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Dopo la Tunisia un altro avamposto dell’imperialismo italiano è entrato in una convulsa crisi politica. Il 21 gennaio 20mila manifestanti hanno assaltato il palazzo del governo albanese a Tirana.

Ne è seguita una repressione durissima con la Guardia Repubblicana che ha aperto il fuoco sui manifestanti uccidendone tre. Altre centinaia di manifestanti sono stati arrestati nei giorni immediatamente successivi, mentre il governo si è schierato con sollecitazione in difesa dei vertici della polizia, nonostante la Procura di Tirana avesse emesso 6 mandati di cattura nei confronti degli ufficiali della Guardia Repubblicana.

L’ampiezza della partecipazione ai moti del 21 gennaio lascia poco spazio alle argomentazioni di Sali Berisha, capo del governo albanese e leader del Partito democratico di destra, riprese poi anche dalla stampa europea, circa il fatto che non si sarebbe trattato che di un tentativo di colpo di stato eseguito da un pugno di militanti organizzati dal Partito socialista, il principale partito di opposizione.

La realtà è che in Albania la crisi capitalista si configura in un quadro economico, sociale e politico particolarmente intollerabile agli occhi delle masse.

I mercati di esportazione tradizionalmente più importanti per la fragile economia albanese sono l’Italia e la Grecia, entrambi paesi in cui la domanda interna ha subito una contrazione nel corso del 2009 e del 2010. Il Lek, la moneta albanese, è stata fortemente deprezzata, ma le esportazioni non ne hanno comunque tratto beneficio. A tutto ciò si aggiunga poi che il 15% del Pil deriva dalle rimesse degli emigranti in Italia e in Grecia, rimesse che, come in tutti i paesi terre di emigrazione, hanno subito un notevole calo di flusso a causa della crisi. La disoccupazione secondo le stime ufficiali si aggira intorno al 12%, ma il più attendibile World FactBook della Cia sostiene sfiori il 30%.

La corruzione dilaga ad ogni livello dell’economia e dell’apparato dello Stato. In particolare, sotto accusa è il sistema delle tangenti pagate per vincere gli appalti. Un recente sondaggio dell’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale rivela che mediamente il giro di affari delle tangenti si aggira attorno al 10% del valore di una gara.

Un mix micidiale di povertà, disoccupazione e corruzione che per molti aspetti ricorda lo scenario che è alla base della rivolta delle masse tunisine.

Vale la pena ricordare chi è Sali Berisha, già presidente dell’Albania ai tempi del collasso economico del 1996, quando la truffa delle “finanziarie a piramide” saccheggiò i risparmi di una intera popolazione. Allora, la reazione delle masse albanesi fu rabbiosa e portò alla caduta del governo di Berisha e ad una vera e propria crisi rivoluzionaria con la formazione di comitati ed organismi di contropotere, particolarmente nel sud del paese, con una buona parte dell’esercito che passò armi e bagagli con le masse insorte. Allora, Fatos Nano, leader del Ps, invocò l’intervento della cosiddetta “comunità internazionale” che si materializzò nella forma dell’intervento armato dell’imperialismo italiano con l’allora governo Prodi. In particolare, la seconda fase dell’operazione (votata anche dai parlamentari di Rifondazione comunista) era diretta proprio al disarmo dei comitati popolari e alla preparazione delle elezioni che videro trionfare il Partito socialista che fino al 2005 ha proseguito sulla strada delle stesse politiche di privatizzazione e di rapina per poi lasciare nuovamente il potere a Berisha, successivamente riconfermato dalle elezioni del 2009.

Come si nota, dopo la caduta dello stalinismo l’Albania è stata nelle mani delle solite bande e nessun cambiamento sostanziale potrà venire dal Partito Socialista. D’altra parte, benché il Ps avesse convocato la manifestazione del 21 gennaio, l’assalto alle sedi del governo non era assolutamente nelle intenzioni dei leader di partito che subito hanno provato a far rifluire il movimento tenendo a precisare che non erano interessati ad alcuna prova di forza nei confronti di Berisha. Semmai, nei giorni successivi, il leader del Ps, Edi Rama si è prodigato nella solita richiesta di aiuto rivolta alla comunità internazionale e in particolare all’Unione europea.

Nel momento in cui scriviamo, altre mobilitazioni di massa sono in programma. I lavoratori, i giovani e i disoccupati che in questi giorni scendono nelle piazze di Tirana non hanno in mente la necessità di giocarsi le proprie vite per favorire l’avvicendamento dei socialisti ai democratici. Hanno piuttosto di fronte a loro il dramma e la disperazione dettate da condizioni di vita intollerabili e desiderano un rovesciamento e un cambiamento reale. Se la rivoluzione tornerà ad essere la musica del prossimo futuro in Albania, il distillato di esperienze accumulate dalle masse albanesi in questi 15 anni dovrà farsi sentire.

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