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Nuova concertazione o lotta di classe?

 

Sabato 19 giugno a Roma, in coincidenza con lo sciopero per il contratto, doveva esserci la prima manifestazione nazionale dei lavoratori del commercio. Una manifestazione preparata in settimane di attivi e assemblee con i lavoratori, la prima in assoluto nella storia di una categoria che conta 1 milione e 600mila lavoratori. Con una decisione che ha dell’incredibile, però, tutto è stato revocato all’ultimo momento (mercoledì 16), nonostante non si sia arrivati ad alcun tipo di accordo. Perché questa decisione incomprensibile?

Il contratto del commercio è scaduto da ormai 19 mesi. In questo lasso di tempo la controparte ha mantenuto un atteggiamento intransigente, verso il quale non si è stati in grado di contrapporre né un’adeguata piattaforma offensiva, né la determinazione per raggiungere i risultati.

Di fronte a una richiesta salariale moderata di 107 euro avanzata unitariamente da Filcams-Fisascat-Uiltucs per il primo biennio, la Confcommercio ha proposto un aumento salariale di 115 euro… ma per l’intero quadriennio. La proposta ha del provocatorio: non gli basta aver incassato l’imbroglio degli accordi sulla concertazione del luglio 1993, che da 11 anni gli consente di elargire aumenti salariali ridicoli perché calcolati al massimo in base all’inflazione programmata dal governo e non su quella reale… Ora vogliono persino saltare il rinnovo contrattuale del biennio economico, previsto da quegli stessi accordi di luglio, che permette una rivalutazione del salario. Prendi due (contratti) e paghi uno!

Anche dal punto di vista normativo, le aziende propongono un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro, insistendo per l’inserimento nel contratto dei contenuti della legge 30 (legge “Biagi”). Non gli basta aver reso il settore del commercio avanguardia della flessibilità, non gli basta aver incassato contratti che hanno reso la precarietà (contratti a termine, interinali, cfl, part-time) la norma, costringendo la maggioranza dei lavoratori del settore ad una situazione di continuo ricatto da parte dell’azienda. Adesso vorrebbero portare il colpo di grazia, peggiorando ulteriormente la situazione attuale. Emblematica la proposta riguardo all’apprendistato, che dovrà andare a sostituire i vecchi contratti di formazione lavoro (cfl) che duravano al massimo 2 anni. La proposta di Confcommercio è aprirli a tutte le tipologie d’applicazione, facendoli arrivare fino ai 6 anni contemplati dalla legge 30. Veramente curioso, per diventare ingegnere ci vogliono 5 anni, però vorrebbero convincerci che per diventare addetto al rifornimento degli scaffali o cassiera ce ne vogliono addirittura 6! La verità è che non vogliono l’apprendistato per formare i lavoratori, ma solo per avere sgravi contributivi, inquadrare lavoratori a livelli inferiori e renderli più precari.

La manifestazione nazionale

Solo dopo una situazione di stallo che si è prolungata per un anno e mezzo, i sindacati di categoria capiscono la necessità di alzare il livello dello scontro (dopo un anno e mezzo!). La manifestazione nazionale del 19 giugno aveva acceso l’entusiasmo di tanti lavoratori e delegati stufi di continuare a subire i soprusi delle aziende. In tutte le zone sono stati indetti attivi sindacali molto partecipati; il 7 giugno a Milano un attivo di 300 delegati si svolgeva a senso unico: non solo c’era un sostegno massiccio alla manifestazione di Roma, ma si chiedeva di inasprire la lotta, di fare male alle aziende, di costringerle in ogni modo a sganciare i soldi. Ovunque è stato possibile si sono tenute assemblee nelle aziende dove si spiegava l’importanza di questo sciopero, la necessità di uno scatto di orgoglio, di dignità, superando le paure e i ricatti dei capi. Si era già arrivati a prenotare oltre 10mila posti sui pullman e i treni speciali organizzati per Roma, un fatto storico per la categoria. Eppure dall’alto è arrivata all’improvviso la ritirata.

La verità è che una parte del sindacato, troppo abituata alla prassi consolidata e burocratica della concertazione, vedeva con fastidio una linea sindacale che rischiava di diventare conflittuale. Nel frattempo - chissà perché? - dopo un anno e mezzo di intransigenza, la Confcommercio cambia atteggiamento… dopo la proclamazione della manifestazione si dimostra per la prima volta disponibile a entrare nel merito delle questioni poste dal sindacato. Cedendo alle timide aperture della controparte, anche la Filcams si convince che bisogna arrivare a una chiusura rapida di questo contratto. Cedendo alla posizione arrendevole di Fisascat e Uiltucs, anche la Filcams era pronta a firmare un contratto che prevede la famigerata quadriennalizzazione, tanto caldeggiata da Sergio Billè della Confcommercio. È a questo punto che c’è l’intervento della Cgil nazionale, sembrerebbe di Epifani in persona, che pone un freno a un accordo che sarebbe stato troppo di palese svendita. Di fronte al dietrofront della Filcams le organizzazioni di categoria di Cisl e Uil reagiscono sospendendo lo sciopero. E cosa fanno i dirigenti nazionali della Filcams? Per salvare l’unità di vertice con le burocrazie degli altri sindacati accettano di revocare lo sciopero, alla faccia dei tanti bei discorsi fatti davanti ai lavoratori e soprattutto senza avere niente in mano.

Serve una forte sinistra sindacale

La posizione presa dalla Filcams ha lasciato sconcertati moltissimi lavoratori. Come si fa ad andare in assemblea a spiegare ad una cassiera o un addetto con contratto a termine che serve uno scatto d’orgoglio, che bisogna dimostrare coraggio e scioperare, e poi ci si rimangia tutto a due giorni dallo sciopero, senza neanche spiegare il perché? La rabbia di tanti lavoratori e delegati si è espressa in prese di posizioni, OdG di critica ai dirigenti nazionali e anche in una manifestazione di protesta alla Camera del lavoro di Milano.

Su invito di una Rsu del settore (la Cgt-Cls) si è tenuto, lo stesso giorno che doveva tenersi la manifestazione nazionale, un’assemblea autoconvocata di delegati del commercio. Ben 200 delegati di diverse aziende, venuti anche dal Veneto, dall’Emilia Romagna, da Roma, sono accorsi per esprimere il loro sconcerto, la rabbia, ma anche la determinazione a costruire un’alternativa ad una pratica sindacale concertativa e antidemocratica. A gran forza si è chiesta la sospensione della trattativa in corso e una nuova fase di consultazione della base. In una categoria che è sempre stata all’avanguardia delle politiche concertative la riuscita dell’iniziativa degli autoconvocati può rappresentare una speranza. Una speranza che va coscientemente fatta crescere, perché si mantenga in piedi un coordinamento di delegati che punti a costruire una forte sinistra sindacale in Filcams. Una sinistra sindacale che deve costruirsi tra i lavoratori, che lotti contro la politica della concertazione, ponendosi in alternativa all’attuale gruppo dirigente.

Lo sciopero del 3 luglio

Gli ultimi giorni di questa difficile vertenza hanno visto una nuova svolta. Data per certa la firma di un accordo il 25 giugno, stavolta sono le associazioni imprenditoriali che si rimangiano tutto. Per la precisione il voltafaccia arriva dalla Faid, l’associazione della grande distribuzione, con in prima linea Coin, Esselunga, Gs, Auchan. Per loro non si era recepita abbastanza precarietà dalla legge 30... In modo lampante, la grande distribuzione ha voluto approfittare dello sconcerto seminato tra i lavoratori da una linea sindacale a dir poco tentennante. Stavolta però la risposta è stata immediata: lo sciopero per l’intera giornata il 3 luglio, più altre 8 ore di sciopero da articolare. Da una parte le pressioni esercitate dalla base sui dirigenti sindacali in questi giorni, dall’altra l’arroganza senza fine dei padroni hanno prodotto questa nuova posizione. Lo sciopero, seppur tardivo, è giusto e va appoggiato in ogni modo.

Deve essere chiaro, però, che bisogna firmare solo se c’è in campo un buon accordo. Dobbiamo rivendicare:

Forti aumenti salariali in linea con l’inflazione reale e non quella programmata. Va rivalutata la cifra per il primo biennio dei 107 euro, già moderata in partenza, anche in base all’aumentato costo della vita intercorso nell’ultimo anno e mezzo.

Pieno recupero degli arretrati. No a misere una-tantum che sono un regalo ai padroni e un invito ad allungare i tempi della trattativa.

Drastica riduzione del lavoro precario. No a qualsiasi inserimento contrattuale dei contenuti della legge 30.

Per sostenere le nostre ragioni sono necessari metodi di lotta incisivi e dirigenti all’altezza in grado di dimostrare tutta la determinazione necessaria. Ci vuole la stessa determinazione che nei mesi scorsi i lavoratori di Melfi e gli autoferrotranvieri hanno messo in campo nelle loro vertenze, solo così potremo ottenere un contratto dignitoso.

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