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L’elezione a presidente del Cile del conservatore Sebastián Piñera comporta una rottura radicale con i 20 anni di governo della Concertación Democrática, coalizione innaturale formata da Partito Socialista e Democrazia Cristiana.

Sicuramente molti lavoratori e giovani cileni saranno rimasti storditi dalla vittoria di Piñera, spalleggiato da personaggi e gruppi politici di destra riciclati e coinvolti nella dittatura di Pinochet. Com’era ampiamente prevedibile infatti il nuovo presidente ha potuto contare sull’appoggio attivo di tutte le forze reazionarie: la cupola dell’esercito, il grande padronato con i suoi potenti mezzi di comunicazione e la gerarchia ecclesiastica. Non sottovalutiamo la gravità della situazione, tuttavia ci sembra un grave errore cadere nel panico che ha colto una parte della sinistra insieme a innumerevoli politologi e intellettuali “progressisti” cileni e latinoamericani, e soprattutto respingiamo con forza l’idea che il risultato di queste elezioni presidenziali sia dovuto a una svolta a destra radicale della società cilena.

Il Cile, come altri paesi, mantiene un sistema elettorale con gravi limiti democratici, ereditato dalla dittatura, e che politici codardi e riformisti, come i dirigenti dell’ala destra del Partito Socialista, hanno accettato senza fiatare. In concreto il diritto al voto non è automatico, come quasi ovunque, ma bisogna iscriversi volontariamente al registro elettorale.

Se consideriamo anche le schede bianche e nulle, la percentuale effettiva di elettori che ha deciso l’elezione di Sebastián Piñera equivale al 56,5% della popolazione. E dato che a favore del nuovo presidente è andata domenica scorsa poco più della metà di questi voti, il suo appoggio effettivo si è fermato al 28,66% degli aventi diritto al voto.

C’è un altro dato che smentisce l’ipotesi della svolta a destra radicale della società cilena, ed è il risultato ottenuto lo scorso 13 dicembre dai candidati avversari di Piñera, sia di sinistra che di centrosinistra, che hanno raccolto il 56% dei voti contro il 44% ottenuto dal neo eletto. La verità è semplice: se alla fine  Piñera ha vinto le elezioni al secondo turno ciò è dovuto alle promesse sfacciatamente demagogiche fatte in campagna elettorale in merito alla creazione di un milione di posti di lavori “con salari adeguati” e all’ampliamento delle prestazioni sociali per quanto riguarda salute, educazione, disoccupazione, ecc…nascondendo convenientemente la sua faccia reazionaria. nel tentativo di smarcarsi il più possibile dalla dittatura di Pinochet. In questo è stato aiutato anche dal programma moderato della Concertacion e dallo scarso carisma personale dell’ex-presidente e candidato della Concertación, il democristiano Eduardo Frei, imposto dall’alto e che ha scatenato un profondo scontento nella base socialista. In segno di protesta contro questa designazione è nata la candidatura dell”indipendente” ed ex deputato socialista Marco Enríquez Ominami (detto ME-O) che ha raccolto il 20% dei voti al primo turno.

Al secondo turno Piñera ha ottenuto uno striminzito 51,62% contro il 48,38 di Frei, con uno scarto di soli 225.000 voti inferiori al numero di schede bianche e nulle. Si può dire insomma che si sia trattato più di una sconfitta di Frei che di una vittoria di Piñera.

Il nuovo presidente conosce perfettamente il terreno su cui si muove e sa che alla sua vittoria manca una base sociale ampia che gli permetta di mettere in pratica la politica che l’imperialismo e la sua classe, la borghesia,  hanno necessità di portare avanti: dal punto di vista economico consolidare il Cile come paese esportatore di materie prime con una classe operaia addomesticata, da quello diplomatico assicurare che il paese sia una solida testa di ponte dell’imperialismo nordamericano nella regione.

Malgrado la vittoria presidenziale la destra tuttavia è in minoranza in entrambe le camere, dove la Concertación ha comunque una maggioranza precaria. Ecco perché, nel suo primo discorso da presidente, non solo Sebastián Piñera ha fatto appello al “consenso” della Concertación ma si è spinto più in là offrendo alla Democrazia Cristiana posti nel suo governo per assicurare la governabilità borghese. Per il momento i dirigenti democristiani hanno rifiutato l’offerta, ma questo significa solamente che Piñera sarà obbligato a cercare di dividere il partito per raggiungere l’obiettivo.

La borghesia cilena si trova di fronte a questo punto un grave dilemma: una scissione da destra all’interno della DC indebolirebbe ulteriormente il partito all’interno della Concertación e gli farebbe perdere la già scarsa credibilità provocata dalla sconfitta di Frei agli occhi della propria base e a quelli di un importante settore dell’apparato socialista, accelerando in questo modo la possibilità di una rottura, all’interno della Concertación stessa, tra DC e PS. Senza dubbio alla borghesia cilena conviene invece che la Concertación rimanga in piedi per raggiungere l’obiettivo principale di impedire una svolta a sinistra nel PS nonché la riedizione di un patto come quello di Unidad Popular tra PS e PC che potrebbe riesumare i “fantasmi” del periodo 70-73. Ecco perché è probabile che, se ci fosse una scissione nella DC, la sua ala “sinistra” rimarrebbe all’interno della Concertación nel tentativo di frenare qualunque deriva di sinistra all’interno del PS, anche se questa nuova situazione potrebbe forse permettere l’incorporazione del PC nell’alleanza, vecchio sogno dei suoi dirigenti.

In questo contesto non è chiaro quali saranno le prossime mosse di Enríquez Ominami. Non è da scartare l’ipotesi di un suo ripescaggio alla testa della Concertación per rivitalizzare una coalizione moribonda, anche se ME-O ha dichiarato dopo il primo turno elettorale la sua intenzione di fondare una nuova forza politica, che non avrebbe però grande futuro relegata ai margini delle organizzazioni politiche tradizionali di massa, come PS e PC,  profondamente radicate all’interno della classe operaia cilena. Il valore politico dell’esperienza di Enríquez Ominami, al di là delle caratteristiche personali del personaggio, consiste nell’aver dimostrato l’esistenza di condizioni favorevoli alla creazione di un’alternativa di massa a sinistra della Concertación. È evidente che gran parte dell’appoggio per Ominami è venuto dalla base socialista e dai giovani disincantati dalla candidatura di Frei.

Inevitabilmente, nel suo processo di radicalizzazione e di presa di coscienza politica, la classe operaia cilena dovrà passare attraverso la scuola di un governo borghese reazionario. Ad un certo punto il governo di Piñera getterà la maschera mostrando il suo volto reazionario insieme a tutta l’arroganza della sua classe. Malgrado la calma superficiale che permea la società cilena, un fermento di malessere e ribellione si è accumulato lungo anni di ristrutturazioni, di perdita di diritti lavorativi e sindacali, di supersfruttamento e sfinimento, di salari insufficienti e di un sistema politico-ideologico oppressivo ereditato dalla dittatura. Questa situazione statica è stata scossa più volte negli ultimi anni grazie alla lotta impetuosa dei “pinguini”, gli studenti secondari che hanno assediato il governo Bachelet nel 2006, a quelle dei minatori delle imprese in subappalto a CODELCO (azienda estrattrice del rame) per l’assunzione diretta da parte dell’azienda, di proprietà statale, alle lotte degli insegnanti, dei lavoratori bancari, di quelli municipali e alle lotte popolari per la casa  e per condizioni di vita dignitose, ecc…

In questo contesto è importante segnalare che il 2010 è iniziato in Cile con lo sciopero, il primo dopo 13 anni, dei minatori della CODELCO  a  Chuquicamata con richieste di aumenti salariali ma non solo. Malgrado la demonizzazione degli scioperanti attuata dalla destra ma anche dalla Concertación e dalla stampa ai loro ordini, questi ultimi hanno ottenuto una sonante vittoria dopo solo due giorni di lotta e anche i lavoratori di un’altra importante miniera di proprietà della CODELCO, El Teniente, hanno scioperato in ottobre per 25 giorni sempre con richieste salariali.

L’alternativa per affrontare la destra e preparare l’avvento di un governo espressione degli interessi dei lavoratori passa per la rottura della camicia di forza chiamata Concertación, obbligando i dirigenti del PS a rompere con la Democrazia Cristiana, borghese e traditrice, e per la costruzione di un blocco dei partiti operai di massa cileni, PS e PC.  Un fronte PS-PC con un programma realmente socialista che sappia fare fronte alle richieste di base su occupazione, salario, casa, salute, educazione, pieni diritti democratici e sindacali, vincolato all‘esproprio delle miniere di rame, del sistema bancario, dei latifondi e dei principali monopoli che insanguinano il paese, da porre sotto controllo operaio e che risveglierebbe enormi speranze all’interno della classe operaia cilena.

22 gennaio 2010

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