di sorpresa.


Agli osservatori borghesi, gli eventi in Albania appaiono una strana forma di orribile aberrazione. In realtà, hanno la loro logica, che ha radici in tutto il periodo passato. Quello che ha scioccato i borghesi in questo caso, come in ogni rivoluzione, è l’intervento diretto delle masse. La società non è più nelle mani sicure dei politici, dei burocrati, dei capi militari, dei giudici, della polizia. Questo è quello che chiamano "caos" e "anarchia". Queste situazioni sono per la loro natura intrinseca molto rare. Si hanno solo quando le masse decidono che l’ordine di cose esistente non è più tollerabile, che "le cose non possono andare avanti così". Questo è l’equivalente, nella società, di quello che in fisica di chiama "stato critico". I vecchi legami non possono più tenere insieme la società, le routine, le tradizioni, le abitudini di sottomissione all’autorità in ogni forma, tutto crolla. Le persone sono costrette a fare i conti con la realtà, prendere la loro vita e il loro destino nelle proprie mani, ovvero, elevarsi a livello di esseri umani coscienti e attivi e non di schiavi. Questa è una rivoluzione.

 


Il re prussiano Federico il Grande in un’occasione, mentre passava in rassegna le truppe, disse: "siamo persi quando queste baionette cominciano a pensare". La vista di uomini e donne ordinari che si armano per combattere i propri oppressori terrorizza la borghesia. Queste cose non dovrebbero succedere in Europa nell’ultimo decennio del ventesimo secolo. La caduta dello stalinismo doveva seppellire lo spettro della rivoluzione per sempre. Ma dopo pochi anni, la rivoluzione è di nuovo all’ordine del giorno.

 


Trotskij spiega l’essenza di una rivoluzione come segue:

 


"La caratteristica più incontestabile della rivoluzione è l’intervento diretto delle masse negli avvenimenti storici. Di solito è lo Stato, monarchico o democratico, a dominare la nazione: la storia è fatta dagli specialisti del mestiere: monarchi, ministri, burocrati, parlamentari, giornalisti. Ma nei momenti cruciali, quando un ancien régime diventa insopportabile alle masse, le masse infrangono gli ostacoli che le separano dall’arena politica, rovesciano i loro rappresentanti tradizionali e con il loro intervento gettano le basi di un regime nuovo. Lasciamo giudicare ai moralisti se sia un bene o un male. Per parte nostra, prendiamo i fatti come si presentano, nel loro sviluppo oggettivo. La storia della rivoluzione è per noi, innanzi tutto, la storia dell’irrompere violento delle masse sul terreno dove si decidono le loro sorti." Storia della rivoluzione russa, p. 9-10)

 


Naturalmente, la rivoluzione è sempre l’ultima risorsa. Non è qualcosa a cui le masse ricorrono a cuor leggero. Molto prima di questo, proveranno ogni altra strada, facendosi guidare da quelle che paiono le linee di minor resistenza. Queste possono avere diverse forme, il riformismo nelle sue varie forme, la lotta economica, o anche, una variante più particolare, investendo i risparmi di tutta una vita in criminali finanziarie a piramide, come in Albania. Questi sono tentativi di risolvere problemi difficili sulla base dell’ordine esistente. Ma quando si sgretolano (e qui il crollo è arrivato in modo spettacolare) uomini e donne cominciano a porsi domande sulle basi fondamentali dell’ordine esistente. Non rimane che lottare per trasformare la società da cima a fondo. Se si sono creati un partito e una direzione rivoluzionari prima, con sufficienti radici nelle masse, questa lotta può essere relativamente breve e indolore, come in Russia nel 1917. Senza tale direzione sarà più difficile, con più vittime, più scontri sociali e, certamente, più caos. Ma con o senza un partito, quando si raggiunge il punto critico la lotta per il potere diviene inevitabile. Lamentarsi degli elementi caotici che questo implica, esagerare le inevitabili distorsioni, confusione e "eccessi" di un popolo oppresso che lotta, senza aiuto, per liberarsi del giogo della schiavitù significa fare il Ponzio Pilato o peggio.

 


Oltre che da una campagna massiccia di disinformazione sui media, l’atteggiamento dei lavoratori in altri Paesi era influenzato da una mancanza generale di conoscenze di questo piccolo paese di tre milioni e mezzo di abitanti alla periferia dell’Europa tenuti per così tanto tempo in isolamento dal resto del mondo. Oltre a questo, il movimento in Albania ha una serie di particolarità. Come sempre, la coscienza delle masse è formata non solo dalla presente congiuntura economica e sociale, ma da tutta la storia, le tradizioni e la cultura del suo passato. Questi fattori pesano più fortemente sugli albanesi che sulla maggior parte degli altri popoli per una combinazione unica di circostanze. Mentre infuriava la guerra nella ex Iugoslavia, gli occhi del mondo erano distratti rispetto a quello che sembrava un angolo oscuro. Ma la prima lezione degli eventi albanesi è che non esiste più un solo regime stabile, nei Balcani e altrove. Quello che sta succedendo in Albania mostra i processi futuri di molti altri Paesi come in uno specchio. In particolare, gli effetti nel resto dei Balcani saranno incalcolabili. Si è girata una nuova ed esplosiva pagina nella storia mondiale.

 


Chi sono gli albanesi?

 


Il popolo albanese ha una storia singolare. Né greci né slavi, costituiscono un importante minoranza etnica e linguistica nei Balcani. L’Albania costituisce un ramo separato del gruppo linguistico indoeuropeo, parlato da circa cinque milioni di persone in Albania, nella ex Iugoslavia, Grecia e altrove. In pratica essi sono i discendenti degli antichi Illiri, una delle molte popolazioni non greche che abitavano i Balcani a nord della Grecia molto tempo prima di qualsiasi cronaca storica. Ma mentre altri popoli antichi, come i Traci e i Macedoni, sparirono come risultato di ripetute invasioni barbariche dopo la caduta dell’impero romano, gli albanesi vennero salvati dalla fortezza costituita dalle montagne, dal loro spirito guerriero, dalla loro povertà, tutte queste cose fecero da deterrente per un eventuale invasore. Una combinazione molto simile di circostanze spiega la sopravvivenza di un altro popolo antico che costituisce una minoranza linguistica unica, i Baschi. Ci sono due distinti dialetti, uno parlato nel nord (Tosk) e uno nel sud (Gheg). Le differenze tra nord e sud (dove c’è una forte minoranza greca) sono divenute di nuovo rilevanti con il tentativo di Berisha (originario del nord) di mettere le due regioni una contro l’altra.

 


Un Paese perfetto per la guerriglia, la maggior parte del territorio è montagnoso e boscoso. Sebbene l’Albania fosse nominalmente parte dell’impero bizantino e più tardi ottomano (turco), le sue tribù montanare sono sempre rimaste fieramente indipendenti e il potere centrale non fu mai reale. È impossibile capire la storia senza afferrare il fatto che per la maggior parte del tempo gli albanesi sono stati una piccola nazione che ha lottato per mantenere la propria identità nazionale. Sotto l’impero ottomano dal 1467 al 1912, le relazioni degli albanesi con i dominatori turchi erano ben diverse da quelle di altre popolazioni dei Balcani. Questo fatto è spiegato dalla paura atavica di essere assorbiti da greci e serbi.

 


Come risultato di questo essi hanno goduto di una posizione relativamente privilegiata, con una certa autonomia negata ai loro vicini greci e slavi. Molti si convertirono all’Islam. La guardia del corpo del sultano di Costantinopoli era composta da guerrieri albanesi. La spiegazione è che la protezione turca evitava che essi fossero schiacciati dai vicini più potenti. Questo è un tema ricorrente nella politica estera albanese, la ricerca di un potente protettore straniero che possa evitare la dominazione dell’Albania a opera di Grecia e Serbia. Tuttavia, questa "protezione" inevitabilmente ha voluto dire che l’Albania era costantemente alla mercé di una grande potenza o di un’altra. La sua cosiddetta indipendenza non valeva la carta su cui era scritta.

 


L’Albania è stata l’ultima nazione dei Balcani a conquistare la propria indipendenza dall’impero ottomano e a stabilirsi come stato indipendente, nel 1912, come risultato della seconda guerra balcanica. Tuttavia, la borghesia vittoriosa di Grecia e Serbia si prese un vasto pezzo del territorio albanese, seminando le basi per nuovi conflitti che non sono ancora stati superati. La moderna Albania nacque il 29 luglio del 1913, quando le ex province albanesi dell’impero turco si costituirono come principati neutrali autonomi sotto un re straniero imposto dalle potenze europee, il principe Guglielmo di Wied. La conferenza di Londra decise anche i confini albanesi. Il risultato fu solo un mezzo Stato, perché quasi metà della popolazione e dei territori vennero lasciati oltre le frontiere, in Kosovo, nell’attuale Macedonia, e nel nord della Grecia. La storia seguente non è mai stata tranquilla. Dopo la prima guerra mondiale, lo Stato albanese durò solo quindici anni di continui tumulti, fino all’invasione fascista del 1939.

 


Durante la prima guerra mondiale l’Albania fu occupata da sette differenti eserciti e a fatica evitò una spartizione. La richiesta dell’Italia di un protettorato su Valona e sull’Albania centrale (in accordo con il trattato segreto di Londra, del 1915) fu respinta alla conferenza di pace, le truppe di occupazione italiane vennero ritirate e nel dicembre del 1920 l’Albania divenne un membro della Società delle Nazioni, questa "cucina di ladri" come la definì Lenin. Proprio come l’Onu oggi, la Società parlava molto di pace e missioni umanitarie, ma in pratica era dominata dalle principali potenze imperialiste che la usavano come paravento dei propri interessi. L’adesione alla Società non salvò l’Albania o nessuna altra piccola nazione la cui autodeterminazione avrebbe dovuto difendere. Queste organizzazioni al massimo sono capaci di risolvere dispute secondarie tra gli imperialisti, ma mai problemi in cui sono in gioco interessi fondamentali.

 


Le frontiere albanesi vennero delineate definitivamente alla conferenza degli ambasciatori il 9 novembre del 1921, dopo un tira e molla tra Italia e Iugoslavia e una lunga disputa con la Grecia. Perciò due considerazioni dominavano la politica albanese: la necessità di ottenere fondi esteri per lo sviluppo economico e amministrativo e la difesa dell’indipendenza. Questi due scopi si escludevano reciprocamente. Dal 1926 al 1939 il paese fu virtualmente una colonia italiana. Questo data la sua posizione chiave nel mare Adriatico. Ma se non perse la sua indipendenza prima del ‘39, questo fu dovuto all’importanza attribuita a questa da Iugoslavia e Grecia e altre potenze non balcaniche. Come per tutte le altre piccole nazioni dei Balcani, l’autodeterminazione non c’entrava nulla. La debole borghesia albanese era incapace di risolvere anche uno solo dei compiti democratici. Un cosiddetto governo democratico gestì il Paese sotto il consiglio dei reggenti nel 1920-24; fu proclamata una repubblica nel 1925 dopo una rivolta guidata dall’esiliato Ahmed Bey Zogu, che era la più importante personalità politica albanese dopo la prima guerra mondiale e che divenne il primo presidente. Il primo settembre 1928 fu proclamato Zog I, re degli albanesi, con voto unanime dell’assemblea costituente. Avrebbe dovuto essere una monarchia costituzionale e uno Stato indipendente. Non era nessuno dei due. Il governo era nelle mani del re Zog e della sua cricca ristretta (i Bektashi Beys). Il Paese era dominato dalle potenze imperialiste, principalmente l’Italia, ma in parte anche la Gran Bretagna, che aveva interessi in Grecia e a Cipro legati alla difesa della rotta verso l’India attraverso il canale di Suez. Tra il 1925 e il 1928 fu istituito il servizio militare e ufficiali italiani si occuparono dell’addestramento dell’esercito; la polizia fu riorganizzata sotto ufficiali inglesi, e la popolazione venne disarmata. Il re Zog dipendeva fortemente dall’Italia per prestiti e finanziamenti. La banca centrale albanese era nelle mani dei capitalisti italiani.

 


Nonostante il re avesse dichiarato che i suoi fini erano "le strade, lo sviluppo agricolo, l’istruzione del tipo giusto", in pratica, il Paese rimaneva estremamente arretrato, con buona parte della popolazione analfabeta. Dal 1925 in avanti l’Italia rafforzò il proprio dominio sul Paese. Nel 1926, Zog, di fronte a una forte rivolta, si rivolse a Mussolini per avere un aiuto che questo diede prontamente, a un certo costo. Il trattato di Tirana, nel novembre del ‘26, marcava un’umiliante dipendenza dall’Italia, che in una appendice allegata acquisiva il diritto di intervenire nelle relazioni estere ed interne dell’Albania, "ogni volta che ne fosse richiesta". Questo, in aggiunta al cosiddetto trattato di alleanza difensiva preparava la strada all’invasione italiana del 7 aprile 1939, uno degli eventi che condusse alla seconda guerra mondiale.

 


Durante l’occupazione, i partigiani albanesi combatterono eroicamente nell’esercito di Tito. Ma dopo la sconfitta del nazismo, Stalin accettò che Tito incorporasse l’Albania nella Iugoslavia. In uno Stato operaio sano, questo sarebbe stato possibile, come parte di una federazione socialista dei Balcani. Questo presuppone un’unione volontaria delle popolazioni, che beneficerebbe tutti. Mettendo insieme le proprie risorse in un piano comune di produzione sotto il controllo democratico e la gestione operaia, ogni nazione o minoranza nazionale vedrebbe garantito il pieno diritto all’autonomia di gestire i propri interessi, con piena eguaglianza linguistica e culturale, sulla base di relazioni veramente fraterne. Ma sotto lo stalinismo ogni burocrazia nazionale stava manovrando per accrescere i propri interessi a spesa delle altre. In queste circostanze, l’unione con la Iugoslavia avrebbe significato la sottomissione dell’Albania alla casta burocratica che governava a Belgrado.

 


Per fortuna dei dirigenti stalinisti albanesi, la rottura tra Tito e Stalin arrivò giusto in tempo. Enver Hoxha subito appoggiò Mosca contro Belgrado e ruppe i legami con la Iugoslavia. Nel caso dell’Albania, la teoria del socialismo in un paese solo assumeva una forma estrema, perché la casta dominante a Tirana era ossessionata dall’idea di isolare il paese da Serbia e Grecia. Ma l’idea di un piccolo paese con solo tre milioni di abitanti che costruisce la propria industria in isolamento era ancora più folle che altrove. Solo l’aiuto russo (e dopo quello cinese) li tenne a galla per un po’. I porti molto profondi dell’Albania vennero usati come basi navali russe finché non si giunse alla rottura con Mosca. La vera causa di tale dissidio stava, naturalmente nel disgelo nelle relazioni sovietico-iugoslave dopo la morte di Stalin. L’Albania presto ruppe con la Russia e divenne un satellite della Cina che aveva il vantaggio di essere più lontana e fortemente ostile al "revisionismo iugoslavo". Mentre la burocrazia cinese non era solitamente in condizioni di competere con Mosca negli aiuti per ottenere alleati esteri, l’Albania era un paese abbastanza piccolo e povero perché i pur pochi aiuti avessero effetti per molto tempo. Ma quando la Cina cominciò a fare aperture alla Iugoslavia nel 1978, Tirana fu costretta a rompere con Pechino e ritirarsi in un completo isolamento, con conseguenze disastrose. Ne seguirono la rovina economica e l’impoverimento generale.

 


Bancarotta del capitalismo

 


Nel 1990 il regime stalinista crollò come un castello di carte. Condizioni di miseria generalizzata produssero la disperazione. Nel giugno del ‘90 migliaia di albanesi si recarono alle ambasciate estere per chiedere asilo politico. Dopo di che il parlamento approvò il decreto che permetteva agli albanesi di viaggiare all’estero. Come conseguenza, oltre 20.000 albanesi lasciarono il paese con mezzi di fortuna verso l’Italia. Altri 50.000 attraversarono i confini verso sud, entrando illegalmente in Grecia. Nel 1991 gli ex stalinisti vinsero le prime elezioni, cambiando nome solo quattro mesi dopo in Partito Socialista. Il Partito Democratico guidato da Sali Berisha vinse le elezioni successive nel marzo del ‘92. Il mese successivo il parlamento lo elesse presidente. Inaugurò il suo governo con, tra le altre azioni, un piano per la totale privatizzazione dell’economia, sostenuto da aiuti esteri. L’Unione Europea, particolarmente Germania e Italia (entrambi con un occhio alla conquista dei Balcani) elargirono 500 milioni di dollari in prestiti, ma nonostante una rapida crescita economica da allora, l’economia albanese rimase impoverita.

 


Gli aiuti dell’Ue finirono nelle tasche di speculatori, banditi e naturalmente del Partito Democratico al governo, mentre le infrastrutture in condizioni disastrose e l’industria vennero private degli investimenti. Ricchezza per pochi, impoverimento per i più, questo era il quadro in Albania, come negli altri Stati ex stalinisti. Le strade albanesi erano piene di auto occidentali usate e in molte case compariva la parabola satellitare. Nonostante grandiosi piani per lo sviluppo delle infrastrutture del Paese, esso è decaduto rapidamente, mentre la ricchezza è stata concentrata in poche mani disoneste.

 


I governi occidentali appoggiavano Berisha perché, pur essendo un ex stalinista, era un fervente convertito al "libero mercato". Ancora l’11 marzo il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui elogiava Berisha che ha scandalizzato anche giornalisti occidentali navigati con il suo miscuglio di bugie e ignoranza: "Martedì, il Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale che lasciava a bocca aperta per la sua totale ignoranza e invettiva ideologica. Asseriva che "non c’erano proteste credibili in materia di brogli elettorali" sulle ultime elezioni di maggio, anche se il rapporto dell’Osce ne parlava chiaramente. E descriveva il signor Berisha come un medico, ‘non un apparatchik comunista’, anche se è stato un segretario del vecchio partito del lavoro [il partito stalinista] per oltre venti anni ed era il cardiologo della ristretta cricca gelosamente conservato di Enver Hoxha." (The Independent, 14/3/97)

 


Solo un mese fa, due esperti politici rappresentanti dei conservatori europei, Alois Mock dell’unione democratica europea e Klaus Welle dei cristiani democratici europei, si sono recati alla convention preelettorale del Partito Democratico e hanno lodato Berisha per il mantenimento della pace nel sud dei Balcani. Pochi giorni dopo, Pierre Lelouche, un consigliere del presidente francese Jacques Chirac, lo ha definito la grande speranza per "la democrazia, la libertà e la prosperità". Il presidente dell’assemblea del consiglio d’Europa, Leni Fischer, è arrivato al punto da lodare una legge contestatissima che bandiva gli ex collaboratori dei servizi segreti del periodo comunista da avere incarichi pubblici. La legge è stata ampiamente criticata perché fornisce al Partito Democratico il potere di cacciare i suoi oppositori senza fare nemmeno un processo.

 


La borghesia internazionale che ora si straccia le vesti per i crimini di Berisha, lo ha sostenuto fino in fondo. I politici borghesi di tutti i governi europei, per non parlare degli Usa, facevano la coda per complimentarsi con questo grande democratico. Sembra anche che non siano andati via a mani vuote. È venuto fuori che alcune figure di primo piano del partito conservatore britannico, sostenitori entusiasti di Berisha, sono stati ricompensati con regali suntuosi, alcuni di essi saccheggiati dai musei albanesi dal "loro uomo di Tirana". Ancora l’8 marzo, quando il regime di Berisha era sull’orlo dell’abisso, The Economist, incredibilmente, continuava a sostenere una cosa simile:

 


"Da quando Berisha e il suo Partito Democratico di destra hanno preso il potere nel 1992, dopo mezzo secolo della più terribile dittatura dell’Europa orientale, i progressi sono stati veloci anche se inevitabilmente a macchia d’olio. L’isolamento dell’Albania venne eliminato. La terra è stata privatizzata, i dinosauri di Stato svenduti o distrutti, al piccolo commercio è stato permesso di svilupparsi, la politica e la religione rese libere. Dopo un crollo verticale, la crescita, sebbene di pari passo con la criminalità, è stata la più rapida di tutti i Paesi ex comunisti. Sul fronte estero, Berisha ha fatto responsabilmente capire che nonostante le forti e agitate minoranze etniche albanesi in Serbia e Macedonia, l’Albania si sarebbe tenuta fuori dalla polveriera dei Balcani. Gli americani, in particolar modo, hanno sostenuto, l’Albania, e Berisha, come bastione di stabilità"

 


Solo qualche settimana prima della rivolta al sud, in un popolare programma televisivo italiano si cercava di dipingere un quadro dell’Albania simile a una tigre asiatica! In questo modo i commentatori borghesi imbrogliavano se stessi e tutti gli altri sulla prospettiva rosea per le "economie di nuovo sviluppo", e non solo l’Albania. Ma la realtà era molto diversa dalla visione di salute economica dipinta da The Economist. la vera situazione veniva descritta da un giornalista italiano come segue:

 


"Una non-economia costituita da un’agricoltura arretratissima, un settore industriale inesistente e un terziario mai decollato. Nel 1991 il 66% della popolazione viveva nelle campagne, pur con un’agricoltura molto arretrata. Tra il 1991 e il ‘93, gli anni immediatamente seguenti la caduta del regime, vi è stata una profonda recessione che ha fatto scivolare la popolazione ben al di sotto della soglia di sussistenza...

 

 


"Nel triennio successivo (1993-95) la crescita è stata vigorosa, vicina al 10% annuo; ma occorre specificare che queste cifre vanno interpretate con grande cautela. Non esiste infatti un sistema di rilevazioni, né un apparato di contabilità nazionale capace di definire la struttura dell’economia…

 


"Sono state le rimesse degli emigranti - circa 500mila gli albanesi all’estero - e gli aiuti internazionali a dare un certo abbrivio all’economia che però è sempre parsa drogata." (Il Sole-24 Ore, 5.3.97).

 


L’Albania è probabilmente il paese più povero e meno sviluppato d’Europa. Il 55% della popolazione lavora nel settore agricolo. Paragoniamo questo con la Grecia (uno dei paesi più arretrati dei paesi capitalisti d’Europa) in cui il dato è del 20%. Questa cifra non riflette la situazione prima del crollo dello stalinismo perché molti lavoratori sono stati costretti a tornare in campagna per sopravvivere. La maggior parte della popolazione dunque consiste di contadini poveri, o più precisamente, da proletari agricoli. Il proletariato industriale è stato decimato, sebbene i settori estrattivi rimangano importanti (petrolio e cromo) e c’è un gran numero di piccoli negozi comparsi nell’ultimo periodo, dove si lavora moltissimo per una miseria. L’utilizzo della capacità produttiva è crollato al 10%. Questo significa che interi settori della vecchia industria o sono fermi o sono stati chiusi. Il reddito pro capite annuale è di 360 dollari. Ci sono 400.000 disoccupati in una popolazione di 3,4 milioni. Tuttavia, come dichiara Il Sole 24 Ore, è difficile avere cifre affidabili sull’economia albanese. Apparentemente ci sono 500 nuove aziende aperte da imprenditori italiani che impiegano circa 50.000 lavoratori. Così vediamo un crollo generale dell’economia, mentre allo stesso tempo una minoranza si arricchisce, sulla base dei bassi salari.

 


C’è stato un limitato afflusso di investimenti esteri, che si avvantaggiavano dei salari pietosamente bassi. Italia, Germania e Grecia sono le principali fonte di investimenti in quell’ordine. Il capitale tedesco si è preso le industrie chiave del cromo ed è parzialmente coinvolto nelle infrastrutture. Il capitale italiano e greco si trova in parte nelle piccole fabbriche (tessile ecc.), in parte nel settore delle costruzioni. La maggior parte dell’industria statale che esisteva prima è stata distrutta. La disoccupazione che ne è risultata non può essere assorbita dalle imprese private. Così, anche se qualcuno ha fatto un sacco di soldi, la maggior parte è stata costretta ad arrangiarsi come può. Il risultato è stato che una parte della popolazione è stata costretta per sopravvivere ad affidarsi all’economia illegale che è fiorita intorno al traffico di droga, al contrabbando (specialmente il commercio di petrolio con la Serbia, contravvenendo all’embargo, durante la guerra in Bosnia) e così via.

 


Anche dove c’è stata una certa crescita, essa è stata a spese della classe operaia. L’atteggiamento dei capitalisti stranieri verso l’Albania è di superiorità nazionale, si potrebbe dire quasi razzista. Abbiamo un esempio interessante di rapporti tra questi capitalisti gangster italiani e la popolazione locale. Una delle industrie che sono state esportate dall’Italia all’Albania e quella calzaturiera e tessile, dove predominano le donne nella forza-lavoro. In Albania migliaia di donne sono impiegate in questo settore, dove lavorando sei giorni alla settimana prendono circa 1200.000 lire nette. Nel complesso i costi di produzione per i capitalisti italiani che investono in Albania sono la metà che in Italia. La Stampa riportava ancora in ottobre (2/10/96) le condizioni in cui lavorano. L’articolo parlava di un capitalista, della Albaco Shoes, che diceva:

 


"Sa cos’è stato impararle a star sedute sette ore? (...) Ma adesso ti rendono già l’80% delle italiane, a 120mila lire nette al mese." Lo stesso "imprenditore" ha aggiunto: "Mi sento ringiovanito di vent’anni. Sono un maestro per queste ragazze che quando arrivai avevano i peli lunghi così sulle gambe e adesso si passano tutte, dico tutte, sulle labbra un rossetto da mille lire come segno di libertà... Quando hai assaggiato la donna albanese non torni più indietro." Un altro capitalista, un certo Cortellino, dell’impresa Cofra di Barletta, ha detto "Parliamoci chiaro, quelle ti saltano addosso anche perché il maschio albanese che mangia pane e cipolla non dà la stessa soddisfazione dell’europeo ben nutrito. Ma sono brutte, sporche. Allora so di un collega che tra 300 ne ha presa una. L’ha sgrassata, lisciata, vestita e se la porta appresso." Pochi giorni dopo queste interviste sono state pubblicate questi stessi lavoratori hanno organizzato uno sciopero di 48 ore. La produzione è stata bloccata e questi padroni italiani improvvisamente si sentivano meno sicuri. Sentivano l’ostilità della popolazione locale. Per questo alcuni dipendenti italiani della fabbrica chiedevano di essere trasferiti.

 


Questo semplice incidente mostra che il processo si stava già sviluppando. Rivela il vero atteggiamento dei lavoratori albanesi verso i padroni italiani. Se vi aggiungiamo la povertà diffusa e alla fine la perdita dei risparmi subita da un largo strato delle famiglie, possiamo capire le ragioni dell’esplosione.

 


Un governo di criminali

 


La gente ha avuto una lezione molto amara di come funziona il capitalismo. Anche prima, l’Albania era un paese molto povero. Ma i problemi di prima sono niente in confronto al disastro economico conseguente al tentativo di restaurare il capitalismo. In cinque anni, la maggior parte dell’industria è stata distrutta. Ci sono 400.000 disoccupati secondo le stime ufficiali, ma in realtà la situazione è molto peggiore. L’impoverimento è totale. Ancora una volta vediamo la nauseante ipocrisia dei media occidentali, che cercano di presentare gli albanesi come criminali, spacciatori, contrabbandieri ecc. Quello che non spiegano è come la nascente classe capitalista in Albania, con l’appoggio entusiasta dei governi occidentali e dell’Fmi, abbia distrutto la base industriale del Paese, riducendo moltissima gente a elemosinare. In queste condizioni, non sorprende che la gente cerchi di sopravvivere come può. La disperazione delle masse si vede nell’esodo di massa dei profughi dopo il 1990, quando decine di migliaia di poveri hanno rischiato la propria vita a bordo di piccole barche oppure valicando pericolose montagne per cercare un lavoro, da mangiare per le proprie famiglie. Nella misura in cui esiste tale abominio, ne sono totalmente responsabili i capitalisti mafiosi albanesi ed i loro sostenitori europei e americani.

 


Lo slogan elettorale di Berisha, "con me vinciamo tutti" è stato trasformato nella coscienza popolare in "con me veniamo fregati tutti". La rabbia della popolazione è rivolta verso la nuova classe di miliardari e il governo di ladri. L’espressione più lampante della situazione era il dominio dell’economia da parte delle cosiddette "piramidi". In un atto di disperazione molte famiglie alla fame hanno investito i loro miseri risparmi in quello che si è rivelata una frode mostruosa. È chiaro che il governo e il partito di Berisha erano profondamente coinvolti in questa truffa. Perché così tante persone hanno investito in queste strutture? Molte famiglie albanesi dipendono dai soldi che ricevono dai propri familiari che lavorano all’estero. Lavorando, solitamente in condizioni terribili e a ritmi massacranti in Grecia e in Italia, gli albanesi ritagliano qualche soldo dai propri salari da spedire alle proprie famiglie. Perciò, la promessa di tassi d’interesse sui risparmi, garantiti, molto alti era irresistibile per molte famiglie. Questo è in realtà un sintomo di disperazione, come molte persone povere in Gran Bretagna o altrove spendono molti soldi sul Totocalcio, sulle scommesse e sulle lotterie. Negli Usa, nel periodo della depressione, esistevano simili piramidi e attiravano soldi dai piccoli risparmiatori che vennero imbrogliati nello stesso modo.

 


La scintilla che ha provocato l’incendio è stata la bancarotta delle finanziarie che promettevano tassi d’interesse fino al 100 per cento al mese a chi investiva. Nel dicembre del 1996 le piramidi cominciavano a crollare. Tutti i proprietari di queste finanziarie tranne Alimucaj sono attualmente in prigione. Decine di migliaia di albanesi avevano venduto tutti i propri beni, incluse le case, per mettere i propri risparmi nei conti di questi truffatori. Hanno perso tutto. Le persone responsabili di questa frode appartengono tutte alla cricca attorno al presidente Berisha. Dopo un mese di proteste e manifestazioni di massa nelle principali città albanesi, scavalcando i partiti d’opposizione, che hanno portato a molti morti a causa della polizia, la popolazione alla fine ha perso la pazienza.

 


Guarda caso il Fmi, che si è sempre mostrato un critico spietato dei governi che seguono politica di "irresponsabilità finanziaria" (di solito quando usano le risorse per lo stato sociale) ha avuto un attacco improvviso di miopia sugli scandali finanziari in Albania. La citazione seguente è di un articolo della stampa albanese intitolato "Il Fmi un complice nell’usura":

 


"È stato solo nel settembre dello scorso anno, quando le piramidi albanesi hanno inghiottito tutti i risparmi albanesi, che ammontavano a 1200 milioni di dollari, che il direttore generale del Fmi Michel Camdessus scrisse al presidente Berisha per avvertirlo delle catastrofiche conseguenze che erano allora divenute inevitabili. Le piramidi hanno assorbito almeno tre quarti dei fondi del Paese, annullando ogni possibilità per investimenti seri. Il Fmi sperava che il paese a cui aveva fatto così tanta pubblicità avrebbe controllato la situazione, ma forse non prevedeva che Berisha avesse legato le sue fortune politiche a quella degli usurai. Ad ogni costo, il Fmi preferì non dichiararsi in pubblico, per rispetto dello zelo che Berisha e Meksi, scolari modelli del Fmi, avevano dimostrato." (Tirana Koha Jone 29/1/97)

 


La complicità di questi rispettabili gentiluomini ben vestiti dell’Fmi sembra essere andata oltre. Un commentatore tedesco, F. Münzel, nota che il Fmi, nella sua smania di sostenere Berisha e sostenere il "libero mercato" in Albania, ha di fatto bloccato la legislazione che avrebbe fermato lo scandalo delle piramidi:

 


"Il successo delle piramidi albanesi", scrive, "è di solito criticato sulla base della stupidità e/o corruzione o totale pazzia degli albanesi in generale e del loro governo in particolare. In altre parole, questa gente deve dare la colpa a se stessa e basta. Davvero? Nel 1992, il parlamento albanese ha approvato una legge bancaria, preparata probabilmente da una squadra di esperti dell’Fmi presso la banca centrale albanese, la Banka e Shqipërisë (BS). Con questa legge, la BS vigilava sulle banche commerciali (‘banche’ che includevano tutte le imprese del settore, senza distinguere se si definivano o meno banche oppure altro, ad esempio le ‘fondazioni’). L’articolo 28 della legge dichiarava che la BS poteva imporre certi tassi alle banche commerciali in base alle loro ‘circostanze’, come i loro tassi di interesse o altri tassi, ed in particolare la BS poteva chiedere alle banche di stabilire un fondo-riserva presso la BS per garantire che la banca potesse soddisfare i propri creditori. Detto chiaramente, quando una banca pagava tassi d’interesse pericolosamente alti, la BS, come autorità di vigilanza delle banche commerciali, doveva chiedere alla banca di versare fondi come salvaguardia dei depositanti. Alla fine del 1994, un disegno di legge sulla bancarotta venne discusso in parlamento. Esso includeva un articolo speciale sulle banche (anche qui intendendo tutte le imprese del settore, senza considerazioni sulla loro denominazione) che stabiliva che le banche avrebbero dovuto creare un fondo di tutela dei depositi controllato dalla BS. Il team dell’Fmi presso la BS chiese di eliminare questo articolo perché era "in quel momento incoerente con i consigli degli esperti dell’Fmi". (Non vennero fornite altre spiegazioni). Inoltre, gli esperti dell’Fmi consigliarono che la normale procedura di bancarotta non si dovessero applicare alle banche perché avrebbe significato che i creditori di una banca insolvente potevano chiedere alla banca di cessare le proprie operazioni. Questo non era consigliabile, dichiarò un esperto dell’Fmi, perché ‘in Albania, che ha così poche banche, questo forse è un problema solo per le autorità di vigilanza bancaria’, ovvero la BS.

 


"L’esperto estero che aveva scritto la bozza della legge sull’insolvenza protestò. La protezione dei depositanti dovrebbe essere il centro di un sistema bancario in Albania, diceva, e avvertì nel giugno del 1995 che l’insufficiente protezione dei depositanti poteva finire in manifestazioni dei ‘piccoli creditori’ davanti alle banche chiuse, con bandiere rosse e manifesti che accusavano i funzionari della banca nazionale di cospirazione con il capitale occidentale o la mafia, per sfruttare e distruggere il popolo’.

 


"I consiglieri dell’Fmi non hanno ascoltato. Su loro consiglio, il fondo tutela depositi e l’applicazione completa della legge sull’insolvenza alle banche vennero cancellati. La vigilanza da parte della BS rimaneva l’unica salvaguardia dei depositanti contro le banche disoneste. E presto qualcosa venne fatto anche per questo.

 


"Nel febbraio del 1996, il parlamento albanese approvò una nuova legge bancaria. Era scritta in un albanese talmente brutto che i poveri deputati potevano a fatica comprenderla; questa poteva essere la ragione per cui venne votata, certamente impressionavano molto i suoi tecnicismi arcani. Era evidentemente una traduzione parola per parola da un originale inglese, così che si poteva senz’altro presumere che questo, ancora una volta, era il lavoro di qualche esperto dell’Fmi a cui tutti alla BS credevano ciecamente in quel periodo, proprio come tutti credevano in quelle piramidi. Con questa nuova legge la BS rimaneva il controllore delle banche commerciali (e ‘fondazioni’ ecc.) ma le vecchie regole sulle riserve che la BS avrebbe dovuto imporre alle banche che offrivano prestiti a interessi pericolosamente alti venne eliminata.

 


"In breve: la squadra dell’Fmi presso la banca centrale albanese ostacolò la legislazione in corso di approvazione sulla salvaguardia dei depositanti. Inoltre consigliò di abolire la legislazione esistente sullo stesso argomento, nel febbraio del 1996, quando la minaccia rappresentata dalle banche fraudolenti avrebbe dovuto essere evidente a chiunque avesse un minimo di esperienza in materia bancaria di qualsiasi paese, per non dire dell’est europeo. Sembra anche evidente che la squadra dell’Fmi presso la BS non ha usato la sua influenza per costringere la banca centrale a portare avanti i propri compiti di vigilanza e fermare in tempo le piramidi, forse perché questi esperti credevano che l’Albania avesse bisogno di tutte le banche che poteva ottenere, oneste o fraudolenti. Solo nell’autunno del 1996, quando le piramidi operavano da 2-3 anni, l’Fmi chiese al presidente Berisha di agire. In quel momento era troppo tardi, e ogni soluzione morbida era impossibile.

 


"Se gli albanesi inesperti erano dei matti a credere nelle piramidi, come possiamo definire lo stato mentale di questi esperti dell’Fmi? Chi si deve prendere la colpa per il danno e chi deve pagare?"

 


Gli investitori rovinati non dubitavano di dove stava la colpa per la propria tragedia personale e chi dovesse pagare. Disperata, le gente scese in piazza. Ma invece di ottenere una risposta di comprensione da parte dei propri rappresentanti eletti, ottennero una risposta che di solito si associa con Maria Antonietta ("se non hanno pane che mangino brioches"). Berisha informò l’Fmi che il denaro albanese è "il più pulito del mondo" e che i tassi d’interesse offerti dalle piramidi era garantito (c’era chi offriva il 170%). Ancora meglio, dopo che venne annunciata la prima bancarotta, il ministro delle finanze Riouan Bode disse che: "Questo è il capitalismo; le imprese possono fallire". Quando gli fu chiesto se avrebbe preso qualche misura, rispose che, dato che le piramidi erano "istituzioni di carità", non aveva controllo su di esse.

 


Queste "istituzioni di carità" hanno rubato agli albanesi almeno 2 miliardi di dollari e nel contempo hanno arricchito favolosamente qualcuno. Non solo il presidente e il suo partito non riuscirono a controllare queste piramidi, in cui decine di migliaia di persone (oltre il 33% della popolazione, secondo alcune stime) hanno perso tutti i propri risparmi. Il governo è accusato non solo di negligenza rispetto a queste piramidi, ma anche di averci guadagnato. Una delle maggiori finanziarie, la Vefa, diretta da Vebia Alimucaj, contribuì finanziariamente alla campagna elettorale del 1996 del Partito Democratico. Alimucaj, uno degli uomini più ricchi dell’Albania, è anche uno dei rappresentanti albanesi alla Nato, a Bruxelles.

 


Cronaca di una rivoluzione

 


Il movimento non è esploso tutto in un colpo. Un attento esame degli avvenimenti dei mesi scorsi rivela un processo in cui il movimento di massa, da un inizio modesto, gradualmente ha acquisito un forte e irresistibile impeto. Ricordiamo brevemente tali eventi: Berisha, eletto senza contrasti dal parlamento per un secondo incarico di cinque anni, giurò che avrebbe bloccato la violenza e accusò gli ex comunisti e agenti segreti stranieri di complottare per farlo fuori. Il parlamento dichiarò lo stato d’emergenza.

 


Il 19 gennaio, circa 3.000 persone, guidate da politici dell’opposizione, hanno rotto i cordoni della polizia per manifestare nella piazza principale di Tirana, piazza Skanderberg. Alcuni giorni dopo, circa 5.000 persone hanno inscenato una manifestazione violenta nel sud, nella città di Lushnje, attaccando il ministro degli esteri Tritan Shehu. La protesta di massa si è allargata alla velocità della luce. Migliaia di persone si sono dirette al centro di Tirana e si sono scontrate con la polizia antisommossa. I palazzi del governo e del Partito Democratico vennero incendiati in villaggi e città in tutto il paese. Il parlamento fece ricorso all’esercito per sorvegliare i palazzi del governo.

 


Il 30 gennaio dieci partiti dell’opposizione di tutte le parti formarono il forum per la democrazia, promettendo di organizzare manifestazioni in tutto il paese. Ma le loro rivendicazioni erano molto limitate, non avendo nessun collegamento con il vero ambiente nella società. Chiesero gentilmente a Berisha di far dimettere il suo governo e di formare un governo tecnico per risolvere la crisi. Ma a quel momento, un nuovo ambiente aveva preso il movimento di massa. Lenin diceva che per le masse un’oncia di pratica vale una tonnellata di teoria. Una volta che le masse entrano in azione, la coscienza subisce rapidi mutamenti e le finte parlamentari dei dirigenti dell’opposizione sembrano già una pantomima che si svolge in un altro pianeta.

 


Il movimento, come è naturale, cominciò a Tirana. Ma acquisì la sua espressione più radicale nella città di Valona nel sud, dove il 5 febbraio una folla di 3.000 investitori arrabbiati marciò sul porto chiedendo la restituzione dei propri soldi e scontrandosi con la polizia. Il giorno dopo il loro numero si moltiplicò, oltre 30.000 erano per le strade, assediando la caserma di polizia. Quando le proteste a Valona arrivarono al quarto giorno, la polizia a Tirana utilizzò manganelli per impedire all’opposizione di tenere comizi. Ma la vera direzione del movimento non era più nelle mani dell’opposizione.

 


Gli avvenimenti a Valona superarono presto tutte le previsioni. Il nove, i manifestanti infuriati attaccarono la caserma di polizia. Una persona fu uccisa e 40 vennero ferite durante gli scontri. Il primo scontro sanguinoso con la polizia ebbe un effetto elettrizzante. Una volta che la popolazione perde il suo timore ed è preparata ad affrontare la morte nella battaglia per quella che considera una giusta causa, allora i colpi e i proiettili della polizia hanno un effetto contrario di quello atteso. È quello che Marx intendeva quando diceva che la rivoluzione ha bisogno della frusta della controrivoluzione. Nei giorni seguenti le proteste a Valona raggiunsero uno stadio febbrile. Violenti scontri uno dopo l’altro tra polizia e migliaia di manifestanti arrabbiati fece due morti di infarto e cento feriti.

 


L’11 febbraio 30.000 persone parteciparono al funerale di un manifestante antigovernativo a Valona, urlando contro la polizia la loro sfida ed indignazione, la quale discretamente evitò di farsi vedere. Il giorno dopo un poliziotto venne ucciso a Valona da una persona non identificata. l’idea della vendetta era nell’aria, vendetta contro la polizia, contro il governo, vendetta per gli anni di sofferenze, oppressione, bugie e umiliazione. Ma questa non è la meschina vendetta del terrorismo individuale, ma qualcosa di infinitamente più grande, più potente, di fatto invincibile. Una volta che un intero popolo si solleva e dice no con una sola voce, è invincibile.

 


Sollevazione popolare

 


All’inizio della grande rivoluzione francese del 1789, ci fu un famoso episodio in cui il re Luigi XVI chiese ai suoi attendenti se era in corso una sommossa e gli fu data la famosa risposta: "No sire. È una rivoluzione". Anche se i media cercavano di presentare gli avvenimenti in Albania come semplicemente le azioni di una marmaglia disorganizzata, un movimento di terroristi e criminali guidati da mafiosi e spacciatori, le immagini televisive ci dicono un’altra cosa. Quello che abbiamo davanti è una rivoluzione.

 


Un resoconto dopo l’altro rivela la partecipazione delle masse, un movimento eroico e spontaneo dal basso, con un’onda impressionante che coinvolge lavoratori e contadini, uomini e donne, giovani e vecchi. In una città dopo l’altra, in un villaggio dopo l’altro, praticamente tutta la popolazione è stata coinvolta nell’azione. E che azione! Senza un’organizzazione, senza veri piani di azione, senza direzione, con le sole mani, le masse hanno sfidato la forza dello Stato. In queste circostanze quello che colpisce non sono gli elementi di caos (tali elementi sono presenti in ogni rivoluzione e sono inevitabili, una che chiunque non sia un formalista perso o un pedante capirebbe) bensì l’istinto infallibile delle masse, il loro grandioso potere di creatività e di inventiva.

 


Dall’epicentro di Valona, il movimenti si diffuse rapidamente alle altre città e villaggi del sud. In tutte le principali piazze e mercati le notizie dei combattimenti di Valona si diffondevano. Il 14 febbraio 5.000 manifestanti si scontrarono con la polizia nella città del sud di Fier, mentre a Valona continuavano le proteste. Alla fine, sabato 1 marzo scoppiò tutto, quando la polizia provò a sgombrare 42 studenti in sciopero della fame dall’università della città portuale di Valona, nel sud del Paese; vennero fermati da migliaia di manifestanti che dispersero la polizia uccidendo alcuni poliziotti. Bruciarono il quartier generale della polizia segreta, assalirono le prigioni e le caserme di polizia e distribuirono ai manifestanti le armi trovate. Da sabato in poi venne dichiarato lo sciopero generale nella città e nella maggior parte del sud del Paese. Come esempio dell’ambiente rivoluzionario possiamo citare la stampa: "A Lushnje, due pullman pieni di poliziotti venero fermati dai manifestanti arrabbiati e forzati a scendere. Quaranta vennero disarmati…"

 


Come di tradizione, Valona è la città in cui fu proclamata l’indipendenza albanese dalla Turchia nel 1912. A partire da Valona, i rivoltosi cominciarono a marciare sulle caserme non per attaccare i soldati, ma per ottenere armi, come precondizione necessaria per mettere fine alla situazione intollerabile. L’istinto non li ha ingannati. Ovunque i soldati, e il più delle volte anche gli ufficiali, li accoglievano con simpatia, offrendo una resistenza solo verbale o nessuna affatto, l’atteggiamento tra la popolazione e i soldati comuni e anche la polizia era di fraternizzazione. La popolazione in armi sapeva come distinguere tra questi lavoratori e contadini in uniforme e i criminali e killer prezzolati della Shik, per i quali non c’è stata nessuna pietà. Anche più sorprendente, questi afferrarono subito la più essenziale legge dell’insurrezione, riassunta nel famoso motto di Danton: "Audacia! Audacia! E ancora audacia!". O l’insurrezione si espandeva rapidamente alle altre città e villaggi bloccando l’intero Paese oppure sarebbe finita in una sconfitta sanguinosa. Gli insorti di Valona organizzarono circa venti auto e andarono, armati, a sollevare la popolazione delle città vicine alla rivolta. Il movimento si diffuse nel sud come un fuoco di prateria:

 


"A Saranda…circa 3.000 manifestanti girarono per la città armati di bastoni senza trovare resistenza. Durante la marcia bruciarono negozi e banche, distrussero sei auto della polizia abbandonate, assalirono la prigione liberando circa cento carcerati e presero il controllo delle armi. Quattrocento mitra d’assalto Kalashnikov sono ora nelle mani dei rivoltosi…

 


"A Himarar…centinaia di persone scesero in piazza e bruciarono il municipio e la caserma di polizia. A Girocastro ci fu uno sciopero generale totale. Ieri i manifestanti hanno bruciato la caserma di polizia." (El Pais, 2/3/97)

 


Un giornale di Barcellona La Vanguardia (7/3/97) spiega: "Secondo le informazioni ricevute dalla città per telefono, i ribelli hanno assalito le caserme, i cui ufficiali non hanno offerto resistenza, e si sono uniti a loro con le armi. Ex ufficiali dell’esercito albanese si sono uniti ai ribelli. Un ufficiale col grado di colonnello, che aveva giurato di non riconsegnare nessun’arma finché il presidente Berisha non si fosse dimesso, ha dichiarato che ‘nel sud dell’Albania l’esercito è passato dalla parte del popolo’."

 


Un articolo del Times (10/3/97) descriveva un fallito tentativo del governo di rinforzare la guarnigione di Girocastro inviando truppe speciali in elicottero:

 


"Nel raid fallito di sabato [8/3/97], tre elicotteri sono volati a sud nella valle della Drina, atterrando alla base militare vicino a Girocastro. Sessanta uomini delle forze speciali sono scesi, apparentemente col compito di rinforzare il controllo dell’esercito sulla città usando questa come base da cui attaccare le roccaforti vicine di Delvine e Saranda.

 


"Il loro arrivo alla caserma di polizia della città fece scendere orde di albanesi nelle strade attorno al palazzo, mentre alcuni gruppi circondavano la caserma locale, dove c’era il deposito delle armi. La situazione presto uscì fuori controllo quando divenne chiaro che gli uomini del presidente Berisha non avevano l’appoggio della polizia che dunque minacciarono con le loro armi automatiche."

 


Lo stesso articolo confermava che i ribelli erano armati non solo con piccole armi ma con carri armati e armamenti pesanti:

 


"Oltre ai carri armati, mortai e armi anti-aereo la base aveva almeno 25 pezzi di artiglieria insieme a una grande riserva di munizioni. Ora sono tutte sotto controllo dei ribelli, le cui motovedette pattugliano la costa e le cui milizie dominano praticamente tutto il sud dell’Albania."

 


Il ruolo dei giovani

 


Un ruolo molto importante è stato giocato nella rivoluzione dai giovani. I media occidentali esprimevano orrore alla vista di giovani, anche bambini, armati. Ma ogni tanto si vede uno scorcio del vero fervore rivoluzionario della gioventù albanese che ha immediatamente scoperto una voce e un ruolo. Un ribelle di quattordici anni citato dal corrispondente del Times il 10/3/97 diceva "Quando scrivete, non ci chiamate ribelli. Noi siamo il popolo albanese." La paura di movimenti nelle scuole era chiara: Tra le misure adottate nella dichiarazione dello stato d’emergenza: "...sono chiuse le scuole, per evitare gli scioperi dei giovani che tanto effetto hanno prodotto sull’opinione pubblica albanese e internazionale" (il Manifesto, 4.3.97)

 


Gli studenti hanno avuto un ruolo attivo nella lotta, come rivela il seguente racconto di un testimone oculare:

 


"Tutti gli studenti universitari ieri si sono sollevati. Gli studenti delle superiori si sono uniti a loro. Le loro facce erano molto giovani, ma erano tutti determinati a protestare. Molte scuole sono state abbandonate, l’auditorium universitario è vuoto, tutto è divenuto silenzioso e desolato a Valona; centinaia di studenti hanno protestato di fronte all’università di Tirana ieri non solo per Valona e quelli in sciopero della fame, ma per tutta l’Albania. Nonostante scontri con agenti in borghese, gli studenti non sono stati scoraggiati dal marciare lungo le strade della capitale in protesta. Le facce pure dei giovani erano barbaramente insanguinate, ma non hanno abbandonato le strade. "Tutti con Valona, tutto per Valona". Con questo motto gli studenti di molte facoltà e delle superiori della capitale sono divenuti centri di protesta e tensione. Ieri era il terzo giorno che gli studenti hanno boicottato le lezioni e continuano a tenere ferma la propria decisione. ‘Morti o vivi, non tradiremo Valona’ urlavano in coro gli studenti delle università e delle superiori." (Tirana Koha Jone, resoconto di Roland Zili: "Tutti con Valona, non andremo a scuola")

 


Berisha contrattacca

 


A questo punto i governi occidentali erano seriamente allarmati. Il 25 febbraio l’Ue offrì all’Albania soldi e assistenza tecnica, "purché si conformi ai principi democratici e lavori in stretto contatto con l’Fmi per migliorare l’economia."


Il giorno seguente, l’ambasciatore americano a Tirana faceva pressioni sul governo per preparare una nuova costituzione e indire nuove elezioni. Spinto dagli americani, un riluttante Berisha accetta di parlare con l’opposizione. Il 28 febbraio il partito "democratico" e i socialisti si incontrano per la prima volta dalle elezioni del maggio 1996. Ma, (come dice il detto inglese) puoi portare un cavallo alla fontana, non puoi costringerlo a bere. Non emerse una posizione comune sulle proteste in atto in tutto il paese. I dirigenti socialisti ripetevano la loro richiesta di un governo tecnico e di elezioni subito; ma già mentre discutevano, la situazione a Valona peggiorava.

 


Nella notte del 28 febbraio scoppiò un conflitto a fuoco a Valona dopo che alcuni cittadini avevano preso armi dal deposito della polizia, almeno tre civili e un agente dei servizi vennero uccisi e ventidue persone ferite. La polizia segreta raccontò più tardi che altri cinque agenti erano stati uccisi. Più tardi i manifestanti bruciarono il quartier generale della polizia. Il duro conflitto tra la polizia segreta e la popolazione si riflette nel seguente articolo:

 


"Valona è dove l’ultima violenza è scoppiata venerdì quando la Shik, la polizia segreta, ha combattuto un conflitto a fuoco con i manifestanti dopo aver fallito nel tentativo di fermare lo sciopero della fame organizzato dagli studenti dell’università. Almeno nove persone sono state uccise, tre apparentemente a sangue freddo da agenti della Shik e il resto prese in mezzo dalla sparatoria o intrappolate nel quartier generale della Shik quando questo è stato bruciato e saccheggiato" (The Daily Telegraph, 5/3/97)

 


Questo è l’inizio della rivoluzione. La gente di Valona ha provocato l’incendio che si è diffuso in ogni città e villaggio del Paese. Proprio il giorno dopo, i cittadini di Lushnje bloccavano la strada e i binari in appoggio agli insorti di Valona. In molte altre zone del sud le strade sono state bloccate. A Tirana, 5.000 manifestanti si sono scontrati con la polizia antisommossa, rovesciando veicoli della polizia, costringendo la polizia a ritirarsi.

 


Intanto le discussioni tra governo e dirigenti dell’opposizione proseguono. Il presidente Berisha dice che il governo si dimetterà, che il Partito Democratico al potere creerà un esecutivo dopo le consultazioni con i partiti dell’opposizione. I dirigenti socialisti rivendicano di nuovo un governo "tecnico" ed elezioni subito. E così le cose vanno avanti senza fine. Ma il futuro dell’Albania non si è deciso lì ma nelle piazze, laddove ora sta il potere. Mentre i politici parlano, le masse stanno prendendo il proprio destino nelle loro mani.

 


Il due marzo gli insorti di Valona rivendicarono che Berisha sciogliesse il parlamento e tenesse subito le elezioni, e che inoltre non si doveva ripresentare alle elezioni. Nella città di Saranda sull’Adriatico, la gente attacca la caserma di polizia, prendendo armi, mentre la polizia si dilegua e le truppe lasciano le caserme. Gli insorti prendono un camion di armi a Saranda e preparano la difesa all’entrata della città, decisi a combattere fino alla morte con le truppe regolari.

 


"Quelli che gli dei vogliono distruggere, prima fanno impazzire". Questo detto dell’antica Grecia sembra adattarsi a questo caso perfettamente. Gli imperialisti, a cominciare dagli Usa, erano terrorizzati. I loro servizi segreti li avevano avvertiti da molto tempo che le politiche di Berisha stavano portando l’Albania in acque pericolose ma, incantati dalla sua strenua difesa della "economia di mercato" chiusero un occhio sugli avvertimenti. Ma ora, si sono improvvisamente allarmati. Che accade se le fiamme albanesi si espandono nei Balcani? Subito, cercarono di persuadere Berisha a cambiare strada, fermare la repressione, parlare con l’opposizione, fare concessioni. Ma Berisha, come Luigi XVI, aveva altre idee. Il governo si dimise, ma Berisha no. Il 15 febbraio il presidente Berisha ammise di aver fatto "errori" nella gestione dello scandalo delle piramidi, ma diede la colpa anche agli investitori e insistette che lo Stato non li avrebbe ripagati. Così, aggiunse al danno la beffa. Berisha gettò benzina sul fuoco che lo avrebbe presto circondato.

 


L’atteggiamento del governo fece ancor più arrabbiare la gente e portò il movimento a nuovi livelli. In migliaia manifestarono in tutta l’Albania rivendicando non solo il rimborso ma le dimissioni del governo. La polizia a Tirana ha usato manganelli e ha sparato in aria per disperdere centinaia di manifestanti inferociti. Ma ora niente poteva fermare il movimento.

 


"Nessuno controlla più il presidente. Qualcuno dice che è diventato matto; altri dicono che lo è sempre stato. Vecchi carri armati arrugginiti procedono lungo i sentieri dissestati, considerati le principali arterie del Paese, con la missione di rompere i blocchi antigovernativi e intimidire i ribelli armati di Kalashnikov a ridare le proprie armi.

 


"Un black-out dei media è stato imposto al Paese, le stazioni radio vengono chiuse, alcuni giornalisti picchiati, un giornale indipendente incendiato e un bar, il ritrovo preferito di intellettuali ed elementi dell’opposizione, è stato assalito da banditi non identificati…

 


"Per due anni, l’Albania è stato una polveriera di corruzione, di crimine organizzato, di repressione politica e truffe finanziarie. In qualche modo il mondo esterno non è riuscito a vedere il disastro che stava arrivando e ha insistito che il Paese si stava sviluppando come un rifugio di pace e democrazia…

 


"Nel caotico periodo successivo all’emancipazione dell’Albania dal comunismo nel 1991-92, gli Usa sono stati strumentali nel promuovere il virulento anticomunista Berisha alla posizione che ora detiene." (The Independent, 5/3/97)

 


A Tirana, Berisha urla e strepita, accusando ex comunisti, terroristi e imlprecisati servizi segreti di complottare per la sua caduta. Questi riferimenti a cattive influenze straniere sono un tentativo malriuscito di fare leva sul sentimento sciovinista contro il "nemico", serbi e greci, specialmente questi ultimi, dato che c’è una consistente minoranza greca nel sud dell’Albania, che in realtà combatte spalla a spalla con i propri fratelli albanesi. Ironicamente anche la destra in Grecia sta tentando di suscitare sentimenti anti-albanesi dicendo (falsamente) che la minoranza greca nel sud dell’Albania è in pericolo.

 


"Il parlamento a Tirana ha approvato ieri all’unanimità una legge che stabilisce lo stato d’emergenza, che permette alle forze dell’ordine di aprire il fuoco per disperdere la folla, vietare attività politica e impedire raggruppamenti di più di quattro persone…

 


"A Tirana Berisha ha agito rapidamente per porre fine agli scoppi di furore popolare, vietando tutte le manifestazioni, i raduni e gli eventi sportivi e imprigionando centinaia, forse migliaia di potenziali agitatori." (The Independent, 3/3/97)

 


Prendendo l’imboccata dal presidente, il parlamento ha dichiarato l’immediato stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale per fermare l’insurrezione. Una legge di dieci articoli ha vietato assembramenti con oltre quattro persone, ristretto l’attività politica, dato il potere alle forze dell’ordine di sparare per disperdere la folla, imposto misure draconiane di controllo sui media. E come se ciò non bastasse, i democratici hanno organizzato squadre di teppisti per distruggere gli uffici dei giornali dell’opposizione, come riportava The Independent (4/3/97):

 


"Gli uffici del più popolare quotidiano albanese, Koha Jone, sono rimasti in fiamme dopo che un gruppo di uomini li ha bruciati durante la notte lanciando bombe Molotov da tutte le parti."

 


Ecco come difendono la democrazia! Ma innanzitutto, è necessario per il parlamento "democratico" (da cui l’opposizione è assente), fornire un rassicurante voto di fiducia al leader.

 


Come un uomo che sfida la legge di gravità, il 3 marzo, mentre tutto il sud dell’Albania sta prendendo le armi, il presidente Berisha viene eletto senza opposizione dal parlamento per un secondo termine di cinque anni. Ubriaco dell’illusione di potere, confondendo le ombre con la sostanza, questa farsa del parlamento che ordina agli insorti armati del sud di arrendersi per le 15.00 (ora italiana) o venire fucilati senza avvertimento. Ecco la vera stoffa di un capo: lo schiocco della frusta! Tutto l’apparato repressivo dello Stato, col suo vertice gonfiato, viene spinto lentamente in azione. Il 4 marzo le truppe cominciano a far rispettare lo stato d’emergenza. La televisione di Stato trasmette filmati televisivi stranieri di carri armati sulla strada per Girocastro presso la frontiera con la Grecia. Ora non si parla di concessioni! Berisha rifiuta indignato le richieste dell’opposizione per un governo di coalizione. È stato lanciato il guanto di sfida all’autorità. L’autorità deve raccoglierlo!

 


Il problema è quale autorità? In ultima analisi, lo Stato è un corpo di uomini armati. Su quali uomini armati può basarsi il presidente? Appena viene dato l’ordine ai soldati albanesi di sparare sui propri cittadini comincia il problema. L’esercito stesso è pieno di diatribe. Molti soldati e ufficiali hanno perso soldi con le "piramidi", o le loro famiglie ne hanno persi, o solidarizzano con chi li ha persi. In ogni modo, non intendono sparare o bombardare civili o rischiare le proprie vite per conto di un governo di ladri e criminali. Due piloti disertano in Italia con il loro Mig e dicono che hanno preferito andarsene piuttosto che obbedire all’ordine di sparare sui civili.

 


Il ministro degli esteri Shehu difende le misure d’emergenza, dicendo che quella gente ha portato il Paese sull’orlo della guerra civile. Ma dice anche a un giornale italiano che il sud "è del tutto fuori controllo", contraddicendo se stesso nella medesima frase. Le autorità dicono che "ribelli rossi" controllano Valona e la città costiera di Saranda. Colpito da una serie di umilianti sconfitte, Berisha caccia su due piedi il capo di stato maggiore Sheme Kosova, che viene accusato di aver mostrato scarso zelo nel colpire la rivolta e di aver fallito nell’assicurare la sicurezza nelle caserme colpite e private delle proprie armi dagli insorti. Questa è una tacita ammissione che i soldati e gli ufficiali hanno consegnato le armi senza combattere.

 


Lo ha rimpiazzato con il generale Adem Kopani, consigliere militare personale del presidente e membro della polizia segreta Shik. Il punto è che questi sono gli unici di cui il presidente si può fidare. I carri armati che ha inviato al sud per abbattere la rivolta erano guidati non dai soldati ma dai membri della Shik che sperava avrebbero riportato l’ordine. Tuttavia, di fronte alla popolazione in armi, gli agenti segreti non si sono dimostrati così eroici come quando picchiano dimostranti disarmati o interrogano un sospetto. Le colonne armate del governo si sono fermate fuori dal territorio dei ribelli e non hanno osato entrare.

 


Gli Usa, che capivano la situazione meglio del loro ex-scagnozzo a Tirana "si sono rammaricati profondamente" per l’imposizione dello stato d’emergenza e della rielezione di Berisha. Ma il capo della Nato Javier Solana molto prudentemente ha escluso interventi militari. Tuttavia il pericolo di un intervento imperialista rimane reale.

 


L’insurrezione e lo stato

 


"Nell’Europa del 1871, il proletariato non formava la maggioranza del popolo in nessun paese del Continente. Una rivoluzione poteva essere "popolare", mettere in movimento la maggioranza effettiva soltanto a condizione di abbracciare il proletariato e i contadini. Queste due classi costituivano allora il "popolo". Queste due classi sono unite dal fatto che la "macchina burocratica e militare dello Stato" le opprime, le schiaccia, le sfrutta. Spezzare questa macchina, demolirla, ecco il vero interesse del "popolo", della maggioranza del popolo, degli operai e della maggioranza dei contadini, ecco la "condizione preliminare" della libera alleanza dei contadini poveri con i proletari. Senza quest’alleanza non è possibile una democrazia salda, non è possibile una trasformazione socialista."

 


Nel lungo periodo di ascesa capitalista dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’idea della rivoluzione socialista si è allontanata nella coscienza della classe operaia europea. Ma l’esempio dell’Albania sta a dimostrare che quello che Lenin scrisse era totalmente valido. L’unico modo in cui gli operai e i contadini poveri dell’Albania potessero conquistare i loro diritti democratici era con l’abbattimento dello stato. Ciò si è rivelato molto più facile di quanto si potesse immaginare. Nell’arco di pochi giorni l’esercito si è semplicemente sciolto. Una volta che la massa della popolazione si alza in piedi e dice no è la fine del regime. Nessuna forza al mondo può porre resistenza alla forza della classe operaia quando questa si mobilita per cambiare la società. Sulla carta il governo albanese aveva un potente apparato di repressione a sua disposizione ma nella realtà è rimasto impotente. Così come in Ungheria nell’ottobre del 1956, l’unica base di appoggio che restava al regime era la polizia segreta. L’esercito è disertato ed è passato dalla parte del popolo, e non solo i semplici soldati ma anche gli ufficiali.

 


Un articolo de Il Sole-24 Ore (8.3.97) ci da un’idea di come l’esercito si è semplicemente sciolto di fronte alle masse senza armi (una situazione rivoluzionaria classica). Vicino al porto di Valona c’è una base militare, Pasha Limani, con un grosso deposito di armi. Come dice l’articolo, il suo comandante, il maggiore Astrit, che ora è passato dalla parte degli insorti si aggira tra proiettili di mortai, cartuccere, mitragliatrici e bombe a mano. Controlla cosa è rimasto dopo l’assalto e commenta: "Una grande folla si è presentata davanti alla Garnison, saranno state forse 10.000 persone, i soldati di guardia, una cinquantina, hanno abbandonato la postazione e io ho aperto le porte." Ora Astrit è uno degli organizzatori delle linee di difesa di Valona.

 


Nel Sole-24 Ore (9.3.97) leggiamo: "Sull’ormai famoso ponte di Vjosa, caposaldo dei ribelli a 20 chilometri da Valona, ieri si sono presentati i blindati dell’esercito. Per qualche ora è circolata la voce che la postazione era stata ripresa dalle forze regolari. A Valona nessuno sapeva nulla di questa azione dell’Esercito e qualcuno affermava di essere passato dal ponte senza aver notato niente di diverso dai giorni scorsi. Alla fine l’ultima versione. I cingolati hanno realmente fatto la loro apparizione all’imbocco del ponte e poi si sono fermati mentre i soldati dalla torretta salutavano gli insorti dall’altra parte, a poche centinaia di metri. Il tutto è durato pochi minuti, fino a quando i blindati hanno fatto retromarcia per tornare sulla collina di Koshovitza."

 


Secondo Il Sole-24 Ore (6.3.97):

 


"A Delvine, in direzione di Saranda, ci sarebbe stato un intervento dell’aviazione e i Mig avrebbero bombardato i ribelli. Secondo un racconto della televisione greca, a Styari, a circa 10 chilometri da Saranda, l’altro centro della rivolta albanese, i militari hanno affrontato una forte resistenza: quattro morti e due feriti il bilancio della "battaglia", la prima da quando è stato proclamato lo stato d’emergenza. Dopo lo scontro l’esercito si sarebbe inspiegabilmente ritirato.


"Da Saranda, attraverso il telefono, i rivoltosi fanno sapere invece di aver sequestrato tre carri armati insieme a 50 militari. La popolazione è stata chiamata in piazza per decidere come organizzare le barricate e il pattugliamento in vista di un attacco."

 


Il Corriere della Sera, (6.3.97) diceva:

 


"A Valona sono tutti armati: dai quindici anni in su, ognuno ha un mitra in mano... Le truppe governative non osano ancora avvicinarsi a Valona..." e poi aggiunge:

 


""La resistenza a Valona si è organizzata - spiega il nostro testimone -. È sorto un comitato di difesa formato da ex militari, epurati negli anni scorsi da Berisha. Sono loro che danno gli ordini e predispongono la difesa della città." Una conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che si tratta di un’insurrezione organizzata alla cui testa si sono posti elementi legati al vecchio regime...

 


"Saranda... è completamente in mano ai rivoltosi... Gli insorti di Saranda forti di dieci-quindicimila uomini armati... I rivoltosi hanno anche preso possesso di sei navi militari che presidiano le acque..." E si potrebbero dare altri cento esempi di questo tipo.

 


Mentre in tempi normali le masse imparano solo lentamente, durante una rivoluzione l’umore delle masse cambia alla velocità della luce. L’intera situazione può cambiare nell’arco di 24 ore o meno. Questo si vede chiaramente in Albania. Ad esempio, se l’offerta di nuove elezioni fosse stata fatta da Berisha sin dall’inizio, non ci sarebbe stata nessuna insurrezione, e i dirigenti dell’opposizione riformista avrebbero avuto sufficienti margini per ostentare le loro capacità parlamentari, almeno per un certo periodo. Ma nell’arco di una settimana tutti i rapporti di forza sono cambiati. Una volta ottenute le armi le masse hanno potuto mettere alla prova la loro forza nei confronti dell’apparente potenza dell’apparato statale e così hanno visto con incredulità che crollava appena toccato. Hanno imparato dall’esperienza la verità del vecchio verso rivoluzionario francese:

 


"Appaiono così grandi ai nostri occhi solo


Perché ci inginocchiamo davanti a loro. Alziamoci!"

 


Ovviamente, è facile puntare il dito ai limiti del movimento, la mancanza di un programma chiaro, la disorganizzazione e così via. Ma come potrebbe essere diversamente quando mancano un partito e una direzione? Forse le masse non sanno esattamente cosa vogliono. Ma sì sanno cosa non vogliono, e per ora ciò è sufficiente per andare avanti. Ricordiamoci che il movimento è iniziato con le manifestazioni da parte degli "investitori" in rovina che chiedevano il rimborso, cioè facevano ricorso al governo. La Rivoluzione Russa iniziò in maniera simile nel gennaio del 1905, con una manifestazione pacifica guidata da un prete, con in mano le sacre icone e quadri dello zar, il "piccolo padre" a cui si rivolgevano per una soluzione ai loro problemi. Solo dopo il massacro del nove gennaio il movimento si è trasformato in rivoluzione.

 


Quello che colpisce degli avvenimenti albanesi non è affatto l’arretratezza delle masse, bensì il contrario, il loro atteggiamento estremamente rivoluzionario dove hanno tratto le conclusioni più avanzate in un brevissimo lasso di tempo. In pochi giorni sono passati dal far ricorso al governo direttamente all’insurrezione armata, dalla rivendicazione di rimborso a "abbasso il governo". Sin dall’inizio hanno dimostrato una tremenda determinazione, ed anche una conoscenza matura della politica quando hanno rifiutato l’offerta di "amnistia" da parte di Berisha.

 


Nel momento della verità, lo stato albanese è rimasto sospeso in aria. Berisha credeva di manovrare forze reali, quando in realtà stava spostando eserciti fantasma che si scioglievano al primo segnale di resistenza. Rendendosi conto di non poter ordinare le sue forze di passare all’attacco, Berisha ha fatto ricorso al sotterfugio e al bluff, dando agli insorti un ultimatum di 48 ore (una "tregua") entro cui dovevano restituire le armi, e dove ci sarebbe stata un’amnistia "per tutti quelli che non hanno commesso crimini". Poi ha offerto di formare un governo di unità nazionale, ma non ha parlato di nuove elezioni. Gli insorti hanno risposta con un silenzio di sfida, spostando allo stesso tempo la loro artiglieria in posizioni di difesa.

 


Se gli insorti avessero accettato l’offerta di "amnistia" sarebbero caduti direttamente nella trappola. "...sarà proprio la Shik a fare il "lavoro sporco", se e quando l’esercito entrerà a Valona. Il loro compito sarà quello di andare casa per casa a stanare i capi della rivolta..." (Il Sole-24 Ore, 4.3.97). Questo è solo un altro modo per dire che la Shik avrebbe perpetrato un massacro una volta che gli insorti avessero messo giù le armi. Resistendo con fermezza, gli insorti hanno salvato la rivoluzione e hanno preparato la strada alla vittoria.

 


La coscienza delle masse cresce col movimento stesso. Ciò spiega perché la tardiva offerta di compromesso ha avuto l’effetto opposto da quello voluto. Più che fermare la rivoluzione ha spinto gli insorti ad andare avanti. E non hanno avuto effetto nemmeno i tentativi da parte dei dirigenti Socialisti di accozzare insieme un qualche accordo. Il nuovo governo di unità nazionale era stato formato solo da 24 ore quando sono scoppiati degli scontri anche nella capitale e la rivolta si è allargato verso il Nord, la cosiddetta roccaforte di Berisha. Secondo la Repubblica (10.3.97) un oratore a Saranda ha annunciato: "All’inizio volevamo indietro i nostri soldi, ora vogliamo molto di più. Vogliamo il potere." Se ci fosse una direzione cosciente sarebbe facile unire il movimento sulla base di comitati eletti dagli operai, dai contadini, dai soldati e dai giovani. Si potrebbe prendere il potere in maniera indolore, senza guerra civile. Tuttavia non basta semplicemente distruggere il vecchio stato. È necessario che la classe operaia sviluppi i propri organi di potere rivoluzionari; non solo sopraffare la resistenza della controrivoluzione, ma anche iniziare la trasformazione della società su basi socialiste.

 


La conquista dei diritti democratici può portare a miglioramenti che durino nel tempo solo se poi si passa all’esproprio dei latifondisti, dei banchieri e dei capitalisti e alla formazione di un vero regime di democrazia operaia. Il problema sta nel fatto che durante una rivoluzione , dove i rapporti di forza possono cambiare di ora in ora, c’è poco tempo perché le masse arrivino spontaneamente a tutte le conclusioni necessarie. Le forze della controrivoluzione, incluso l’imperialismo, hanno a disposizione forze formidabili per sconfiggere la rivoluzione. Molto prima che le masse siano in grado di imparare dagli errori, la controparte si sarà ripresa dall’attuale stato di shock e disorientamento, e avrà messo in moto il meccanismo che serve a distruggere la rivoluzione. Il carattere spontaneo della rivoluzione albanese ha dunque i suoi aspetti positivi e negativi. In una tale situazione si paga un caro prezzo per gli errori. Ora tutto dipende dalla capacità degli elementi avanzati tra i lavoratori e i giovani di trarre le conclusioni necessarie e portare la lotta su livelli più alti prima che sia troppo tardi.

 


Comitati rivoluzionari

 


I mass media presentano la situazione in Albania come "caos". Ovviamente. Per la classe dominante la rivoluzione è per definizione "caos" . Le masse tentano di mettere fine ad un "ordine" esistente che è diventato intollerabile. Nella lotta per il potere un elemento di caos è inevitabile. Ma nel corso stesso della lotta le masse scoprono la necessità di organizzarsi. I soviet, cioè comitati eletti su base ampia per guidare la lotta, sono l’espressione di questa necessità. In Albania i comitati hanno già cominciato ad apparire nelle zone degli insorti, per coordinare e guidare la lotta, per organizzare i rifornimenti e per imporre un qualche ordine.

 


The Daily Telegraph (5.3.97) diceva:

 


"A Saranda, i residenti hanno detto che formavano il proprio governo locale come sfida al regime di Berisha. "Organizzeremo le strutture delle città da soli e diventeremo un esempio per tutta l’Albania" ha annunciato un oratore ribelle davanti ad una manifestazione di 3.000 persone."

 


Una delle peculiarità della rivoluzione albanese è che, con delle comunità relativamente piccole, è possibile convocare tutto il popolo alla piazza centrale e farla partecipare alla democrazia diretta, un sorprendente parallelo alle antiche città-stato della Grecia. Questo è ben lontano dal quadro della rivoluzione dipinto dai mass media occidentali di "caos" ed anarchia". Non quadra neanche con le menzogne sul "movimento di trafficanti di droga e Mafia". Da quando la Mafia ha guidato insurrezioni popolari e organizzato assemblee di massa per decidere la gestione delle cose?

 


In un’altra nota leggiamo: "Nelle tre città controllate dai ribelli hanno organizzato veri e propri eserciti "popolari con una gerarchia. Si parla di migliaia di uomini. C’è l’addestramento militare. Le motovedette controllano la costa."

 


L’articolo spiega che a Valona i ribelli si sono organizzati in un Comitato di Difesa. Un certo "Comitato per la salvezza di Valona". Il suo capo "Berti" spiega che il Comitato è formato da 31 individui in rappresentanza di 17 formazioni politiche, tra cui ci sono anche i "dissidenti" del Partito Democratico di Berisha. Berti ha detto: "Questo è il comitato degli onesti nel quale è confluita la commissione dello sciopero che aveva coordinato la protesta nelle scorse settimane." (Il Sole-24 Ore, 8.3.97).

 


Con la formazione dei Comitati di Difesa al sud vediamo i primi tentativi di dare una organizzazione all’insurrezione. La natura effettiva di questi comitati non è chiara dalle informazioni limitate a nostra disposizione. Dalla citazione qui sopra sembra che almeno in alcune zone sono composti dai rappresentanti dei partito politici, perfino di dissidenti del Partito Democratico. Questo non ci dovrebbe sorprendere. Lo spirito democratico che prevale in ogni rivoluzione favorirebbe l’idea che tutti hanno il diritto di parola, con l’eccezione degli elementi più reazionari identificati con la cricca dominante. Andrebbe ricordato che nel 1917 il partito borghese dei Cadetti aveva rappresentanti nei soviet e ottenne anche un discreto numero di voti nelle prime fasi della rivoluzione.

 


Dobbiamo prendere in considerazione non solo l’assenza del fattore soggettivo, ma anche una serie di elementi oggettivi. La distruzione massiccia dell’industria durante gli ultimi sei anni avrà ridotto il peso specifico del proletariato. E in ogni modo l’Albania è sempre stata una società con un peso predominante dei contadini. Ciononostante non abbiamo nessun dubbio sul fatto che gli operai nelle città del sud avranno giocato il ruolo dirigente nel movimento, insieme allo strato più intraprendente dei giovani. La stampa riporta l’esistenza di comitati di sciopero che, a giudicare da ciò che abbiamo riportato sopra, sembrano essersi sciolti nei Comitati di Difesa più ampi. Se ciò è vero (ci mancano le testimonianze dirette) rappresenterebbe un passo indietro. È meglio avere delegati eletti dai luoghi di lavoro e dalle caserme piuttosto che comitati che si basano solo sull’appartenenza partitica, che per sua natura restringe la rappresentanza e non riflette le grandi masse, soprattutto durante una situazione rivoluzionaria.

 


Che ruolo avranno nel futuro questi comitati? È ben noto la natura non tollera il vuoto. Nell’assenza di un vero partito rivoluzionario, verranno a galla altri elementi, vecchi dirigenti stalinisti epurati negli ultimi anni, ufficiali dell’esercito, alcuni con intenzioni sincere, altri con ambizioni bonapartiste, tutta una serie di avventurieri ed arrivisti locali ed anche elementi ancora meno desiderabili. Una rivoluzione per sua natura agita la società dai suoi livelli più profondi. Al fianco degli operai e dei contadini ci sono anche i sottoproletari e perfino le "forze oscure" che esistono ai margini di ogni società, elementi criminali che inevitabilmente cercano di sfruttare la situazione a proprio vantaggio. La rivoluzione deve tenere questi elementi sotto stretto controllo se vuole riuscire. Ma credere che questi elementi non si presenteranno nelle prime fasi è stupida utopia. I mass media occidentali esagerano proprio questo elemento per oscurare l’immagine della rivoluzione. Ma finché le masse partecipano attivamente, gli elementi criminali verranno tenuti al loro posto. Già i Comitati di Difesa al sud stanno prendendo le misure, correttamente, per introdurre l’ordine, togliendo le armi ai bambini e così via. The Financial Times (12.3.97) spiega che:

 


"Dei ribelli nel sud dell’Albania nel frattempo hanno formato un comitato per la prima volta che raggruppa tutte le forze ribelle. Hanno rifiutato le mosse di Tirana per formare un governo di coalizione, rivendicando invece le dimissioni del presidente e che rappresentanti dei ribelli venissero inclusi nelle trattative per la formazione di un nuovo governo...

 


"I ribelli al sud, che hanno preso il controllo di un terzo del paese, hanno rifiiutato le offerte di amnistia a si sono rifiutati di deporre le armi. I partiti dell’opposizione frammentati a Tirana ammettono che hanno poco controllo dei ribelli...

 


"Il signor Genc Pollo, consigliere del presidente, ha accusato gli ufficiali che passavano dall’altra parte di essere più leali al vecchio Partito comunista che ha governato il paese per 47 anni. I diplomatici hanno spiegato che i soldati di leva erano malpagati e che molti di loro avevano persi i loro risparmi quando le piramidi sono crollate a gennaio, scatenando la rivolta di mass al sud.

 


"Il capo ribelle di Girocastro è un generale in pensione, il signor Agim Gozhita, il quale ha organizzato un comitato di difesa per togliere le armi a tutti quelli sotto i 18 anni e per mettere fine ai saccheggiamenti di negozi ed ospedali."

 


Questo Agim Gozhita è un ex-generale dell’esercito, epurato da Berisha solo sei mesi fa. È a capo del "Comitato di Salvezza" fatto di militari, civili e membri delle amministrazioni locali. Il suo vice è il sindaco della città, il quale è anche membro del Partito Democratico di Berisha! Il generale ha dato ordini di mettere fine agli assalti alle caserme. Da questo rapporto la "confusione" del movimento è evidente. Ci sono motivi che ci porterebbero a credere che gli ex-stalinisti epurati stanno tornando a giocare un ruolo al sud per mancanza di un’alternativa. Per la borghesia sono preferibili questi elementi piuttosto che gli operai! Il fatto che il comitato di sciopero si sia sciolto nel "Comitato di Salvezza" più ampio sta a dimostrare che gli operai sono senza direzione, e che c’è qualcuno che si sta inserendo lentamente al loro posto.

 


Indubbiamente tra gli insorti ci sono elementi della vecchia burocrazia. Sono coinvolti molti ex-ufficiali dell’esercito. Precedentemente Berisha aveva epurato gli "elementi inaffidabili"; questi ora partecipano attivamente alla rivolta. Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che gli ex-stalinisti del Partito Socialista stiano alla guida della ribellione. La direzione del Partito Socialista sta giocando un ruolo vergognoso. Rexhtep Mejdani, segretario del Partito Socialista, si considera un Socialdemocratico, e rivendica un governo di "tecnici" aperto a tutte le forze politiche. Di fatto rappresenta quella parte della ex-burocrazia stalinista che vuole una transizione verso il capitalismo più controllata con elementi dello stato sociale col quale sperano (sbagliando) che questo eviterebbe convulsioni sociali. In realtà ciò preparerebbe per altri disastri per il popolo albanese. È un’indicazione della bancarotta dei dirigenti ex-stalinisti il fatto che sono incapaci di prendere il potere, anche quando gli viene presentato su di un piatto.

 


Se fosse presente una vera direzione rivoluzionaria, i Comitati di Difesa potrebbero servire come base da cui costruire dei veri soviet. Ma una tale direzione non esiste. Il regime di Berisha è evidentemente finito. Ma cosa prenderà il suo posto? La rivoluzione vincerà, e lo avrà fatto senza un partito. Ma la storia è ricca di esempi di situazioni dove i lavoratori prendono il potere solo per vederselo sfuggire dalle mani, come in Germania nel 1918 e a Barcellona nel 1936-37. Se non c’è un partito rivoluzionario, più probabilmente verrà al potere il Partito Socialista, anche se non sono stati loro ad organizzare la rivolta e in pratica hanno fatto tutto il possibile per ostacolarla. Ma lo stesso si poteva dire dei dirigenti Socialdemocratici nella Germania nel 1918. Anche lì l’esistenza di comitati degli operai e dei contadini non ha evitato che la rivoluzione venisse minata dalla direzione. Una cosa simile può avvenire in Albania Gli ex-dirigenti stalinisti del Partito Socialista hanno reso chiaro che loro accettano il capitalismo. Ciò vuol dire che saranno disposti a fare il lavoro sporco iniziato da Berisha, preparando così un incubo per il popolo albanese. Tuttavia ciò non farà che preparare nuovi sconvolgimenti nel futuro. I lavoratori e i giovani albanesi arriveranno a capire la necessità di una nuova rivoluzione, questa volta con un chiaro programma socialista basato sulla democrazia operaia e l’internazionalismo.

 


Minaccia imperialista

 


Lo slancio dell’insurrezione è tale che se ci fosse stata una direzione adeguata avrebbe già avuto un successo. Ma gli ex-dirigenti stalinisti del Partito Socialista stanno ancora giocando un ruolo abominevole. Essendo già capitolati davanti al "mercato libero" ora chiedono la pace e la calma. Dopo essersi offerti come mediatori tra Berisha e la rivoluzione, cioè tra il fuoco e l’acqua, ora si dimostrano pronti a buttarsi nelle braccia dell’imperialismo, chiedendo loro stessi un intervento da parte delle potenze capitaliste europee! È alquanto chiaro che temono la rivoluzione tanto quanto il regime stesso. Una direzione seria non farebbe prediche pacifiste alle masse, ma si sarebbe messa alla testa del movimento per sconfiggere Berisha, dando al movimento un carattere più organizzato, rivendicando la formazione di comitati eletti di operai, contadini e soldati per prender in mano il potere e dare inizio alla trasformazione socialista della società. Ma data la situazione in Albania ciò non sarebbe sufficiente. Senza una politica internazionalista la rivoluzione albanese verrebbe presto soffocata da un intervento di potenze straniere, in particolare dalla Grecia, la quale ha sempre avuto mire territoriali sul sud dell’Albania.

 


Tutti i paesi imperialisti, iniziando con gli Usa guardano con terrore alla situazione in Albania. sanno che la situazione nel resto dei Balcani è molto instabile. L’accordo di Dayton non ha risolto niente. C’è un fermento di malcontento in Serbia, Croazia, Bosnia. Dall’altra parte la questione nazionale albanese non è né meno importante, né meno pericolosa di quella serba, croata, macedone, bosniaca o slovena. Solo che negli ultimi sette anni pieni di movimenti democratici e di guerre nella regione disturbata dei Balcani spesso era rimasta dimenticata.

 


"Qualsiasi segno di crescente tensione e di rivendicazioni radicalizzanti nel Kosovo è estremamente pericoloso. La reazione a catena significherebbe che gli albanesi della Macedonia, ancora uno stato molto instabile e delicato, chiederebbero automaticamente più diritti. Crescerebbero anche i sentimenti a favore della causa nazionale in Albania stessa. Dopo essere rimasta strettamente chiusa, le prime pagine del dossier albanese si sono aperte. È imperativo tenere tutta la cartella fuori dalle fiamme." (War Report, numero 41, Maggio 1996).

 


L’esempio di un’insurrezione armata poco aldilà della frontiera albanese deve per forza avere un forte impatto sulla coscienza del popolo del Kosovo e della Macedonia, in particolare tra la gioventù disperata del Kosovo. Questo è uno sviluppo estremamente allarmante per gli imperialisti che da cinque anni hanno cercato di tenere stretto il coperchio sui Balcani, con un successo solo relativo. Gli imperialisti sono terrorizzati perché sanno che le rivoluzioni non sono note per il loro rispetto delle frontiere. Tuttavia, l’esperienza degli ultimi anni in Bosnia dimostra che le principali potenze imperialiste non sono molto entusiaste dell’idea di intervenire con le truppe. È una questione di "Dopo di lei! Ma no, dopo di lei!" Washington preferisce passare la patata bollente alla Francia e alla Gran Bretagna, le quali preferiscono lanciarla agli italiani ed ai greci, che hanno un interesse diretto nella zona. Ma questi ultimi non sono per niente entusiasti di fronte a questa prospettiva. Chi conosce un po’ la storia sa che solo nell’ultimo mezzo secolo circa il governo centrale di Tirana è riuscito a stabilire il suo controllo su tutti i villaggi. Ora che la popolazione è armata chi la disarmerà?

 


La borghesia italiana, che in passato ha tenuto l’Albania come colonia e che ancora ha ambizioni di usarla come porta per entrare nei Balcani, ha considerato l’idea di un intervento (per motivi "umanitari", ovviamente) ma ha paura delle conseguenze. La rivoluzione albanese è troppo vicina. Data la profonda crisi sociale nell’Italia meridionale, è alquanto probabile che l’esempio albanese darà idee ai lavoratori del meridione. La classe dominante italiana teme che potrebbe trovarsi ad affrontare una situazione simile nel futuro, come rivela il seguente rapporto che c’è arrivato dall’Italia:

 


"C’è una simpatia sottostante tra i lavoratori verso i "ribelli" malgrado la propaganda borghese che tenta di dipingerli come "bande criminali", ecc. Abbiamo sentito commenti del tipo "Qualcosa di simile succederà qui se la situazione non cambia, particolarmente al Sud". da poco c’è stata una manifestazione sindacale contro la disoccupazione organizzata a Napoli, dove la polizia ha caricato i manifestanti."

 


Un tentativo di intervento militare in Albania incontrerà la resistenza della classe operaia italiana. Qui non stiamo nel 1939! Tutta la situazione in Albania, un paese dove il territorio e le tradizioni ed il temperamento del popolo sono tali che un intervento provocherebbe una guerra di guerriglia protratta nel tempo. Ci sarebbero molti morti. Questo in sé potrebbe provocare una situazione rivoluzionaria in Italia.

 


Lo stesso vale per la Grecia. C’è stata una serie di articoli nella stampa occidentale che spiegano che la classe dominante greca si sta preparando per un intervento armato in Albania:

 


"Secondo una fonte di ieri, anche il governo di Atene starebbe preparando i suoi piani per un intervento se la minoranza greca nel sud, controllato dai ribelli, dovesse essere seriamente minacciata dai carri armati di Berisha." (The Daily Telegraph, 5.3.97).

 


Tuttavia, neanche per Atene sarà facile intervenire. La classe operaia albanese ha simpatie per la rivoluzione albanese, nonostante la valanga di propaganda anti-albanese. Per la prima volta ci sono state manifestazioni congiunte tra lavoratori greci ed albanesi ad Atene. Non sarà facile per la classe dominante greca invadere l’Albania, sebbene una parte di essa chiaramente lo vorrebbe fare. Ma la loro propaganda sulla minoranza greca nel sud dell’Albania non ha nessun effetto, perché i greci dell’Albania sono stati nell’avanguardia dell’insurrezione, una cosa che Berisha ha tentato di sfruttare (anche qui senza successo).

 


"La rivolta, infatti, si è trasferita verso il sud, nelle zone abitate soprattutto dalla minoranza greca. In una comunicazione telefonica, il presidente dell’ "Omonia", l’organizzazione della minoranza greca, Jorgos Lampavitiadis, non ha nascosto la sua preoccupazione: "Ci troviamo di fronte ad una guerra civile. Non c’è governo dalle nostre parti. Non c’è polizia, né esercito, mentre gli agenti dei servizi segreti sono scappati verso il nord". Intanto una dopo l’altra intere città e villaggi cadono nelle mani dei manifestanti armati... la gente non intimorita nemmeno dall’ultimatum del presidente albanese, si dichiara pronta a marciare verso Tirana... Nella città di Agi Saranta i dimostranti hanno conquistato una base marina. In serata due navi da guerra giravano nel porto sparando in aria con mitragliatrici." (Il Manifesto, 4.3.97).

 


The Times (3.3.97) è stato ancora più esplicito sul ruolo dei greci albanesi nell’insurrezione:

 


"Al sud, membri della minoranza greca dell’Albania, che ha un peso significativo a Valona, stanno in prima linea nell’opposizione combattiva, ed alcuni rappresentanti del governo sono dell’opinione che elementi della minoranza greca partecipano ad una rete politica clandestina che ha fornito armi rubate ai manifestanti."

 


Come sempre, una rivoluzione mette da parte il veleno degli odii e dello sciovinismo nazionali. Questa è la strada per sradicare l’incubo dei conflitti etnici nei Balcani una volta per sempre: su basi rivoluzionarie, internazionaliste e di classe. Un appello internazionalista agli operai ed ai contadini della Serbia, Croazia, Bulgaria e soprattutto della Grecia avrebbe un effetto fortissimo e scuoterebbe tutto il sistema capitalista nell’area. Washington è particolarmente preoccupata per gli effetti della rivoluzione albanese sulle regioni confinanti del Kosovo e della Macedonia, dove ci sono importanti popolazioni albanesi.

 


Mentre scriviamo queste righe stanno arrivando voci che Berisha sia fuggito dal paese, e che i dirigenti del Partito Socialista stiano partecipando a delle discussioni su una nave da guerra italiana e chiedono l’intervento di "potenze europee amiche" per rimettere l’ordine. Che siano vere o no queste voci è chiaro che Berisha è finito. Se non abbandona il paese potrebbe fare la fine di Mussolini, appeso ad una fune. Mentre gli imperialisti stanno aspettando che i dirigenti del Partito Socialista gli tirano fuori le castagne dal fuoco. Senza dubbio questi ultimi sarebbero disponibili a collaborare, ma non è affatto chiaro se sono nella posizione di farlo. Ricordiamoci che nell’Ungheria nel 1956, il governo "riformista" di Imre Nagy in realtà rimase sospeso in aria. Aveva il potere solo nominalmente, mentre il vero potere stava nelle piazze.

 


I dirigenti ex-stalinisti sono in grado di controllare il movimento? È apparso un interessante articolo sul Corriere della Sera (6.3.97) sotto il titolo ‘Il professore liberale che guida gli ex comunisti: "Governo di tutti"’. Vi leggiamo:

 


"Sali Berisha è stato comunista per tutta la vita, il leader dell’opposizione ex comunista non ha mai avuto in tasca la tessera del regime e ha aderito al partito soltanto un anno fa...

 


"Ma il leader socialista è oggi un uomo stimato nelle ambasciate occidentali, considerato una persona perbene con la quale si può dialogare. E anche all’interno del partito sono in tanti ormai a trovarsi schierati sulle sue posizioni moderate e "socialdemocratiche". Anche se devono convivere, in un difficile compromesso, con le frange più legate al passato.

 


"Mejdani ammette di non avere un’influenza diretta sui rivoltosi, a conferma che la situazione è sfuggita di mano a tutti, tanto al governo quanto all’opposizione... "Le strutture organizzative del nostro partito al sud sono state distrutte, nelle settimane precedenti erano stati arrestati quasi tutti i segretari locali. Non abbiamo più possibilità di coordinamento"."

 


Un recente rapporto del Financial Times (12/3/97) chiarisce anche meglio lo stesso punto, citando le parole di un leader dell’opposizione:

 


""Noi politici stiamo chiacchierando ma non rappresentiamo i ribelli" ha detto Perikly Teta, un ex ministro della difesa e dirigente dell’alleanza democratica di opposizione…"

 


Di fronte a una imminente caduta, la cricca al potere ha passato il governo al Partito Socialista. Tuttavia, il primo atto del nuovo governo ad interim è stata la richiesta di un intervento militare estero e una riunione d’urgenza del consiglio di sicurezza dell’Onu. The Independent (14/3/97) ha commentato ironicamente; "Potrebbe rivelarsi uno dei governi più brevi della storia. Ieri a mezzogiorno, Bashkim Fino è stato nominato il nuovo premier albanese alla testa di un esecutivo d’emergenza di tutti i partiti; ma anche prima che questa compagine ministeriale prendesse ufficialmente le consegne, la loro autorità era stata fatta a pezzi."

 


Nonostante la politica vile dei dirigenti socialisti, il vero potere rimane nelle mani de popolo armato che, come i comunardi francesi, hanno "dato l’assalto al cielo". Non è escluso che possano prendere il potere anche senza una direzione. Ma il problema sarebbe che cosa succede dopo. Il principale argomento di tutta la propaganda occidentale è lo spettro del "caos" rinforzato dalle immagini televisive di cittadini tedeschi e italiani terrorizzati che scappano in elicottero, in scene che anche ai commentatori borghesi ricordano l’evacuazione di Saigon alla fine della guerra del Vietnam (un’analogia che li spaventa!). Sembra che gli elicotteri tedeschi siano stati colpiti da uomini armati non identificati. Chi sono questi, Quali forze possono avere un interesse a dare un pretesto per l’intervento straniero? Quando si cerca il colpevole di un delitto, la scoperta del movente è una parte importante del procedimento di accusa. La risposta è chiara. Solo i disperati rappresentanti di un regime moribondo che si sentono già il cappio al collo possono avere un simile interesse.

 


Negli ultimi giorni, è chiaro che il regime sta crollando. Tirana è piena di armi. Pullman pieni di soldati hanno rotto il coprifuoco, circolando per le strade armati gridando: "Valona! Valona!". Il nord che doveva essere fedele a Berisha, si è sollevato e armato. Ma il regime ancora non vuole cedere e morire. Il mostro è ferito a morte, ma respira ancora. le centinaia di agenti segreti con le mani insanguinate capiscono che la vittoria dell’insurrezione significa probabilmente processi e fucilazioni. La tradizione di faida armata è molto antica in Albania. Ma ancora più importante di questa tradizione è il forte desiderio nel cuore del popolo di giustizia e vendetta. Vendetta per i morti, per quelli bastonati, per il furto, per le umiliazioni, per la schiavitù e non solo del passato recente. I criminali tremano dalla paura ma si mettono insieme in un ultimo disperato tentativo di autodifesa, che necessariamente implica passare all’offensiva, per fermare il cammino della rivoluzione, sabotarla con ogni mezzo a propria disposizione.

 


Improvvisamente a Tirana regna l’anarchia. Le prigioni vengono aperte e svuotate dei prigionieri. Chi le ha aperte? I ribelli? È una possibilità. La gente considera che la maggior parte se non tutti i prigionieri sono vittime come loro di un regime ingiusto. Apriamo le porte! Diamogli la libertà! Certo, è possibile. Ma non è l’unica spiegazione. Di fronte alla possibilità di un’immediata eliminazione, i dirigenti della Shik hanno ancora qualche carta nascosta. L’Occidente teme l’anarchia? Allora diamogliene in abbondanza! Questo spaventerà anche molti albanesi e li convincerà della necessità della legge e dell’ordine. È molto semplice per un agente in borghese incitare una folla di poveracci a saccheggiare negozi, appiccare incendi e fare casino. Che accada qualcosa del genere non sorprende. Ma il livello a cui ciò accade suggerisce che altre forze nascoste sono a lavoro. Come nell’ottobre 1917, la Okhrana zarista spingeva strati arretrati della popolazione ad assaltare i negozi di liquori e le cantine dell’aristocrazia in modo da far finire la rivoluzione nel caos e nella vodka.

 


L’attacco ai profughi in fuga all’aeroporto è chiaramente l’opera di provocatori, come è vero per la maggior parte della confusione a Tirana. Allo stesso tempo, agenti della Shik in borghese (non osano più girare in uniforme) hanno preso il centro di Tirana con carri armati e blindati. Berisha è scomparso dalla scena e nessuno sa se abbia o meno lasciato il Paese. Il governo sembra stia offrendo un salario di tre volte il salario medio a chiunque aiuti a disarmare i ribelli. Ma, considerando il rischio per la vita, questo non può essere veramente considerato un buon affare. Cercano di mettere insieme quello che rimane dei propri sostenitori e cercano anche di organizzare manifestazioni pro-governative. Ma tutto questo è solo spettacolo. La loro unica vera speranza è l’intervento estero, che cercano di provocare creando diversi incidenti, tutti riportati dalla stampa occidentale come prove della "anarchia".

 


In uno sviluppo sinistro, Berisha ha paventato la divisione dell’Albania, e sta cercando di sfruttare la divisione tra nord e sud. Le sue accuse di "interferenze straniere" sono chiaramente dirette contro la minoranza greca del sud, che gioca un ruolo attivo nell’insurrezione. Berisha vuole creare l’impressione che dietro alla rivolta ci sia la mano invisibile di Atene, sfruttando così l’antico atteggiamento di sospetto degli albanesi verso il loro forte vicino del sud. Questa è un’idiozia naturalmente. Alla borghesia greca non dispiace pescare in acque turbolenti per aumentare la propria posizione di grande potenza nei Balcani, ma è terrorizzata dallo spettro della rivoluzione e della popolazione armata. Tuttavia, a meno che rivoluzione albanese non acquisti un programma cosciente di classe, esiste il pericolo che una spaccatura si apra tra nord e sud, incoraggiata deliberatamente dalla cricca reazionaria di Berisha. Le sanguinose provocazioni della Shik saranno usate per fomentare ogni tipo di divisioni, che potrebbero, se non bloccate, portare ad una situazione tragica. Mentre gli imperialisti non vorrebbero esattamente questo, tale soluzione sarebbe per loto infinitamente meglio di una vittoria della rivoluzione operaia. Il caos e il bagno di sangue che ne seguirebbe (istigato apertamente dalla controrivoluzione) verrebbe allora utilizzato nei media occidentali per preparare l’opinione pubblica per un intervento militare, per ragioni strettamente "umanitarie", si capisce.

 


Mentre la Shik provoca il massimo caos a Tirana, le forze insurrezionali nel sud si sono unite nel Comitato nazionale per la salvezza e la democrazia, composto da rappresentanti di Valona, Saranda, Tepelene, Delvine, Berat e Kucove, ovvero tutte le principali città nell’area controllata dai ribelli. Rivendicano l’immediata ed incondizionata dimissione di Berisha, un governo di coalizione ed elezioni nel prossimo futuro. Queste sono rivendicazioni che possono andare bene a qualsiasi democratico. Ma non sono sufficienti per costituire un programma coerente per risolvere i problemi immediati della popolazione albanese. Solo un programma socialista democratico può farlo. Questo significa la ricostruzione radicale della società, l’espropriazione dei capitalisti mafiosi e dei banchieri, la creazione di una vera democrazia operaia basata sui quattro punti di Lenin:

 


1) elezioni libere e democratiche


2) diritto di revoca di tutti i funzionari statali


3) nessun privilegio! nessun funzionario deve ricevere un salario maggiore di un operaio specializzato


4) eliminazione della Shik e di tutti gli apparati repressivi. Nessun esercito indipendente ma il popolo armata!

 


Con un programma del genere si può cominciare a ricostruire l’Albania sotto il controllo democratico e la gestione della classe operaia. A ciò va aggiunto un programma internazionalista che faccia appello al sostegno dei popoli oppressi del resto dei Balcani con la parola d’ordine di una federazione socialista dei Balcani. Questo è l’unico modo per sconfiggere il pericolo di un intervento e guadagnare l’appoggio attivo e la solidarietà dei lavoratori in Grecia, Serbia, Croazia, Bosnia, Macedonia e Bulgaria. Una volta che il potere sarà nelle mani dei lavoratori e dei contadini, sarà possibile giungere a un accordo amichevole su tutti i vecchi problemi che hanno seminato per lungo tempo odio tra i popoli e hanno impedito che vivessero felicemente insieme.

 


Questo è l’unico programma possibile per il successo della rivoluzione albanese. Tutto il resto è solo un miraggio. Armati con tale programma, la vittoria è assicurata. Ma qui dobbiamo avvertire di una cosa. In assenza di un chiaro programma di classe, rivoluzionario e internazionalista, può finire in un incubo. le masse hanno fatto di tutto. Hanno mostrato a tutto il mondo che niente è impossibile, una volta che la classe operaia e tutti gli oppressi si uniscono per combattere per la propria emancipazione. Qualunque cosa accada questo è stato un esempio glorioso che non sarà mai dimenticato. Ma da solo l’eroismo e la volontà di combattere per la libertà non bastano a garantirsi il successo. Senza un programma chiaro quello che si è ottenuto può facilmente andare perso. I nemici del popolo, essendo stati sconfitti con la forza delle armi, ricorreranno ai sotterfugi per riprendere il potere. Faranno quello che fanno sempre. Spingeranno avanti politici riformisti che hanno la fiducia del popolo. Apriranno le prigioni e rilasceranno Fatos Nano, una vittima del vecchio regime, nella speranza che andrà bene alle masse. È come nel 1956 quando fecero Imre Nagy primo ministro ungherese, dopo che le masse avevano già conquistato il potere.

 


Se i dirigenti del Partito Socialista fossero realmente socialisti, ovviamente non ci sarebbe problema. Basterebbe una parola per portare a termine una trasformazione pacifica della società. Ma tutte le loro dichiarazioni indicano che hanno capitolato al capitalismo. Su questa strada non ci sono che disastri per il popolo. Entro un certo lasso di tempo ci sarebbero nuove crisi e convulsioni, anche maggiori di quelle viste finora. Inoltre, se i socialisti non ripuliscono lo stato da cima a fondo ci saranno continue cospirazioni e provocazioni organizzate dai sostenitori del vecchio regime e dai nemici della democrazia. La vera democrazia può essere conquistata solo in un modo: la classe operaia deve prendere il potere nelle sue mani. Se non succede, il pericolo del caos che la stampa borghese minaccia di continuo diverrà una realtà. L’Albania è effettivamente minacciata da un caos terribile, come risultato dei crimini del capitalismo e dell’imperialismo. Per evitare che questo accada, è necessario portare la rivoluzione fino in fondo. le mezze misure non basteranno.

 


Considerazioni geopolitiche rendono impossibile per l’imperialismo rimanere con le mani in mano. Al momento, sono terrorizzati dall’idea di intervenire contro un intero popolo in armi. Non hanno alternativa se non aspettare e vedere quello che succede. Ma questo non può durare. La paura di ripercussioni nel Kosovo e in Macedonia, e l’impatto complessivo della rivoluzione li costringerà ad agire. Useranno probabilmente l’esercito greco e forse anche italiano per attaccare ("ripristinare l’ordine e la legge" e naturalmente gli "aiuti umanitari"). La montagna di propaganda che accusa gli insorti di essere criminali e mafiosi, la propaganda greca sulla necessità di difendere la minoranza greca nel sud dell’Albania (Epiro) è una parte del tentativo di preparare psicologicamente l’opinione pubblica per un possibile intervento militare. Ma come questo dovrebbe svilupparsi concretamente non è chiaro.

 


Le dichiarazioni della Nato e di tutti i governi imperialisti fanno capire che la prospettiva di intervenire in Albania li terrorizza. Il dissidio tra di loro crea situazioni comiche. I portavoce della Nato hanno dichiarato che, per ora, non ha senso intervenire. In una riunione ovviamente nervosa e confusa dei ministri degli esteri dell’Ue hanno discusso l’idea di una "piccola forza di polizia"(!). I ribelli che hanno appena distrutto l’esercito, la marina e l’aviazione abanesi, e che hanno enormi scorte di mitra, bazooka e cannoni antiaereo, tremeranno dalla testa ai piedi di fronte a tale prospettiva! Il ministro degli esteri britannico Malcolm Rifkind, tuttavia, ha pensato che anche questa proposta è eccessiva. Ha suggerito che l’intervento si limiti a mandare "consiglieri militari" per istruire il governo di Tirana su come disarmare la popolazione. Ma si sa che gli inglesi sono sempre stati noti per il loro senso dell’umorismo.

 


In pratica sono impotenti e lo sanno. Ma la situazione può cambiare. Aspetteranno probabilmente un po’ nella speranza che i dirigenti socialisti siano in grado di contenere la situazione. Ma alla fine saranno costretti ad intervenire. L’Albania è un paese adatto alla guerriglia. Il popolo albanese ha combattuto l’occupazione straniera per secoli e non accetterà la sottomissione senza una lotta strenua. Una guerriglia in Albania sarebbe sanguinosa e lunga. Avrebbe forti conseguenze in tutta l’area, a partire dalla Grecia e dall’Italia.

 


È necessario per ogni lavoratore che riflette, meditare sul significato degli eventi in Albania. Dobbiamo squarciare il velo di nebbia della propaganda menzognera e delle disinformazioni e distinguere tra i caratteri essenziali e secondari della situazione. Siamo testimoni di un profondo mutamento nella situazione mondiale. Mentre la rivoluzione si stava svolgendo in Albania, un altro esercito ribelle stava avanzando per distruggere l’odiato governo di Mobutu in Zaire. Né i mercenari stranieri né gli intrighi dell’imperialismo francese possono fermarli. In America Latina abbiamo visto negli ultimi mesi movimenti rivoluzionari in Ecuador e in Colombia. Anche in Russia le intollerabili condizioni conseguenza del cammino verso il capitalismo stanno creando una situazione esplosiva. Questo è ciò che spaventa gli imperialisti più di ogni altra cosa.

 


Gli avvenimenti in Albania mostrano le inesauribili riserve di energia e potenziale rivoluzionario che ci sono nelle masse. Ma mostrano anche i limiti di un movimento puramente spontaneo senza una direzione cosciente. L’obiettivo di costruire tale direzione non può essere lasciato a quando le masse già si muovono. Deve essere preparato pazientemente per anni e anche decenni prima. Una volta che la rivoluzione comincia, ogni opportunità persa è persa per sempre e la situazione cambia rapidamente da un giorno all’altro e perfino ogni ora. È una tragedia per la rivoluzione albanese che nel momento decisivo una tale direzione non esistesse. Il movimento potrebbe pagare un prezzo terribile per questo fattore mancante. Ma almeno al momento l’onda della rivoluzione spinge tutto avanti. Che splendida conferma delle idee del marxismo!

 


In precedenti documenti, abbiamo sottolineato che, come risultato di contraddizioni insanabili causate dal movimento verso il capitalismo, ci poteva essere uno scenario da Comune di Parigi in Russia. Molti dubitavano che questo fosse possibile. Ora si dimostra corretto. Quello che succede oggi in Albania potrebbe succedere domani in Russia. Dobbiamo prepararci per nuovi rapidi cambiamenti e svolte profonde nella situazione. È chiaro che tutti i lavoratori e i giovani devono difendere la rivoluzione albanese. Segnala un nuovo risveglio rivoluzionario in Europa. I lavoratori e i contadini albanesi hanno scritto il primo capitolo. Chi scriverà l’ultimo?

 

Londra, 16 marzo 1997

 

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