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Preparare la vittoria del 6 di dicembre

Con la approvazione della Legge elettorale transitoria – a seguito di nuovi ed estenuanti negoziati con una destra ostracista – ha finalmente preso il via il conto alla rovescia per le elezioni generali del prossimo 6 di dicembre.


Questo evento catalizzerá inevitabilmente l’attenzione e le aspettative di lavoratori, contadini e attivisti. Evo ha dichiarato che se dovesse vincere con la maggioranza necessaria per superare il continuo sabotaggio della opposizione parlamentare, il suo governo farebbe tutto quello che chiedono i movimenti sociali. É esattamente questo ció che la borghesia nazionale, l’imperialismo e la loro espressione politica (la destra) hanno sempre temuto, che le pressioni delle masse con le quali il Movimento al Socialismo mantiene vari legami politici e organizzativi, possa spingere l’azione del governo contro gli interessi della oligarchia. Per queste stesse ragioni la vittoria del 6 di dicembre è importante, è decisivo sconfiggere la destra ed ogni suo “utile idiota”.

Le principali forze in campo

La campagna elettorale si inserisce in un contesto segnato da una crescente polarizzazione sociale che l’ultimo referendum costituzionale e i fatti che lo hanno seguito, hanno dimostrato in modo evidente. La partecipazione al voto al referendum del passato gennaio è stata la piú alta della storia nazionale. Il consenso alle riforme e al governo si é consolidato soprattutto fra i lavoratori, i minatori ed ovviamente i contadini poveri – come dimostrano i dati ufficiali – confermandosi agli stessi livelli del referendum revocatorio dell’anno scorso, quando la permanenza di Evo Morales alla presidenza fu ratificata da un 67% dell’elettorato. D’altro canto la destra con una campagna isterica e ideologica ha risvegliato e suscitato le forze e gli istinti piú reazionari della societá. Ricordiamo i suoi slogan a difesa della proprietá privata dal pericolo comunista e comunitario (riferito alle popolazioni indigene), il suo razzismo malcelato in una presunta divisione tra campo e cittá o il suo far leva sul sentimento religioso (in campagna apparvero manifesti nei quali si affermava che Dio vota No – alla nuova Costituzione – nel silenzio delle gerarchie ecclesiastiche). Con questa campagna la destra aveva mobilitato ampi settori della piccola borghesia urbana e anche delle aree rurali come la Federazione Contadina Tupac Katari di La Paz che si schieró per il NO con un discorso a difesa della piccola proprietá agraria, che in definitiva difendeva la grande proprietá borghese di latifondi, banche, industrie e multinazionali. Quest’ultimo esempio dimostra chiaramente che: a) la linea di divisione non è tra campagna e cittá (come nello stesso MAS si è portati a credere) ma tra classi sociali, ricchi e poveri; b) che lungo questa linea di divisione la societá si sta radicalizzando attorno ai suoi poli principali, lavoratori e contadini da una parte, oligarchia e imperialismo dall’altra; c) che l’unico modo per evitare che settori della piccola borghesia urbana e rurale – che pure hanno sostenuto le lotte degli anni passati – passino al campo della oligarchia è quella di avanzare decisamente nella direzione di quelle trasformazioni radicali che possano offrire alla instabile classe media una alternativa alla crisi politica ed economica che sta risvegliando il suo egoismo e le sue paure. Il dialogo, come quello che introdusse le modifiche alla nuova Costituzione, ottiene solo l’effetto contrario.

Avanzare per conquistare consensi

Come da tempo andiamo dicendo Bolivia sta precipitando in maniera lenta ma inesorabile nel vortice della crisi economica mondiale. Nasconderlo provando a rassicurare la classe lavoratrice nazionale giá alle prese con l’offensiva padronale, come fa il nostro Ministro delle Finanze Arce, serve solo ad alimentare la confusione e non aiuta a serrare le fila e conquistare consensi per le elezioni di dicembre. Il FMI stima che il PIL boliviano crescerá nel 2009 di un misero 2%, molto lontano dal 5% previsto dal governo – che su questa cifra ha basato la sua finanziaria – e lontanissimo da quello che sarebbe necessario per mantenere un livello d’entrate sufficiente a garantire investimenti produttivi che possano combattere la povertá e industrializzare il paese.  In questi anni di crescita economica la condizione dei lavoratori non è migliorata sostanzialmente, ci sono nuove leggi e decreti di taglio progressista, ma i padroni nel loro insieme non riconoscono nè gli aumenti salariali nè i diritti che le riforme del governo hanno introdotto. Ciononostante dal punto di vista della finanza pubblica il paese ha accumulato una enorme quantità di denaro (le Riserve Internazionali) che la crisi sta progressivamente consumando. La borghesia nazionale esercita pressioni sul governo perché questo svaluti la moneta nei confronti del dollaro, con l’obiettivo di aumentare la competitività della debole industria boliviana e salvaguardare le Riserve Internazionali minacciate dalla crescita delle importazioni. Nella misura in cui le importazioni continuino a crescere al ritmo degli ultimi trimestri questa misura (la svalutazione) si renderá inevitabile in un contesto di mercato ed economia capitalista. Ma se il peso boliviano (la moneta nazionale) perde valore nei confroni del dollaro si riduce il potere d’acquisto dei salari vanificando gli sforzi di redistribuzione della ricchezza. Per questo diciamo che non si puó aspettare di conquistare consensi per avanzare, al contrario bisogna avanzare adesso per conquistare consensi in questa fase decisiva per la nostra rivoluzione. È indispensabile concentrare energie al fine di riattivare la produzione nazionale, cosa impossibile se le grandi imprese, le banche, i latifondi e le risorse naturali (idrocarburi e minerali) continuano ad essere controllati dalla parassitaria borghesia nazionale e dall’imperialismo. Solo espropriando queste ricchezze per concentrare risorse in un piano di sviluppo nazionale con la partecipazione diretta dei lavoratori e dei contadini sará possibile difendere la rivoluzione.

Le scelte di fronte al governo

Il governo deve dimostrare che la sua mano non trema di fronte alle multinazionali e all’imperialismo, le cui attivitá – anche quelle ritenute produttive – rispondono alla logica del saccheggio e del profitto privato contro gli interessi della maggioranza. La crisi impone scelte, se si vuole salvare il capitalismo allora l’unico modo è garantire i profitti dei capitalisti anche se questo si traduce in maggior sfruttamento della classe lavoratrice, come succede adesso con i minatori della multinazionale svizzera Glencore (in Bolivia Sinchi Wayra) che pretende dai lavoratori una giornata di lavoro di 10 ore con salari congelati. L’unica altra scelta è quella che indichiamo, la marcia decisa al socialismo, la proprietá e la direzione collettiva dei mezzi di produzione. Ogni qual volta si cercava una terza via, negoziando con la borghesia nazionale e l’imperialismo, l’unico risultato è stato rafforzare e ravvivare la reazione della controrivoluzione.

La borghesia nazionale e l’imperialismo sono politicamente in crisi. Gli “indigeni buoni” o gli “utili idioti” – come i fascisti della Nacion Camba (organizzazione separatista dell’oriente boliviano) definivano in un loro documento all’attuale Sindaco di Potosi René Joaquino, candidato quechua alle elezioni presidenziali per Alleanza Sociale – non hanno nessuna possibilità di vincere le elezioni ora. Il loro discorso di collaborazione di classe non ha spazio in un contesto di polarizzazione sociale e di crisi come quello che viviamo. Possono sottrarre voti al MAS ma non c’è un candidato forte della destra che possa approfittare della situazione, come successe alle elezioni per la Prefettura (governo regionale) di Chuquisaca, Sucre, dove il candidato dell’AS sottrasse un 4% dei consensi al MAS a beneficio della candidata di destra Sabina Cuella, anch’essa quechua ed ex masista. La lotta tra gli apparati burocratici dei vari partiti di destra impedisce che possa formarsi un fronte ampio di destra che si opponga al MAS, come dimostra il fallimento del tentativo messo in piedi da Carlos Mesa, ex presidente considerato tra i possibili rivali veri di Evo Morales, che si è ritirato giá dalla contesa. Il peggior errore che si possa commettere adesso è quello di pensare che queste destra in difficoltá ci faciliti semplicemente il cammino.    

La strategia della borghesia nazionale e dell’imperialismo

Borghesia nazionale e imperialismo puntano ad uno scenario uguale a quello che ha caratterizzato questi anni di governo, quando a partire del controllo del Senato sabotarono ogni tentativo di riforma per obbligare il governo a scendere a patti. Ma la situazione é diversa, perció non aspettano e non aspetteranno con le mani in mano. A settembre scatenarono la violenza fascista nell’oriente per offrire alle Forze Armate l’opportunitá di realizzare un colpo di Stato. Questo tentativo fallí grazie alla mobilitazione popolare e per le divisione dentro l’esercito. Adesso finanziano e armano il loro proprio esercito. La cellula terrorista smembrata a Santa Cruz, che manteneva relazioni con l’organizzazione padronale CAINCO e la ONG Human Rights, è solo la punta di un iceberg. Nel Beni – regione semiamazzonica – è stata denunciata la presenza di carapintadas – terroristi di destra formati nella dittatura argentina – i quali, finanziati da gruppi padronali dell’oriente, stanno addestrando gruppi paramilitari. La rivoluzione continua ad essere in pericolo.

Da qui alle elezioni

Lo abbiamo ripetuto molte volte, la snervante ricerca del dialogo con la destra, la borghesia nazionale e l’imperialismo, la intromissione delle ONG nel governo e nella lotta popolare solo animano i piani eversivi e demoralizzano la base del governo e del processo rivoluzionario. Adesso ne abbiamo una prova concreta nelle scissioni di settori sociali (la organizzazione indigena CIDOB) e di dirigenti storici della lotta e del MAS (come Roberto de la Cruz e Roman Loayza, il primo dirigente delle Juntas Vecinales di El Alto, l’altro addiritura fondatore ed ex Presidente del MAS e del sindicato contadino, e capogruppo del MAS nell’Assemblea Costituente). Le dichiarazioni di questi dirigenti – specialmente Loayza che afferma di stare cercando il suo vice nella borghesia orientale, apertamente eversiva – fanno pensare che  nessuno di loro al momento costituisca una alternativa ad Evo, specie adesso che il naturale istinto delle masse sará quello di difendere la rivoluzione in pericolo. Queste scissioni non si devono peró minimizzare, rappresentano in cambio il segnale d’allarme sulle conseguenze di una politica concertativa sbagliate sul movimento operaio, contadino e all’interno dello stesso MAS. Il tempo che ci separa dalle elezioni non deve passare in una inutile attesa. Il governo deve rispondere alla radicalizzazione sociale con misure che segnalino chiaramente la strada da seguire tra le uniche due opzioni possibili, salvare il capitalismo caricando la sua crisis sulle spalle dei lavoratori e dei contadini o avanzare verso il socialismo facendo in modo che la crisi la paghino i padroni. Sulla base di una politica orientata a completare la rivoluzione sará possibile e necessario organizzare le forze per rispondere ai piani eversivi, separatisti e golpisti della destra e dell’imperialismo, che sono giá in movimento.

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