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Vittoria di una "democrazia" filoimperialista

La caduta di Milosevic è stata accolta con un entusiasmo veramente commovente da parte della stampa e della Tv occidentali. Il "tiranno", il "nazicomunista" che veniva rovesciato da una pacifica rivoluzione che in soli due giorni, senza vittime, metteva da parte il "nemico pubblico numero 1" dell’occidente e della civiltà.

Indubbiamente quello che è avvenuto a Belgrado è un terremoto politico, che nel giro di tre o quattro giorni ha capovolto una situazione che pareva immobile ormai da anni. Il potere è passato rapidamente, bruscamente e sull’onda di una effettiva mobilitazione di massa, da una mano all’altra. Ma dire questo è ancora non aver detto niente. In quali mani è caduto il potere? Quali forze sociali rappresenta il cartello delle opposizioni guidato da Kostunica? E quali saranno gli effetti in Jugoslavia e nei Balcani? A queste domande è pure necessario rispondere.

Kosovo: un anno di "Pax imperialista"

Un protettorato coloniale sotto il controllo Nato

Dodici mesi fa era in pieno corso la campagna militare della Nato contro la Federazione jugoslava: da allora i fatti, si sono incaricati di smentire la montagna di menzogne che in parte era riuscita a mascherare la sostanza criminale dell’intervento militare nei Balcani. Per festeggiare il primo anniversario della propria campagna di aggressione alla Federazione jugoslava, dal 19 marzo al 10 aprile più di 2000 soldati dell’Alleanza atlantica hanno partecipato a "Dynamic Response 2000", esercitazione militare nel cuore del Kosovo, finalizzata, secondo le parole di un portavoce Nato a "dimostrare la determinazione dell’Alleanza a mantenere un ambiente sicuro per il Kosovo".

Perché i marxisti si oppongono sia a Milosevic che all’"opposizione"

La stampa occidentale ha dato molto spazio al movimento di opposizione in Serbia e non perde occasione per annunciare la caduta imminente del regime di Milosevic. La realtà è piuttosto differente.

Bombe all’Uranio contro la Jugoslavia

Pubblichiamo un estratto di un articolo del redattore della rivista socialista statunitense Socialist Labor. L’articolo è stato scritto in aprile, prima che la Nato ammettesse ufficialmente l’uso dell’uranio impoverito nei propri armamenti.

Quale via d’uscita?

A 70 giorni dall’inizio dei bombardamenti sulla Repubblica jugoslava, con 30mila raid e il massacro di migliaia di civili, nessuno degli obiettivi prefissi dalla Nato è stato raggiunto. L’economia jugoslava è stata praticamente distrutta, ma Milosevic gode tutt’ora dell’appoggio della stragrande maggioranza del popolo serbo. Non si può dire lo stesso per quanto accade fuori dalle frontiere serbe. L’opposizione all’intervento imperialista che ha assunto forme molto radicali in paesi come la Grecia (dove si sono visti scioperi generali e azioni di boicotaggio contro i convogli Nato), in Cina e in Russia, cresce anche in Europa e negli Stati Uniti, come dimostra un recente sondaggio della Gallup, che vede il 47% degli americani opporsi al conflitto e l’82% richiedere una sospensione dei bombardamenti per riprendere i negoziati.

Fuori l’imperialismo dai Balcani

Dopo tre settimane di bombardamenti sulla Jugoslavia nessuno può più avere dubbi sulla falsità delle cosiddette "bombe intelligenti" o degli "obiettivi militari". Ponti, fabbriche, treni, persino le colonne di profughi sono stati bombardati. È evidente che l’obiettivo militare è diventato la Jugoslavia tutta e il suo popolo: i serbi, gli albanesi, i montenegrini, gli ungheresi, i rom e tutte le numerose minoranze che lo compongono.

Questa guerra segna un salto di qualità nei rapporti fra le grandi potenze del mondo: la Nato e i governi "civili", "moderni" e "democratici" dell’Europa hanno dichiarato guerra contro la Jugoslavia, uno Stato europeo dotato di un esercito regolare, ben armato e deciso a difendersi.

Una nuova epoca di barbarie imperialista

L’aggressione della Nato alla Jugoslavia segna una svolta nei rapporti internazionali, non solo nell’area balcanica ma a livello mondiale. Non si possono capire per intero le ragioni di questa guerra se non si guarda allo sfondo, costituito dai grandi mutamenti nello scenario internazionale, agli interessi e agli scontri reciproci delle grandi potenze che tirano i fili delle cento "piccole" guerre che insanguinano il mondo, dal Kosovo al Kurdistan, dall’Africa centrale all’Asia.

Questo conflitto segna la fine di un’epoca: l’epoca della regolazione "pacifica" dei conflitti d’interesse fra le grandi potenze e i loro alleati locali. Inizia un’epoca completamente diversa da quello che era stato il lungo dopoguerra (1945-91).

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