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Con un’operazione militare rapida e indolore l’esercito macedone avrebbe liquidato, negli ultimi giorni di marzo, il problema dell’"estremismo armato" albanese, che, a partire dalla fine di gennaio, aveva creato tutta una serie di grattacapi alla Macedonia nell’area adiacente al confine con il Kosovo. La cacciata di alcune centinaia di terroristi legati all’Uck al di là della frontiera contesa, tuttavia, non risolve uno solo dei problemi di una Repubblica le cui contraddizioni non fanno che riflettere il caos dell’intera Europa sud-orientale: l’instabilità macedone, da più di un secolo, riassume i temi fondamentali dell’intricata questione balcanica.

La nuova crisi è esplosa il 4 marzo con l’uccisione di tre soldati macedoni presso il villaggio di Tanusevci, situato presso il confine settentrionale della Repubbli-ca, a ridosso del Kosovo: si tratta di un’area abitata a maggioranza da popolazioni di origine albanese, dove da tempo agiscono gruppi di guerriglieri affiliati all’Uck.

Le statistiche sulla consistenza dell’etnia albanese sono estremamente incerte: gli ultimi dati ufficiali, risalenti al ’91, la quantificano nel 25% della popolazione, ma altre fonti parlano di 600mila persone, quasi un terzo dei due milioni di macedoni.

La composizione multietnica caratterizza da sempre la regione, presso la quale non convivono esclusivamente macedoni e albanesi, ma anche serbi, rom e greci: tale composizione in questi ultimi anni si è riflettuta nella natura delle coalizioni governative che si sono succedute alla guida del paese, basate sull’accordo fra le élite politiche moderate macedoni e albanesi Si è trattato di una pratica consociativa fra i notabili delle due etnie principali che non ha fatto altro che coprire la totale subordinazione alla Nato delle politiche di un paese ridotto al rango di un protettorato. Non a caso nel ’93 il primo contingente militare americano insediato nella ex-Jugoslavia si acquartierò proprio in Macedonia.

La subalternità dei presidenti macedoni (il socialdemocratico Gligorov prima, il nazionalista Trajkovski poi) di fronte alle intrusioni occidentali ha ripetutamente evidenziato la debolezza di uno Stato del tutto impotente di fronte alla propria disgregazione interna. Dal ’91 al ’95 l’economia macedone è infatti crollata con riduzioni annuali di circa il 9-10% del PIL, ed oggi essa può "vantare" una disoccupazione pari al 40% della popolazione. Il disastro sociale provocato dalla separazione dalla Jugoslavia e dallo smantellamento dell’economia pianificata ha arrecato danni enormi ad una regione che, anche all’interno della "vecchia" Federazione, rappresentava una delle aree con maggiori difficoltà.

Il miraggio della Grande Albania

L’arretramento degli anni ’90 non ha risparmiato la minoranza albanese, insediata innanzitutto nelle campagne povere del Nord del paese: la disoccupazione colpisce oggi il 60% dei suoi appartenenti, condannati pure dal basso livello di alfabetizzazione, aggravato dall’impossibilità di accedere ad un’istruzione superiore bilingue legalmente riconosciuta dalle autorità di Skopje. Unico sbocco rimane l’economia sommersa e il contrabbando. L’estremo disagio in cui versa la minoranza (denunciato da due grandi cortei convocati a marzo dalle forze politiche albanesi) deve aver convinto alcuni settori particolarmente disagiati della gioventù ad unirsi alle truppe irregolari dell’Uck: il miraggio nazionalista della Grande Illiria, progetto agitato dai guerriglieri che prevede l’unificazione degli Albanesi del Kosovo, della Serbia meridionale, del Montenegro orientale e della Macedonia settentrionale con i loro fratelli di quella che oggi considerano la "piccola" Albania, ha garantito alla milizia albanese il sostegno attivo di gruppi autoctoni, in grado di alimentare la guerriglia fino almeno alla controffensiva macedone di fine marzo.

Per la riuscita di quest’ultima decisivo è stato l’appoggio attivo delle forze Nato: il segretario generale dell’Alleanza Robertson non ha mai nascosto il processo di rafforzamento della cooperazione militare con la Macedonia, presso la quale, d’altra parte, i militari stranieri stanziati erano già migliaia.

Non sono state solo le potenze occidentali ad interessarsi della tenuta militare della repubblica macedone (la Germania ha prontamente inviato 400 soldati, l’Italia 200): l’Ucraina ha venduto alla Macedonia quattro elicotteri, la Grecia ne ha promessi altrettanti, mentre la Bulgaria ha offerto il proprio territorio per il transito delle truppe Nato, in caso di acutizzazione della crisi. Il risultato di tale concorso di forze non si è fatto attendere: la controffensiva che il governo ha fatto scattare il 25 marzo ha costretto le forze dell’Uck a ritirarsi immediatamente dalle colline a Nord di Tetovo, (dove si erano asserragliati) verso il Kosovo.

La Nato e L’Uck

I militari della Kfor non hanno disturbato la ritirata: gli alti comandi della Nato, infatti, pur conoscendo ad uno ad uno i dirigenti della guerriglia, non intendono ingaggiare con essa uno scontro frontale, per il timore che i propri uomini diventino il bersaglio degli estremisti albanesi, dotati di una pericolosissima mobilità all’interno dell’area in questione. La tolleranza della Nato verso l’Uck è però cosa ben diversa dall’aperta solidarietà che la milizia albanese ricevette due anni orsono, in occasione dei bombardamenti alla Jugoslavia: la recente vittoria in Serbia della democrazia filo-imperialista di Kostunica e Dijndijc ha trasformato, agli occhi dell’Occidente, il governo jugoslavo in un fattore di stabilità all’interno dello scacchiere balcanico, meritevole e di appoggio finanziario (all’inizio di aprile, dopo l’arresto di Milosevic, sono stati sbloccati prestiti per più di 300 milioni di dollari) e di riconoscimento militare (alle truppe jugoslave è stato consentito di ritornare a presidiare la zona-cuscinetto al confine con la Macedonia). L’Uck, viceversa, sta procurando fastidi alla Nato, la quale, pur non intendendo buttare al vento il legame costruito in questi anni, ha impartito alla guerriglia albanese, nelle ultime settimane, non poche lezioni. La normalizzazione avvenuta in Serbia ha perciò indebolito innanzitutto il nazionalismo albanese, che come pedina della Nato non vale più molto.

L’aver affidato le sorti della loro autodeterminazione all’arbitrio delle grandi potenze (e agli attentati di un gruppo di miliziani prezzolati) è stato un errore di cui le popolazioni albanesi non smetteranno mai di pentirsi: la storia balcanica, d’altra parte, è ricca di errori simili, ed è solo una singolare coincidenza che nel 1912 Trotskij si esprimesse nei confronti dei nazionalisti macedoni in questi termini: "la coscienza dell’impossibilità di riuscire a decidere il destino della Macedonia con le proprie forze, obbliga i Macedoni a occuparsi empiricamente delle ambizioni di potenze grandi e piccole, e a scegliere ogni volta la linea di minor sforzo. Questi cospiratori sono di casa nei consolati e nelle ambasciate almeno quanto lo sono sulle montagne, fra i combattenti di professione".

Negli anni ’90 il dramma delle popolazioni balcaniche è stato proprio il continuo interferire delle diplomazie straniere sul loro destino: gli intrighi con i quali gli Stati Uniti e l’Europa hanno smembrato la ex-Jugoslavia, giovandosi ora di questa, ora di quella rivendicazione nazionale, l’hanno fatta ripiombare in uno stato di prostrazione che non può che ricordare la devastazione cui la condannarono le guerre balcaniche del 1912-13: allora la contesa si scatenò proprio attorno alla Macedonia, che la Lega balcanica riuscì a strappare all’Impero ottomano ma che subito dopo scatenò una lite furiosa fra la Bulgaria da un lato e la Serbia, il Montenegro e la Grecia dall’altro. Dopo mesi e mesi di massacri fu fra Londra, Vienna e Mosca che si ridisegnò la cartina della regione, lasciando alle popolazioni locali solo miseria e distruzione.

La Macedonia torna oggi al centro delle interessate attenzioni di numerose consorterie diplomatiche: la sua centralità geografica, che la mette all’incrocio dei principali collegamenti dell’area balcanica, le conferisce da sempre una centralità strategica che nessuna potenza può permettersi d’ignorare: il problema è che fino a che le prospettive per queste terre continueranno a tracciarle i governi occidentali in combutta con i loro corrotti curatori d’interessi locali (e magari pure con la copertura della nostra opinione pubblica progressista), per le popolazioni balcaniche l’emancipazione è destinata a rimanere una tragica illusione.

In dieci anni di restaurazione capitalista hanno aggravato la crisi di una regione sulle cui difficoltà c’è una corsa sfrenata alla speculazione. Tale restaurazione ha impresso un’accelerazione al processo di disgregazione dei Balcani su linee etniche artificiali: è proprio questa frantumazione l’ipoteca più pesante che grava sul destino dell’Europa sud-orientale, oggi come all’inizio del ‘900: "Le difficoltà nelle quali si dibattono i popoli balcanici –spiegò Trotskij- non sono determinate dalla mappa etnografica della penisola o, perlomeno, non lo sono in modo diretto. La causa va ricercata piuttosto nell’attivismo egoistico della diplomazia europea (e americana, aggiungiamo oggi). Essa ha ritagliato i Balcani in parti separate, artificialmente isolate, che si neutralizzano e si paralizzano in reciproci conflitti (…) I veri giocatori incombono dall’alto e, quando il gioco prende una piega sfavorevole ai loro interessi, agitano minacciosamente sopra la scacchiera il pugno armato".

Agli internazionalisti, oggi come allora, spetta innanzitutto il compito di smascherare i giocatori di questa partita vergognosa.

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