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La nazionalizzazione delle miniere in Bolivia trova radici nella rivoluzione del 1952. Ma se allora le speranze furono tradite da una gestione clientelare delle risorse pubbliche della Comibol (Corporación minera de Bolivia), oltre che dagli ingenti indennizzi fino al reingresso dei privati nel 1985, ad oggi la recente nazionalizzazione dei giacimenti gestiti dalla multinazionale svizzera Glencore (per mezzo della locale Sinchi Wayra) lascia irrisolte parecchie questioni come si vede a Colquiri, una località nel dipartimento di La Paz.
A differenza della precedente nazionalizzazione del giacimento di Huanuni (nazionalizzata al 100% con risultati incredibili quali l’incremento del 130% della produzione di stagno dal 2006 al 2009 e l’aumento dell’occupazione da 800 a 5mila lavoratori), quella di Colquiri, sancita nel giugno scorso, vede la compresenza del sistema cooperativistico che, lungi dai principi sanciti dall’articolo 55 della Costituzione (solidarietà, uguaglianza, reciprocità, equità, finalità sociali ecc.), altro non è che la testa d’ariete delle multinazionali. D’altronde lo stesso Morales ha avuto modo di dire che “ci sono le imprese dietro le cooperative”. Non solo in queste cooperative vige il cottimo e sono scarse le misure di sicurezza, non solo vige il lavoro minorile e si lavora a mani nude e senza supporti tecnologici in una condizione di precarietà, non solo si crea una guerra tra lavoratori con furti di materiale estratto e con espedienti per la più rapida e massiccia estrazione… quello che vediamo è un accordo tra la Glencore e la cooperativa “26 de Febrero” (che, stando al decreto 1337 del 29 agosto scorso, occupa la parte più ricca della miniera, le “vetas Rosario” N e D).
Questo accordo prevede che la cooperativa venda a Glencore tutto il materiale estratto: un outsourcing per minimizzare i costi e aumentare i profitti. Ecco quindi spiegata la dichiarazione del presidente boliviano. Che però frena per la nazionalizzazione completa: “La Costituzione boliviana riconosce tre settori nel comparto minerario: privato, cooperativista e statale. Si commette un errore quando si afferma che dovremmo nazionalizzare come se i cooperativisti fossero stranieri. Sono boliviani e per costituzione hanno il diritto di sfruttare la miniera”.
In questo modo si mette a repentaglio la “Agenda de octubre”, cioè il programma che prevedeva un pacchetto di nazionalizzazioni e controllo operaio che ha permesso la vittoria di Evo nel 2005 aprendo una nuova pagina del paese andino.
Le lotte delle scorse settimane, con scioperi, marce e anche un morto tra i salariati (il compagno 22enne Héctor Choque ucciso durante un assalto alla sede del sindacato Fstmb), dimostrano quanto sia vivo in Bolivia lo spirito per portare a termine il processo rivoluzionario. Tali pressioni dal basso stanno infatti alla base del recente accordo che, per ora, pone fine al conflitto con il recupero delle “vetas” N e D da parte della nazionalizzata Emc (Empesa minera Colquiri).
In realtà abbiamo a che fare, come detto dal compagno Severino Estallani del sindacato di Colquiri, con “il principio della lotta per la nazionalizzazione completa”, perché tale accordo sarà soggetto a revisione non appena la cooperativa “26 de Febrero” deciderà, come è probabile, di ampliare il suo organico. Per questo, anche per invertire la tendenza che, a fianco della determinazione di buona parte dei lavoratori, ha visto una potenziale e pericolosa deriva settoriale, occorre lottare per la nazionalizzazione completa per assumere tutti i lavoratori di Colquiri presso la Emc e per la cacciata definitiva delle multinazionali.
Nonostante alcune resistenze in campo sindacale, la talpa operaia sta scavando. È il caso di dirlo.

Questo articolo è una sintesi (con aggiornamenti) del pezzo “Bolivia: la lotta delle miniere di Colquiri”.

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