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Vittoria di una "democrazia" filoimperialista

La caduta di Milosevic è stata accolta con un entusiasmo veramente commovente da parte della stampa e della Tv occidentali. Il "tiranno", il "nazicomunista" che veniva rovesciato da una pacifica rivoluzione che in soli due giorni, senza vittime, metteva da parte il "nemico pubblico numero 1" dell’occidente e della civiltà.

Indubbiamente quello che è avvenuto a Belgrado è un terremoto politico, che nel giro di tre o quattro giorni ha capovolto una situazione che pareva immobile ormai da anni. Il potere è passato rapidamente, bruscamente e sull’onda di una effettiva mobilitazione di massa, da una mano all’altra. Ma dire questo è ancora non aver detto niente. In quali mani è caduto il potere? Quali forze sociali rappresenta il cartello delle opposizioni guidato da Kostunica? E quali saranno gli effetti in Jugoslavia e nei Balcani? A queste domande è pure necessario rispondere.

La campagna elettorale in Jugoslavia ha mostrato l’arroganza senza limiti della Nato, degli Usa e delle potenze europee. Fin da prima che si votasse la Nato ha reso ben chiaro che Milosevic doveva perdere. Il pericolo dei brogli è stato sventolato settimane prima del voto, ma in un modo del tutto peculiare: infatti non sono state chieste garanzie, non sono stati inviati gli immancabili "osservatori" dell’Onu per verificare la regolarità del voto. Niente di tutto questo. Gli Usa hanno inviato invece la loro flotta nell’Adriatico, e pochi giorni prima del voto hanno lanciato una esercitazione in grande stile con prove di sbarco di migliaia di marines in un’isoletta della Croazia. Il popolo jugoslavo è andato a votare avendo ben presente l’ultimatum della Nato: o votate per l’opposizione, e allora toglieremo l’embargo e faremo affluire miliardi di dollari nel paese, oppure votate Milosevic e continueremo ad affamarvi e magari anche ad aggredirvi militarmente.

Detto tutto questo è chiaro che l’opposizione ha ottenuto una chiara maggioranza nelle elezioni. Lo stato d’animo della popolazione è che peggio di così le cose non potevano andare. Per 13 anni Milosevic è riuscito a mantenersi al potere cavalcando l’onda nazionalista da lui stesso suscitata alla fine degli anni ‘80. Ma la Serbia è uscita devastata sotto ogni punto di vista. Tre guerre in un decennio hanno portato a 700mila profughi, alla distruzione dell’economia e a un vicolo cieco per la nazione serba. In passato la Jugoslavia godeva di un livello di vita ragionevole, ma ora questo è solo un ricordo. I bombardamenti della Nato hanno dato il colpo di grazia a un’economia che già prima della guerra del Kosovo vedeva la disoccupazione ufficiale al 25 per cento e un crollo dei salari.

Milosevic e la sua famiglia hanno pilotato un processo di distruzione di quello che rimaneva del settore pubblico dell’economia, cominciando a svendere i pezzi più pregiati. Checché ne dica oggi la stampa occidentale, nel suo regime non vi era nulla di "comunista" o "socialista". Dell’economia nazionalizzata e pianificata non restavano che deboli tracce, mentre settori importanti come le telecomunicazioni o l’energia vedevano avviarsi un processo di privatizzazioni.

Esisteva invece un conflitto per determinare chi dovesse prendersi le spoglie dell’economia serba. Milosevic si è trovato in contraddizione con l’imperialismo occidentale sia perché lo smembramento della Jugoslavia relegava i serbi nel ruolo dei perdenti, sia perché nel processo di privatizzazione dell’economia serba voleva garantire per se e per il settore a lui più vicino una parte significativa della torta, e questo entrava in parziale conflitto con la politica dell’imperialismo di una rapida e completa penetrazione nei Balcani. Le basi di consenso per Milosevic si sono così erose nel corso degli ultimi anni.

Tuttavia la guerra del Kosovo, suscitando nel paese una ondata antiamericana, aveva screditato fortemente tutte le forze politiche dell’opposizione, che venivano giustamente identificate come filoccidentali complici dell’aggressione imperialista.

Personaggi come Zoran Dijndic, sindaco di Belgrado, hanno dovuto fare un passo indietro e lasciare la scena al "pulito, onesto, nazionalista" Vojilsav Kostunica.

L’assalto al Parlamento

Le elezioni hanno messo a nudo la crisi profonda del regime, e anche l’errore di calcolo da parte di Milosevic. Ci sono situazioni, nella storia, nelle quali un regime autocratico, o reazionario, può cadere non come risultato di una rivoluzione, ma semplicemente come effetto della sua decadenza interna e del suo esaurimento. In alcuni casi questo può portare persino alla presa del potere da parte della classe operaia, come accadde in Ungheria nel 1918, quando il regime di Karoly consegnò il potere in mano al partito comunista senza combattere. Un altro esempio fu il crollo della dittatura di Primo de Rivera in Spagna, nel 1930.

Ma se non esiste un movimento operaio forte e organizzato, se i lavoratori non hanno un modo per far valere i propri interessi di classe, inevitabilmente saranno altre forze ad avvantaggiarsi della situazione, e questo è precisamente quanto è accaduto a Belgrado.

Le manifestazioni di massa del 5-6 e 7 ottobre non sarebbero certo state sufficienti a far cadere un governo solido. Ma la mobilitazione di piazza si è trovata di fronte un governo ormai diviso e senza guida.

L’elemento decisivo, tuttavia, è stato lo sciopero generale, che ha cambiato definitivamente i rapporti di forza a sfavore di Milosevic. La classe operaia è stata esitante fino all’ultimo. In passato i lavoratori si erano tenuti distanti dall’opposizione, vedendone il carattere liberale e le connessioni con l’imperialismo.

Questa volta però le cose sono andate diversamente. I lavoratori hanno reagito al tentativo di annullare le elezioni, e lo sciopero, dopo diverse esitazioni e un inizio stentato, ha acquistato la massa critica sufficiente per cambiare la situazione. Particolar-mente nelle province i lavoratori hanno partecipato in modo massiccio, soprattutto nelle miniere.

Significativa la situazione di Kragujevac, sede della fabbrica di automobili Zastava, selvaggiamente bombardata dalla Nato. La lotta per la ricostruzione della Zastava, condotta con mezzi di fortuna dagli operai e dalla popolazione, era stata usata come una bandiera dalla Jul (Sinistra Jugoslava, il partito della moglie di Milosevic) e in qualche modo si presentava la Zastava come un bastione della resistenza anti-Nato e, implicitamente, di appoggio a Milosevic. Il fatto che nella stessa Kragujevac siano scese in piazza 30mila persone in appoggio all’opposizione, deve aver dato molto da pensare ai vertici della polizia e dell’esercito.

Analoga importanza hanno avuto gli scioperi delle miniere, dove si è visto come la polizia non avesse né le forze, né la convinzione e la compattezza per attaccare gli scioperanti.

Gran parte degli scioperanti delle provincie si è riversata su Belgrado tra il 5 e il 6 ottobre, dando luogo alle manifestazioni che hanno portato all’assalto al parlamento e alla Tv. La partecipazione dei lavoratori ha dato al movimento dell’opposizione quel peso sociale che in passato mai aveva raggiunto. Una corrispondenza da Belgrado paragona questo movimento con quello del 1996: "(allora) professionisti, ceto medio e studenti formavano il nucleo centrale del movimento. Piccoli commercianti, scuole, teatri e università rispondevano a questi appelli, ma l’industria non veniva toccata da questi movimenti. (…) Questa volta le cose sono andate molto più in là".

Risultato delle mobilitazioni e degli scioperi è stata la decisione dell’esercito, presa il venerdì 6 novembre, di non intervenire nel conflitto. Nelle stesse ore la polizia è stata di fatto ritirata dalle strade, lasciando via libera ai manifestanti che hanno preso d’assalto il parlamento e poi la sede della Tv, incendiandoli entrambi parzialmente.

In poche ore i piatti della bilancia sono precipitati dalla parte dell’opposizione. Il giornale Politika, in precedenza organo governativo, vinceva la corsa a prosternarsi di fronte ai nuovi padroni, intitolando trionfale "La Serbia sulla via della democrazia" con una gran foto di Kostunica.

Un programma reazionario

L’opposizione ha in realtà raccolto il potere caduto dalle mani di Milosevic. Ci si dice ora che si è trattato di una rivoluzione popolare, improvvisamente la stampa occidentale scopre quanto sono belli gli operai in sciopero (a patto naturalmente che ora rientrino tutti nell’ordine e non si sognino di far valere i propri interessi). Ma per dare un giudizio serio sulla natura di questo movimento, è necessario non limitarsi a guardare la superficie degli avvenimenti, ma guardarne gli esiti, la natura sociale delle forze in campo.

Oggi ci si viene a dire che Kostunica è un "nazionalista", ossia che non sarebbe uno zerbino degli Usa. La realtà è che l’opposizione è stata foraggiata in modo scandaloso dagli Usa per tutti questi anni. Poco importa che Kostunica sia stato personalmente finanziato o no (e ci permettiamo di mantenere tutti i nostri dubbi in proposito). Un articolo del New York Times (20/9/2000) spiega come già prima della guerra gli Usa spendessero 10 milioni di dollari l’anno per sostenere l’opposizione.

"Per l’anno prossimo l’amministrazione richiede 41 milioni di dollari (oltre 82 miliardi di lire!) per aiutare la ‘democratizzazione’ della Serbia".

Il programma dell’opposizione parla da solo. Citiamo dal "Programma della Opposizione democratica di Serbia", capitolo "Il primo anno del nuovo governo": introduzione di un doppio sistema monetario con la legalizzazione del marco tedesco nella circolazione interna, libera entrata di banche straniere "con un’alta reputazione", rapido processo di privatizzazione attraverso investimenti diretti dall’estero, liberalizzazione di tutti i prezzi (ancora oggi una parte dei prezzi dei generi di largo consumo sono sussidiati dallo Stato), liberalizzazione del commercio estero e cancellazione di tutte le quote di import-export, tranne nell’agricoltura. Le privatizzazioni devono essere rapide e verranno rese obbligatorie.

È un programma di colonizzazione e svendita a prezzi di saldo dell’economia serba. A cosa vale, di fronte a questo, parlare di Kostunica come di un "nazionalista"? Il suo ruolo sarà quello di abbellire con qualche frase risonante una politica che, se verrà applicata, avrà conseguenze disastrose per i lavoratori e tutto il popolo serbo

La realtà, per quanto amara, deve essere detta fino in fondo e con chiarezza: la partecipazione di settori di lavoratori, come i minatori, a un movimento completamente egemonizzato da parole d’ordine e formazioni borghesi si può tradurre solo in un disastro.

E già in questi giorni ci sono resoconti che parlano di sedi del partito socialista assalite e distrutte e di violenze antisindacali. Lunedì 9 ottobre la sede del sindacato Samostalni di Kragujevac è stata assalita da un gruppo di squadristi (Liberazione, 11/10/00).

La situazione rimane piena di contraddizioni. Chi oggi racconta la favola di una Serbia che si avvia alla "pacificazione" e alla "democrazia" mente coscientemente, oppure è un illuso della peggiore specie.

Nonostante la vittoria del Dos, non sarà tanto facile ridurre la Serbia a un protettorato Nato sul modello del Kosovo o della Bosnia. Troppo recenti e troppo brucianti sono le ferite lasciate da dieci anni di penetrazione imperialista nella ex Jugoslavia, culminate con la guerra del Kosovo. Il ruolo dell’esercito è stato decisivo nel permettere a Kostunica di giungere al potere, ma il comportamento futuro dei generali e delle forze armate rimane un’incognita, soprattutto se in futuro si assisterà a nuovi tentativi di umiliare apertamente la Jugoslavia. Certo è che l’esercito jugoslavo non è paragonabile agli eserciti fantoccio della Croazia o dell’Albania, armati, riforniti e addestrati dai paesi imperialisti, e da questi dipendenti quasi al 100 per cento.

La caduta di Milosevic aumenterà a dismisura le spinte secessioniste in Kosovo e Montenegro, e all’interno della stessa Serbia, nelle residue zone di popolazione albanese come la valle di Presevo. La Nato e l’Onu non sono oggi interessate ad accelerare la secessione del Kosovo, che avrebbe effetti destabilizzanti a catena in Albania e Macedonia, e premono perché nelle elezioni kosovare che si terranno a fine ottobre prevalgano i "moderati" di entrambe le parti, ma non è affatto detto che riescano a padroneggiare le forze in campo. Nuovi conflitti potrebbero accendersi fra Uck e serbi e anche fra l’Uck e le stesse truppe della Nato, come già è avvenuto in primavera.

Per una politica internazionalista

Ma la lezione fondamentale da trarre è che da questa situazione non può esservi via d’uscita se la classe operaia serba, e quella di tutte le altre nazionalità, non recupera una propria voce indipendente e una propria organizzazione politica. Negli scorsi anni la maggioranza dei lavoratori serbi e delle loro organizzazioni ha sostenuto o perlomeno tollerato Milosevic vedendo giustamente nei leaders dell’opposizione delle marionette dell’imperialismo. Oggi tuttavia Milosevic è al capolinea, e inevitabilmente nelle file dei suoi sostenitori si produrranno profonde divisioni. Una parte dei dirigenti dell’Sps e dei suoi alleati tenterà di saltare sul carro dei vincitori e di ritagliarsi un proprio spazio nel processo di svendita della Serbia alle multinazionali. Non a caso si parla addirittura della possibilità di un governo di coalizione tra il Dos e il Sps (il partito di Milosevic). Un’altra parte tuttavia sarà spinta a cercare un’alternativa a sinistra.

L’opposizione all’imperialismo, alle privatizzazioni e al soggiogamento della Serbia al capitale straniero non può più essere condotta con una politica nazionalista borghese. Tale è stato il tentativo di Milosevic, che ha portato il popolo serbo nell’attuale vicolo cieco.

Le cause di questo fallimento sono profonde. La vecchia burocrazia "socialista" (in realtà stalinista) della Jugoslavia ha abdicato completamente non solo dai compiti socialisti, che in realtà non ha mai portato avanti, ma anche dalla semplice difesa degli interessi nazionali del proprio popolo. Con la svolta dell’89, avviando il tentativo di riciclarsi in una nuova classe capitalista, era inevitabile che si aprisse anche tutta la regione alla penetrazione dell’imperialismo. In Croazia, Slovenia e Bosnia questo è apparso chiaro fin da subito. La Serbia, per i motivi che abbiamo accennato in precedenza, ha seguito un percorso diverso. Tuttavia alla lunga si impone un fatto: non esiste, né nei Balcani né in alcuna altra parte del mondo una "borghesia nazionale" che possa contrapporsi con successo alla penetrazione dell’imperialismo. La lotta contro la restaurazione del capitalismo, la lotta contro la penetrazione militare ed economica delle grandi potenze e la lotta per ricostruire su basi federali una convivenza pacifica tra i popoli balcanici sono oggi tre aspetti indissolubili della stessa lotta. In altre parole, i lavoratori serbi, così come quelli di tutti gli altri paesi della regione, dovranno inevitabilmente lottare per liberarsi della presenza della Nato al tempo stesso in cui lottano contro le borghesie locali, corrotte fino al midollo e incapaci di dare una qualsiasi via d’uscita ai loro popoli che non sia quella del nazionalismo e della subordinazione all’imperialismo.

L’esperienza degli ultimi 10 anni, e ancora di più gli avvenimenti che si preparano, dimostreranno che l’unica possibile base per una nuova e più ampia federazione balcanica sarà una base socialista, e che l’unica politica che può portare a quell’obiettivo è la politica dell’internazionalismo e dell’indipendenza di classe del movimento operaio da tutte le cricche capitaliste che oggi si contendono quanto resta delle spoglie della Jugoslavia.

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