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Kosovo: un anno di "Pax imperialista"

Un protettorato coloniale sotto il controllo Nato

Dodici mesi fa era in pieno corso la campagna militare della Nato contro la Federazione jugoslava: da allora i fatti, si sono incaricati di smentire la montagna di menzogne che in parte era riuscita a mascherare la sostanza criminale dell’intervento militare nei Balcani. Per festeggiare il primo anniversario della propria campagna di aggressione alla Federazione jugoslava, dal 19 marzo al 10 aprile più di 2000 soldati dell’Alleanza atlantica hanno partecipato a "Dynamic Response 2000", esercitazione militare nel cuore del Kosovo, finalizzata, secondo le parole di un portavoce Nato a "dimostrare la determinazione dell’Alleanza a mantenere un ambiente sicuro per il Kosovo".

Le varie potenze occidentali, pur di ritagliarsi il proprio posto al sole fra l’Adriatico e il Mar Nero, hanno fatto a gara nel rendersi disponibili a caricarsi il fardello dell’incivilimento di popolazioni ripiombate (ce l’hanno spiegato in tutte le salse) nella loro atavica barbarie: il primitivismo degli slavi dei Balcani ha riempito le bocche di tanti opinionisti rispettabili, i quali, immaginiamo, non saranno riusciti a trattenere le lacrime di fronte al più clamoroso degli annunci choc, quello del Dipartimento di Stato americano, che nell’aprile ‘99 annunciava che 500mila kosovari albanesi "mancano all’appello e si teme siano stati uccisi". Si trattò del culmine della campagna emotiva che allora accompagnò quella militare: oggi sappiamo che si trattò anche del culmine dell’ammasso informe di menzogne diffuse per giustificare una guerra la cui ferocia, questa sì, non ha avuto limiti. Da mezzo milione di morti presunti siamo infatti giunti ai 2.000 cadaveri ritrovati in autunno dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (cadaveri che, secondo un giornalista americano, "nella maggioranza dei casi erano seppelliti in fosse individuali e non collettive"). Le cifre da genocidio hanno lasciato il posto a numeri che descrivono la realtà di una guerra nella quale i caduti non sono appartenuti ad una parte sola. Pensiamo per esempio ai 500 civili morti (cifre di Human Rights Watch) trucidati dall’intelligenza dei missili della Nato, o ai 500 soldati e poliziotti serbi uccisi durante la guerra (anche se Belgrado denuncia in tutto 5.000 morti).

Sono 31.000 i proiettili all’uranio impoverito sparati sul Kosovo e sulla Federazione Jugoslava, corrispondenti, secondo le stime dell’agenzia Onu per l’ambiente, a 10 tonnellate di una sostanza che provoca vere e proprie modificazioni genetiche (e che durante la guerra del Golfo ha contaminato 200.000 soldati americani e migliaia di bambini, donne e uomini in Irak, oggi perseguitati dal vertiginoso aumento dei tumori linfatici).

260.000 sono i serbi, i rom e i mussulmani slavi costretti a lasciare le proprie case in Kosovo, in seguito alla persecuzione avviata dall’Uck, uscito vittorioso da una guerra di cui non ha vinto nemmeno una battaglia, ma di cui oggi contribuisce a gestire l’esito. Il Kosovo di oggi lo possiamo anche leggere nel numero di 100.000 non albanesi asserragliati in aree presidiate 24 ore su 24 dai soldati della Kfor (la forza della Nato stanziata in loco) poiché minacciate dalle armi rimaste nelle mani dei guerriglieri dell’Uck (tutt’altro che disarmati).

Nel nuovo Kosovo autodeterminato non sono solo le minoranze etniche a subire una condizione di oppressione violenta: secondo un rapporto Onu, parecchi ex-guerriglieri Uck stanno perseguitando cittadini di etnia albanese (colpevoli di dissidenza o più semplicemente di disubbidienza), costringendoli al pagamento di contributi illegali, imprigionandoli (e sottoponendoli a torture) o uccidendoli. L’ex-Uck ha le mani libere per imperversare nella provincia anche grazie all’investitura ufficiale ricevuta dalla comunità internazionale: parecchi suoi membri infatti hanno prestato giuramento ufficiale davanti al governatore Onu Kouchner, consentendo la nascita del Kpc (Corpi di protezione del Kosovo), organismo che dal gennaio 2000 svolge funzioni di vera e propria polizia locale (grazie ai lauti finanziamenti delle Nazioni Unite) e che è comandato da Agim Ceku, sospettato di aver commesso nel ’93, con l’uniforme croata, crimini di guerra contro i serbi di Krajna.

L’amministrazione Onu ha riconosciuto come proprio interlocutore nella provincia il governo provvisorio (e completamente illegittimo) di Ashim Thaqi, leader dell’Uck; la stessa amministrazione ha promulgato leggi nuove senza alcun tipo di accordo col governo di Belgrado ed è giunta persino ad imporre il marco tedesco quale unica moneta del territorio.

Quello che abbiamo sotto gli occhi è un vero e proprio protettorato coloniale permanente, che funziona non grazie all’accordo con le popolazioni locali ma in virtù dei 40.000 soldati con i quali la Nato presidia il Kosovo: si tratta di un’occupazione la cui durezza non viene attenuata dalla libertà concessa agli uomini dell’Uck di gestire le uniche fonti di reddito (per ora) dell’area: il contrabbando, il traffico della droga e il racket delle case abbandonate dai profughi costretti a fuggire.

Il già misero prodotto interno lordo è stato ridotto in un anno di guerra e di occupazione Onu del 50%; i due terzi della popolazione sono oggi senza lavoro e in 330.000 sono senza tetto.

Nel quadrilatero costituito dalle tre municipalità di Prescevo, Bujanovac e Medveda, situato nella Serbia sud-occidentale ed abitato in maggioranza da albanesi, l’ex Uck ha armato un "Esercito di Liberazione" il quale ha lanciato un’offensiva contro la polizia e i contadini serbi. L’obiettivo è sempre lo stesso: secondo il presidente della commissione esteri del Senato italiano Giangiacomo Migone, "riprodurre in piccolo la dinamica del Kosovo e magari un nuovo intervento dell’Occidente".

È difficile che la Nato continui ad inseguire all’infinito la guerriglia albanese sulla strada che porta diritta alla Grande Albania (se non altro per le resistenze di Grecia e Russia): certamente si tratta di un progetto presente anche nella mente della leadership della folta minoranza albanese della Macedonia, che pare stia cercando un accordo con la componente filo-bulgara per una spartizione del paese che non può non inquietare la popolazione slava (e tutta la diplomazia internazionale).

La riscrittura della carta geografica dei Balcani, per essere completata, non si limiterà alle questioni kosovora e macedone, ma dovrà con ogni probabilità estendersi al Montenegro: è infatti dall’inizio di marzo che truppe scelte britanniche sono stanziate nella regione per preparare eventuali piani di evacuazione in caso di conflitto, mentre già dall’estate scorsa parte dell’intellighentsia montenegrina, sfruttando le difficoltà del regime di Milosevic, si sta lanciando in una serie di spericolate uscite indipendentiste che puntano ad offrire il Montenegro al miglior offerente occidentale (ecco le parole, più che esplicite, dell’economista Vukotic, responsabile governativo della privatizzazioni: "Il Montenegro ha bisogno di tanti imprenditori stranieri autorevoli e capaci. Noi gli regaliamo le nostre imprese, loro siano in grado di farle moderne").

Si tratta di un linguaggio inequivocabile, che denuncia lo spirito di sudditanza che ha sempre caratterizzato le inconsistenti borghesie balcaniche, da sempre pronte a svendere la sorte dei propri paesi ai capitani di ventura del capitale europeo ed internazionale, in cambio della possibilità di gestire per procura le regioni conseguentemente ridotte al rango di protettorati veri e propri.

Trepca, la più ricca miniera dei Balcani, attualmente chiusa, ma ancora proprietà delle autorità jugoslave ha attirato addirittura le attenzioni dell’Igc, un istituto di ricerca finanziato dal finanziere Soros, che ha raccomandato alla missione dell’Onu di appropriarsi del complesso nel più breve tempo possibile, sottraendolo a Belgrado grazie alla collaborazione con la giovane leadership Kosovara, fortemente interessata ad una "modernizzazione che richiederà capitali d’investimento stranieri".

Il dopoguerra in Kosovo è il resoconto breve ed umiliante di una vera e propria conquista coloniale, condotta a colpi di acquisizioni (quelle della telefonia mobile da parte dell’Alcatel piuttosto che quella del complesso delle telecomunicazioni da parte della Motorola). A fine marzo Fassino ha inaugurato a Pristina il nuovo ufficio dell’Istituto per il commercio con l’estero, per facilitare la "presenza delle imprese italiane nell’area", operazione che fa del governo italiano il primo ad aver riconosciuto la dignità di "stato separato" al Kosovo.

Non crediamo che le potenze occidentali si accontenteranno dei risultati perseguiti: non basteranno infatti i 40.000 soldati che occupano il Kossovo per garantire quella stabilità che non sono stati in grado di consolidare i 12.000 soldati già stanziati in Macedonia, i 31.000 della Bosnia, gli 8.000 dell’Albania, i 12.000 dell’Ungheria. L’instabilità permanente dei Balcani sta scritta nel codice genetico del nuovo disordine mondiale: non potranno mai le strategie più o meno intelligenti dell’Onu o della Nato schiudere alle popolazioni balcaniche le porte per un futuro di libertà e benessere; lo scomodo paternalismo delle diplomazie armate, che nei Balcani continueranno a misurare le forze rispettive anche per la più ampia contesa internazionale, non cesserà di affliggere la regione, seminandovi caos e distruzione, fino a che le lavoratrici ed i lavoratori dell’ex-Jugoslavia non congiungeranno i loro sforzi per ricostruirla sotto le insegne di una Federazione socialista nella quale possano finalmente farla finita per sempre con i disastri del capitalismo, riunificando l’area intera.

È ai loro tentativi di ricostruire un terreno unitario di mobilitazione che va tutta la nostra solidarietà, è verso le loro battaglie imminenti che va tutta la nostra fiducia.

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