L’aggressione della Nato alla Jugoslavia s - Falcemartello

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Una nuova epoca di barbarie imperialista

L’aggressione della Nato alla Jugoslavia segna una svolta nei rapporti internazionali, non solo nell’area balcanica ma a livello mondiale. Non si possono capire per intero le ragioni di questa guerra se non si guarda allo sfondo, costituito dai grandi mutamenti nello scenario internazionale, agli interessi e agli scontri reciproci delle grandi potenze che tirano i fili delle cento "piccole" guerre che insanguinano il mondo, dal Kosovo al Kurdistan, dall’Africa centrale all’Asia.

Questo conflitto segna la fine di un’epoca: l’epoca della regolazione "pacifica" dei conflitti d’interesse fra le grandi potenze e i loro alleati locali. Inizia un’epoca completamente diversa da quello che era stato il lungo dopoguerra (1945-91).

Per quasi mezzo secolo l’aspetto dominante nei rapporti internazionali è stata la divisione fra Usa e Urss, stabilita dagli accordi di Yalta del 1945. Questa divisione non aveva affatto impedito lo sviluppo di conflitti locali, ma questi erano sempre stati mantenuti entro limiti ben precisi. I conflitti locali (Corea, Cuba, Vietnam, Afghanistan, ecc.) causati da vari fattori e in primo luogo dalle rivoluzioni dei paesi ex coloniali, non misero mai veramente in discussione l’equilibrio a livello mondiale fra Usa e Urss.

Uno degli effetti principali dell’equilibrio di Yalta fu quello di mettere la sordina agli antagonismi fra i principali paesi imperialistici, antagonismi che avevano invece dominato la scena mondiale nella prima metà del secolo portando all’esplosione di due guerre mondiali. Il Giappone, che aveva sfidato gli Usa e le vecchie potenze coloniali nel Pacifico (Gran Bretagna, Olanda) venne ridotto a un "nano" politico e militare, privo di esercito, presidiato da decine di migliaia di soldati americani e di fatto privo di politica estera. L’Europa vedeva un declino generale delle sue ambizioni, in primo luogo della Germania, sconfitta e spartita fra i vincitori, ma anche delle vecchie potenze coloniali francese e britannica, formalmente vincitrici nella guerra, ma in realtà incapaci ormai di una politica indipendente su scala mondiale. Di fronte alla enorme potenza militare dell’Urss, vincitrice della guerra in Europa, i paesi dell’Europa occidentale accettarono l’ombrello nucleare degli Usa e un ridimensionamento drastico delle loro ambizioni.

Così, paradossalmente, un’epoca che si era aperta nel segno della bomba atomica e del pericolo di annientamento nucleare, fu invece un’epoca di relativa "tranquillità" nei rapporti internazionali. Ai fattori già indicati si aggiunse poi il grande boom economico (1948-75) che contribuì grandemente ad attenuare i conflitti, facendo dimenticare l’esperienza delle generazioni precedenti.

A partire dagli anni ’90, con il crollo dell’Urss e la guerra del Golfo, si è aperta una situazione del tutto nuova. I profeti della "globalizzazione" hanno tentato per tutti questi anni di farci credere che con l’apertura sempre crescente delle diverse economie al commercio internazionale si sarebbe entrati in un’epoca di pace, sviluppo economico e democrazia, sia nei singoli paesi che nei rapporti internazionali. La realtà è del tutto diversa: l’epoca in cui stiamo entrando è un’epoca di instabilità economica, crisi sociali e ripresa degli antagonismi internazionali.

La scomparsa del "nemico" sovietico e la crisi economica internazionale stanno mettendo a nudo tutte le contraddizioni, gli appetiti e gli antagonismi che parevano sepolti.

Lenin e l’imperialismo

Nel 1916, analizzando le cause della Prima guerra mondiale, Lenin scrisse il libro L’imperialismo, un libro che oggi meriterebbe di essere studiato attentamente da ogni lavoratore e da ogni comunista. Nel concludere il suo studio, Lenin indicava quelle che secondo lui erano le caratteristiche fondamentali dell’imperialismo, che erano alla base della guerra mondiale. Queste caratteristiche erano:

Concentrazione della produzione e dei capitali, con lo sviluppo di monopoli nei settori chiave della produzione e della finanza.

Fusione del capitale bancario col capitale industriale, formazione di una "oligarchia fionanziaria".

Aumento dell’importanza dell’esportazione di capitali sull’esportazione di merci.

Suddivisione del mercato mondiale fra i grandi gruppi capitalistici.

Ripartizione dell’intero pianeta in colonie e sfere d’influenza fra le grandi potenze.

Chiunque guardi alle condizioni dell’economia contemporanea non può non vedere come questi fenomeni analizzati da Lenin 70 anni fa si siano enormemente sviluppati.

Oggi lo strapotere del capitale finanziario si vede dal fatto che le enormi cifre di danaro che ogni giorno si spostano da un paese all’altro (oltre 1000 miliardi di dollari al giorno) servono solo per il 5% a pagare transazioni reali (merci e servizi), mentre per il restante 95% serve alla speculazione nelle borse, sulle valute, ecc.

Allo stesso modo il livello di concentrazione di capitali cresce senza sosta, come dimostra l’ondata di fusioni a livello internazionale. Il valore delle società implicate in fusioni e acquisizioni è aumentato regolarmente in questo decennio, passando da 410 miliardi di dollari nel 1990, a 950 miliardi nel 1995, a 1500 miliardi nel 1997. Tutti i settori chiave dell’economia mondiale sono dominati da un pugno di aziende, e il processo non si ferma.

Questo gruppo ristretto di capitalisti sfrutta il mondo intero, come dimostrano le seguenti cifre. La concentrazione della ricchezza non solo è sempre più ingiusta fra i diversi paesi, ma anche all’interno dei paesi imperialisti, e in primo luogo degli Usa. Nel 1949 l’1% più ricco della popolazione Usa possedeva il 21% della ricchezza nazionale; nel 1997 questa percentuale era salita al 42%!

"Il capitalismo si è trasformato in un sistema mondiale di oppressione coloniale e di iugulamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione da parte di un pugno di paesi "progrediti" (Lenin, L’imperialismo). Successivamente vedremo come oggi opera questo meccanismo di sfruttamento.

Spartizione del mondo

Unite nello sfruttare i paesi ex-coloniali, le grandi potenze non sono però affatto d’accordo su come il bottino vada suddiviso. Sotto il capitalismo nessun assetto dei rapporti internazionali sarà mai stabile e duraturo; continuamente emergono nuove forze, nuove industrie, nuovi paesi che rimettono in discussione la spartizione dei mercati e delle sfere d’influenza. Proprio per questo i tentativi compiuto in questo secolo, prima con la Società delle Nazioni, poi con l’Onu, di creare organismi mondiali di arbitrato e di gestione dei conflitti sono falliti. Queste organizzazioni non hanno mai difeso i diritti dei popoli, ma non possono neanche regolamentare gli scontri fra i diversi interessi imperialisti, se non in caso di conflitti secondari. L’unica funzione che ha avuto l’Onu è stata quella si abbellire e mascherare la politica delle grandi potenze quando queste si mettono d’accordo fra loro per "mettere in riga" qualche paese scomodo, come fu con la guerra contro l’Irak, e come oggi avviene con la Jugoslavia.

All’inizio del secolo Lenin sottolineò come tutto il pianeta era stato suddiviso in colonie e semicolonie controllate da un pugno di grandi potenze. Da quel momento in poi la gara imperialista di trasformò da una corsa a conquistare nuovi territori in una gara per strapparsi a vicenda le rispettive zone d’influenza. Tutti gli strumenti, dagli accordi commerciali, alla diplimazia, alle guerre vere e proprie, vengono impiegati in questa lotta incessante. Nel corso del ’900 i vecchi imperi coloniali sono scomparsi, grazie a decenni di lotte per l’indipendenza e di movimenti rivoluzionari dei popoli oppressi, ma questo non ha mutato l’essenza dell’imperialismo, cambiando al massimo le forme esterne dello sfruttamento. Sotto il capitalismo, lo sfruttamento dei paesi poveri non deve necessariamente significare una colonizzazione sul modello dei secoli passati. Basti ricordare che gli Usa, che senza dubbio hanno costruiro il più grande impero della storia, non hanno mai posseduto formalmente delle colonie.

Nuovi squilibri

Come abbiamo spiegato in precedenza, nel periodo del dopoguerra gli antagonismo fra le grandi potenze passarono in secondo piano di fronte al conflitto Usa-Urss. Inoltre dopo il 1945 gli Usa godevano di una posizione di predominio incontrastato, sia economico che militare.

Nel corso di questi decenni, tuttavia, i rapporti fra le potenze si sono lentamente modificati. La Germania e il Giappone hanno ricostruito le loro industrie, grazie a un alto tasso di investimenti favorito anche dal fatto di non dover sostenere il peso del bilancio militare. Vicecersa, gli Usa hanno visto un relativo declino del del loro potere economico.

Nel 1945 gli Usa rappresentavano circa il 50% della produzione mondiale e il 75% delle riserve di oro. Oggi la quota del Pil mondiale detenuta dagli Usa è circa del 21%.

La tabella 1 mostra chiaramente come siano mutati i rapporti economici lungo i decenni e in particolare il ritorno sulla scena mondiale del Giappone come potenza economica e finanziaria. La stessa tabella mostra che i paesi ricchi detengono in proporzione una quota superiore del reddito rispetto alla produzione . È questo precisamente quello che Lenin chiamava il "sovrapprofitto", il "dividendo imperialista" strappato con lo sfruttamento dei paesi dipendenti.

Il declino degli Usa, tuttavia, va oltre quanto mostrato da queste cifre. È il declino di una potenza che in molti settori chiave dell’industria ha visto messa in discussione la propria supremazia e che di fatto vive al di sopra dei propri mezzi. Dal 1983 la bilancia commerciale Usa è in deficit permanente, cioè gli Usa importano molto più di quanto esportano. Qeusta continua perdita sul fronte commerciale in qualsiasi altro paese avrebbe già portato a un tracollo della moneta; in Usa questo non avviene precisamente perché essendo il paese dominante, il mondo è ben disposto a prestargli i capitali necessari per continuare a spendere. Così vediamo un continuo afflusso di capitali in Usa, come mostrato nella tabella 2. Le cifre riportate riguardano solo i titoli pubblici, ma il fenomeno ha riguardato allo stesso modo anche i beni immobiliari, le aziende e soprattutto la Borsa di Wall street, che su questa base macina record un anno dopo l’altro.

Commenta l’economista Ravi Batra: "Il deficit da consumi alla lunga può portare alla distruzione dell’economia. È così che prospera l’impero economico americano. In teoria questo processo potrebbe durare per sempre, o almeno questo è ciò che le élite americane sperano e predicano. Ma si tratta chiaramente di una soluzione artificiosa, e questo modello anomalo, in cui il mondo esporta beni in America in cambio di banconote non può andare avanti all’infinito".

Usa, Germania e Giappone

È evidente dalle cifre riportate sopra come in Usa si accumulino le contraddizioni una sopra l’altra. Il carattere speculativo e parassitario del boom americano emergerà in modo drammatico nella prossima recessione.

C’è una contraddizione stridente tra l’indiscussa potenza militare degli Usa, che in questo decennio è giunta al suo massimo storico grazie alla dissoluzione dell’Urss, e le contraddizioni interne ed esterne dell’imperialismo americano.

Come in passato fu per l’impero britannico, l’imperialismo Usa giunge all’apice del suo potere quando già le basi della sua egemonia cominciano a venire meno.

Le difficoltà degli Usa, tuttavia, non significano che esistano altri paesi pronti a prenderne il posto e il ruolo di guida del mondo capitalistico. Si apre quindi una fase di instabilità e di conflitti dalla quale il mondo emerferà trasformato. Negli anni ’80 e ’90 Germania e Giappone erano emersi come potenziali concorrenti degli Usa, e dal munto di vista economico sono senza dubbio la seconda e la terza potenza mondiale. Ma le classi dominanti di questi paesi si sono scontrate con una dura realtà: per giocare un ruolo decisivo sull’arena mondiale non basta una forte crescita economica e un’industria altamente produttiva. Decisivo è anche il volume della propria economia, e la disponibilità di un esercito che possa sostenere le loro ambizioni imperialistiche. I due aspetti sono strettamente collegati; infatti entrambi questi paesi si sono orientati verso la formazione di aree di influenza economica regionale. La Germania ha integrato con successo paesi come la Repubblica ceca, la Polonia, l’Ungheria, la Croazia, mentre il Giappone ha fortemente aumentato i propri scambi commerciali nella regione del Pacifico. Solo su questa strada questi paesi, che non hanno nè la popolazione, né l’estensione territoriale, né le risorse naturali degli Usa possono sperare di competere su scala globale. Ma la creazione di una vera e propria sfera di dominio è impossibile senza un esercito moderno, e ancora più impossibile è intervenire in regioni lontane dove siano in discussione interessi strategici (materie prime, vie di comunicazione, ecc.)

Mancando di questo strumento, i governo di questi paesi sono costretti a fare di necessità virtù e ad accettare la collaborazione militare con gli Usa, per quanto questa possa spesso risultare ingombrante. La domanda è: fino a quando?

La risposta è obbligata: nei prossimi anni è inevitabile una ripresa del riarmo dei questi paesi e la nascita (o rinascita) di altri militarismi accanto a quello Usa.

Le costituzioni dei paesi sconfitti nella seconda guerra mondiale (Italia, Germania e Giappone) li costringevano di fatto a rinunciare ad un vero e proprio esercito in grado di condurre una propria strategia militare, e contenevano il "rifiuto" della guerra come nell’art. 11 della costituzione italiana. Questo non rispecchiava affatto il rifiuto della guerra da parte della classe dominante, ma più semplicemente la posizione di paesi vinti.

Oggi Italia e Germania hanno già nei fatto abolito questi vincoli; in Giappone cresce nella classe dominante l’impazienza e la frustrazione verso la subordinazione diplomatica e militare verso gli Usa. Il primo ministro Obuchi ha dichiarato di non essere disposto ad andare verso quella che lui stesso ha definito un’economia di guerra, ma è inevitabile che questa posizione, che è peraltro portata avanti da un governo estremamente debole e instabile, venga messa sempre più in discussione nei prossimi anni.

Imperialismo, barbarie senza fine

Il ritmo di questi processi dipenderà da molti fattori, sia interni che internazionali, ma la direzione nella quale ci stiamo muovendo non è in discussione. Nel caso della Germania il processo è reso ancora più complicato dalla situazione dell’Unione europea. L’integrazione economica crea le condizioni per una integrazione militare e politica, ma vi sono ancora grandi contraddizioni. Una cosa è certa: la Francia, che in passato ha sempre cercato di "giocare in proprio" ha subìto una sconfitta dopo l’altra della propria politica estera, sia in Africa centrale, dove dal 1994 perde influenza sulle sue ex colonie, sia in Medio oriente, dove il suo vecchio alleato iracheno è ancora sottoposto a embargo, sia nei Balcani, dove la tradizionale alleanza con la Serbia è ora distrutta dall’intervento Nato. Queste difficoltà spingeranno i paeso europei a cercare una maggior collaborazione, e non c’è dubbio che sarebbero anche disposti ad introdurre la Russia nel gioco diplomatico per tentare di riequilibrare lo strapotere Usa.

India, Brasile, Pakistan sono altrettanti paesi che, pur non potendo aspirare a competere a livello mondiale, saranno sempre più spinti sulla strada di politiche aggressive per rispondere alle loro crisi interne, politiche che punteranno a rafforzare il loro ruolo sia per sfuggire alle politiche capestro del Fondo monetario internazionale, sia per alimentare il nazionalismo come valvola di sfogo alle tensioni sociali, sia a cercare mercati e risorse al di là dei propri confini. La corsa al riarmo atomico continua in India e Pakistan, e questo non farà che stimolare politiche analoghe in altri paesi. La Russia uscirà a sua volta trasformata dalla guerra nei Balcani, che alimenterà la reazione contro tutti i settori filo-occidentali e liberali dello schieramento politico, creando enormi difficoltà e Eltsin. La Cina, infine, costituisce una gigantesca incognita sia per gli sviluppi interni, a causa delle enormi contraddizioni sociali e regionali portate dall’introduzione sempre più profonda dell’economia di mercato, sia per il suo ruolo internazionale.

Al di là delle combinazioni diplomatiche e commerciali, un fatto emergerà sempre di più nei prossimi anni: intere zone del pianeta saranno oggetto di una corsa frenetica da parte delle grandi potenze che vorranno accaparrarsene il controllo. Le cinque repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, con le loro enormi risorse energetiche e idriche, il Medio oriente, l’Africa centro meridionale, saranno teatro di interventi diplomatici e militari, di guerre "per procura", volti a conquistare il controllo delle risorse, dei mercati e delle vie di comunicazione.

Lasciato a se stesso il capitalismo precipiterà sempre più nella spirale delle crisi e dei conflitti. Il movimento operaio europeo e mondiale deve tornare ad apprendere le amare lezioni del passato, lezioni che sono state in gran parte dimenticate negli ultimi 50 anni.

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, Rosa Luxemburg ricordava ai lavoratori l’antico avvertimento di Engels: l’alternativa della nostra epoca è tra socialismo e barbarie. Oggi questa alternativa riemerge dalla guerra nei Balcani e dai nuovi rapporti internazionali in modo ancora più drammatico.

Tabella 1

Distribuzione della produzione e del reddito mondiale

(in percentuale sul totale mondiale)

 

 

 

1960

 

1980

 

1994

Paese

Produzione

Reddito

Produzione

Reddito

Produzione

Reddito

Usa

26,8

37,6

21,4

23,3

20,8

26,0

Unione Europea

25,1

23,4

23,0

29,2

20,9

28,7

Giappone

4,4

3,2

7,8

9,1

8,4

18,0

America latina

6,4

4,7

7,7

3,1

6,8

4,9

Cina (*)

4,2

4,5

5,3

3,2

12,5

3,5

(*) inclusa Taiwan e Hong kong

fonte: G. Lafay, Capire la globalizzazione

  

Tabella 2

Afflusso di capitali in Usa

titolo di stato detenuti da soggetti esteri

(miliardi di dollari)

Anno

Valore

1987

273

1990

422

1991

464

1992

508

1993

564

1994

633

1995

729

1996

932

1997

1199

fonte: Ravi Batra, Il crack finanziario 1998-1999